Una favola vera, la nuova opera di Sandra Bonsanti: dal passato riemerge il canto della libertà

Una favola vera, la nuova opera di Sandra Bonsanti: dal passato riemerge il canto della libertà

Bonsanti Firenze 08.09 libroPubblichiamo la premessa e parte del primo capitolo del nuovo libro di Sandra Bonsanti “Il canto della libertà” (Chiarelettere), che sarà presentato l’ 8 settembre alle 18.30 alla Feltrinelli Red di piazza della Repubblica.

 
«Più sono solo e solitario, più sono diventato amante delle favole » diceva Aristotele.
Il nostro mondo non ci permette d’ essere soli, ha costruito un lungo elenco di impedimenti alla solitudine, alcuni graditi altri insostenibili. Preso atto che la situazione oggi è questa, sono andata in cerca dei soccorritori d’ un tempo, che aiutassero a non perdersi d’ animo nelle sabbie mobili del presente.
E li ho trovati, ritrovati, nelle passioni dei vent’ anni, prima che il destino mi facesse arrivare a raccontare, per le pagine di giornali, cronache altrui, storie che non sono mai state le mie. Ho ritrovato gli insegnanti del liceo, che ci portavano a recitare Eschilo al teatro romano di Fiesole e che il giorno dell’ interrogazione erano più emozionati di noi. Ho ritrovato i professori degli anni dell’ università, e una donna straordinaria, Luisa Banti, l’ archeologa che, prima della Seconda guerra e subito dopo, scavò ad Agia Triada ( Creta) muovendosi a dorso d’ asino, e che mi ha insegnato l’ arte del dubbio, nella quale mi considero maestra.
Così ho scritto una favola. Soltanto una favola, e se dovesse capitare tra le mani di uno studioso vero, chiedo venia e ripeto che è solo una favola per essere meno sola. Questo tempo ci riserva inoltre la fine di molte certezze e l’ inizio, ancora una volta, di un viaggio su un terreno pericoloso, facile agli smottamenti. Anche per questo sono andata a trovare appigli là dove tutto è cominciato. Agli albori. Albori perché la luce che nasce è proprio un inizio, appena distinguibile dal chiarore delle stelle che la precedono.
Il protagonista di questa storia, un vecchio e stravagante professore che tiene un ciclo di lezioni in una piccola libreria, è un personaggio fantastico, così come la sua vita e gli incontri che gli sono capitati. Ho invece tra le mani le dispense dell’ anno accademico 1945-46, il corso che Gennaro Perrotta tenne agli studenti del primo anno, all’ Università di Roma, sulla poesia di Saffo. Le sue lezioni ricalcavano, nella migliore delle tradizioni, uno studio da lui pubblicato nel 1934. Le cito spesso nella favola. Ma non si prenda nulla troppo sul serio. Gli storici di solito raccomandano di non fare semplificazioni, ad esempio, sul rapporto fra democrazia e libertà: quand’ è che l’ una insidia l’ altra? Non ci sono riusciti i greci a individuare la trappola, figuriamoci noi. E poi, con una favola, soltanto una favola!
PRIMO CAPITOLO SOCRATE: Di qua, lasciamo la strada e andiamo lungo l’ Ilisso, dove troveremo un posto che ci piaccia e tranquillo, ci metteremo a sedere.
FEDRO: È proprio una fortuna, pare, che io mi trovassi scalzo; tu già lo sei sempre. Così ci è più facile andar coi piedi nell’ acqua; che poi non dispiace, soprattutto in questa stagione e a quest’ ora.(…) Vedi laggiù quell’ altissimo platano?
SOCRATE: Ebbene?
FEDRO: Lì c’ è ombra e un po’ di brezza, ed anche erba da potersi sedere o sdraiare, se vogliamo. (…
) Il vecchio professore doveva aver letto molte volte quel famoso testo ai suoi studenti. La voce scorreva morbida nella piccola libreria che ci ospitava. Posò i fogli sul tavolino che lo separava dalla fila di sedie – una decina, forse quindici – e ci osservò con uno sguardo timido, quasi modesto.
Non ci conoscevamo, nessuno di noi si conosceva. Io e forse anche qualcun altro eravamo stati attratti dal titolo dato a quegli incontri: «Saffo e la scoperta della libertà nell’ antica Grecia. Un ciclo di dieci lezioni, e qualche appendice, se saranno richieste». Non so se fosse stato il proprietario della libreria o il professore stesso a deciderlo, magari lo avevano scelto insieme.
Interruppe dunque la lettura e cercò il nostro sguardo, ma per poco; riprese subito, infatti, come se il silenzio, per quanto breve, lo imbarazzasse: «Dunque, questo che vi ho letto in una traduzione degli anni Trenta del Novecento è l’ unico paesaggio mai descritto da Platone. E avete ascoltato con quanta delicatezza e precisione… fino a trasportare anche noi fra quelle cicale e il canto del ruscello. Vi ricordo che sono passati circa due millenni e mezzo.
«La maggior parte delle cose che racconterò in questi giorni a quelli di voi che insisteranno a volermi ascoltare vi potrebbe anche annoiare, ma dovrete essere voi a dirmi se questo accadrà, perché allora non insisterei…
La sostanza, e anche alcuni particolari, è ciò che ricordo delle prime lezioni di letteratura greca che tenne il mio insegnante, nell’ ottobre del 1945, alla facoltà di Lettere di Roma.
A volte le parole sono proprio quelle, alcune le segnai sul mio quaderno, altre invece le ho tenute a mente, direi, per tutta la vita. E dunque non posso sbagliarle».
Fu a quel punto che, dopo aver armeggiato nella tasca della giacca, tirò fuori un cartoncino e ce lo sventolò davanti, con un gesto rapido, come quello del prestigiatore che vuole mostrare, ma non troppo, e disse: «Questo sono io a quel tempo…». Era quasi impossibile distinguere il giovane della fