Caravaggio (ed io) vittime della fatwa Rai anti-No

Caravaggio (ed io) vittime della fatwa Rai anti-No

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D’accordo, Caravaggio non è mai stato uno yesman. Ma da qui al fatto che una serie di documentari Rai sul padre dell’arte moderna non possa andare in onda prima del 4 dicembre perché il suo autore (cioè chi scrive) è membro del Comitato per il No, direi che ce ne dovrebbe correre. E non è certo un problema personale, né tantomeno di parte: non è meno assurdo che Alberto Melloni o Massimo Cacciari (che hanno firmato appelli per il Sì) non possano parlare di storia della religione o di filosofia sulle radio e le televisioni pubbliche. E l’elenco dei programmi culturali sospesi o amputati è davvero corposo.

Tra le mille assurdità di questa infinita campagna referendaria arriva ora anche la fatwa televisiva per chiunque abbia preso una posizione: quasi un implicito elogio del qualunquismo di chi bada più ai propri interessi che al bene comune.

In assenza di un regolamento ad hoc (la Commissione di Vigilanza sulla Rai – che avrebbe potuto svegliarsi anche un po’ prima, diamine! – emetterà un regolamento solo martedì prossimo) la dirigenza renziana del Servizio Pubblico ha esteso al referendum una norma che può, semmai, aver senso per le candidature personali alle elezioni politiche, o amministrative.

Perché è certo ragionevole impedire che un candidato tragga vantaggio dal fatto che la sua faccia è presente in televisione per motivi che non c’entrano con quella competizione elettorale: ma la stessa cosa, invece, non ha alcun senso quando si parla di un referendum che (purtroppo) divide il Paese in due enormi, quanto eterogenei, schieramenti.

Leggo oggi su Repubblica che mercoledì scorso, a rigore, non avrei dovuto andare in onda come ospite di Italia, il nuovo programma di Santoro. Ma lì parlavo dell’uso del territorio e del patrimonio artistico, cercando di opporre un’alternativa al ‘pensiero’ di Flavio Briatore: e cosa diavolo c’entra tutto ciò con la campagna referendaria?

Se volessimo seguire scrupolosamente questa linea estrema, dovremmo allora chiederci se sia giusto mandare in onda i film di Benigni, o anche solo la sua faccia. Perché forse egli non ha firmato nessun appello, ma è invero un po’ difficile far credere che non si sia rumorosamente schierato. E come la mettiamo con la Cgil (per il No) e Confindustria (per il Sì): ne oscuriamo i dirigenti, le bandiere, le iniziative di qualunque natura? E se il presidente emerito Giorgio Napolitano tiene un discorso su un’altra materia, cosa deve fare la Rai: deve forse censurarlo perché è il più autorevole portabandiera del Sì? Insomma, c’è da sperare che la Vigilanza ci riporti al buon senso: stabilendo semplicemente che non può mai esserci un’opinione sola, mai un Sì senza un No e viceversa.

Dopo di che, non è possibile non notare che tutto questo polverone appare ancor più grottesco e pretestuoso perché si accompagna al totale silenzio sulla colossale sperequazione determinata dal fatto che a volere la riforma è il Governo della Repubblica. Le università stanno diventando luoghi di propaganda a senso unico, i ministri volano a nostre spese in mezzo mondo a catechizzare al Sì gli italiani all’estero e il Presidente del Consiglio non prova nemmeno a distinguere il suo ruolo istituzionale da quello di capo di una parte.

Un solo esempio: il prossimo 4 novembre si celebra il cinquantesimo anniversario dell’alluvione di Firenze. Renzi presiederà le celebrazioni istituzionali, e contemporaneamente aprirà proprio a Firenze la Leopolda del Sì: in un inestricabile intreccio mediatico tra ragioni di tutti e ragioni di parte. È un’intollerabile prepotenza: l’ennesimo frutto avvelenato del fatto che è il potere esecutivo a imporre e a gestire la riforma del potere legislativo, e della Costituzione di tutti. Alla faccia della, sia pur minima, par condicio nella comunicazione.

(*) Vicepresidente di Libertà e Giustizia

 

 

 

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