Ravenna/Renzi e Zagrebelsky, un vero confronto

Ravenna/Renzi e Zagrebelsky, un vero confronto

Il confronto del 30 settembre, su La7, fra Renzi e Zagrebelsky merita una riflessione.
Ho sentito e letto pareri diversi. Chi ha vinto, chi ha perso?
Renzi è stato una anguilla, come dice Zagrebelsky? Il professore doveva essere più cattivo?
Il professore non sa che oligarchia e democrazia sono la stessa cosa? Così lo rimprovera Scalfari, nella sua laica omelia domenicale.
Incredibile, veramente. Possibile che Scalfari non si sia accorto che Zagrebelsky stava parlando della Costituzione – di questa Costituzione ancora vigente – e non dell’intera storia dell’Occidente?
E che il significato di “rappresentanti”, nei Parlamenti, o di gruppi dirigenti – nei partiti, e ovunque – è diverso da oligarchi? E che l’esistenza di Parlamenti è ben diversa dalla democrazia diretta?
Mi auguro che Zagrebelsky gli risponda.

In realtà, è stato un confronto vero, durato quasi tre ore. Tempi giusti per un tema complesso. Difficile, in un contesto del genere, il ricorso – tentativi a parte, che ci sono stati – a spot o a propaganda.

Lo stesso Renzi che spesso compare, in televisione, con un volto ridente o – ancora più spesso – irridente, si è mostrato, salvo qualche caduta di stile, in modo diverso dal solito, più impegnato, un po’ più “istituzionale”. Questo ho pensato mentre lo ascoltavo.
Se il presidente del Consiglio si fosse circondato, in questi suoi anni di governo, di interlocutori, collaboratori, consulenti della competenza e capacità di approfondimento di Zagrebelsky, oggi, in Italia, saremmo ad un punto diverso.
Zagrebelsky? Si è mostrato come sempre, senza forzature, senza sforzo alcuno di apparire diversamente da come è, da come l’ ho ascoltato in numerose assemblee pubbliche dal vivo e da come scrive.

Non ritorno su tutti gli aspetti del loro confronto, che può essere riascoltato altrove, e quindi rivissuto, da chi non ha potuto seguirlo.
Mi limito ad indicare quelli che sono, a mio avviso, gli esiti politici.
Degli esiti di immagine non mi intendo. Purtroppo, di questi tempi.
Intanto, per chi, come noi, è del tutto impegnato perché il NO prevalga, vi è stata la piena legittimazione della nostre ragioni. Renzi si è – quasi – impegnato a non definirci più come gufi e parrucconi. Non è poco. Almeno, una freccia propagandistica è stata tolta dalla faretra renziana, nell’interesse politico di entrambi i fronti, del Sì e del NO. Almeno spero.
E, quanto al tema di chi è conservatore, Zagrebelsky ha “rovesciato” la critica, in genere rivolta a noi ex gufi. Non siamo noi i conservatori ma chi, con questa “riforma”, cerca di rafforzare il potere governativo in senso oligarchico – con buona pace di Scalfari – a svantaggio del Parlamento. Nulla di nuovo sotto il sole. Anzi, siamo nell’antico.

Un’ altra mia impressione è che il confronto si sia svolto non solo fra due autorevoli figure del mondo culturale e politico del nostro presente italiano, ma fra due mondi, due culture, due metodi, due linguaggi, che hanno avuto bisogno di tre ore – per fortuna – per comprendersi – almeno in parte – anche se non per convincersi reciprocamente.

Chi ha ascoltato, si sarà reso conto della differenza.
Renzi procede per estrema sintesi e con semplificazioni, linguistiche e concettuali. Zagrebelsky resiste e insiste con il suo stile argomentativo, lavorando sulle parole e sui loro significati.
Segue la lezione dei Costituenti, che hanno pesato – a suo tempo – ogni parola.
Anch’io, a suo tempo, firmai l’appello di Libertà e Giustizia che segnalava il rischio autoritario di questa “riforma”. Renzi dice “Mi volete dire cosa c’è di autoritario in questa riforma?”.
Il rischio. Cosa significa? Certo, se vince il Sì, non ci troviamo in una situazione autoritaria il giorno dopo. Fra, l’altro, ricorda Zagrebelsky, le Costituzioni andrebbero fatte per durare a lungo, mentre i governi passano.
E questa “riforma” sembra fatta per “questo” particolare momento, “questa” maggioranza, per “questo” presidente del consiglio. Il rischio è che, con questa “riforma”, un futuro governo autoritario si trovi molto facilitato. Questo è il rischio che i Costituenti vollero evitare. Con il precedente Statuto Albertino, Italia liberale e fascismo convissero, tanto era aperto – lo Statuto – ad ogni possibilità.
I Costituenti vollero una Costituzione che rendesse impossibile questo pericolo.
L’impressione che ho avuto è che la complessità della storia, dei testi giuridici e costituzionali non siano parte dell’orizzonte renziano.
Certo, non possiamo rimproverare a Renzi di non essere un costituzionalista, ma gli rimproveriamo di non avere uno sguardo storico ampio e profondo, il che è d’obbligo per un politico. Almeno, dovrebbe.

Una frase di Zagrebelsky è stata illuminante, a proposito dei contesti storici nei quali le Costituzioni sono calate. La Costituzione di Bokassa, sanguinario dittatore della Repubblica del Centro Africa, era molto simile a quella degli Stati Uniti. Allora, dove sta la differenza? Nel contesto, in chi usa la Costituzione e il perché di chi la usa.
L’urgenza sarebbe, dice Zagrebelsky, lavorare molto sul nostro contesto, “bonificando” il mondo politico del tutto inadeguato, in Italia. Questa sarebbe la grande riforma da fare.

Renzi, invece, è orgoglioso del suo risultato. Nessuno in 34 anni è riuscito a “riformare” la Costituzione, nonostante numerosi tentativi.
Già, perché? Evidentemente perché non c’era accordo, né fra i partiti né, soprattutto negli ultimi venti anni, fra una non piccola parte di cittadinanza attenta al destino della Costituzione, cittadinanza che, nel 2006, fermò una “riforma” a nostro avviso molto sbagliata.
Ma le Costituzioni valgono – ricorda Zagrebelsky – e danno buoi risultati se sono il risultato di una reciproca fiducia, che, anche in questo caso, è mancata.

Pare che l’audience dell’incontro sia stata alta. Mentana – cosa molto apprezzabile – non ha mai fatto fretta agli interlocutori, anzi.
E’ quindi passato il messaggio che sulla Costituzione non si può andare di fretta, ma che è faccenda seria? Sarebbe veramente una buona notizia.
Nel giro di un anno, l’Italicum da legge “la migliore del mondo” è diventata figlia di nessuno. Cambiarla? O cestinarla e pensarne una condivisa? Quindi, errori gravi vengono riconosciuti come tali anche in tempi brevi.
E la intensa critica che da più parti, in questi mesi, ha riguardato l’Italicum – da parte del nostro movimento, per la sua abrogazione, e da parte di partiti vari, quasi risvegliati – almeno a questo stop è servita.
Ma la Costituzione è materia assai più importante di una legge elettorale.
Se Renzi lo riconoscesse – sta riconoscendo suoi errori, in questi giorni – e si fermasse, farebbe un buon servizio al suo paese.
C’è, infatti, di mezzo molto di più che la sorte di un governo, che, per quanto mi riguarda, non è in discussione con questo referendum.

Ora, verificheremo quale sarà il parere definitivo del popolo sovrano.
Se vince il NO, altre revisioni che aggiornano e migliorano la Costituzione- come è accaduto non poche volte nel corso del tempo – saranno possibili.
Se vince il Sì, la “nuova” Costituzione – perché questo sarà, una “nuova” Costituzione – fermerà per lungo tempo, certamente per noi che da venti anni la stiamo “difendendo”, ogni possibilità di intervento nello spirito originario dei Costituenti.
Nel tal caso, la parola passerà alle nuove generazioni.
Il mio augurio è che, fin d’ora, e in particolare il 4 dicembre, giornata per noi ravennati particolarmente importante, i giovani votino consapevoli di quanto questo voto sia importante per il futuro, che è soprattutto il loro.

 

(*) L’autrice è socia del Circolo di Ravenna di Libertà e Giustizia

 

www.salviamolacostituzione.ra.it,   2 ottobre 2016

 

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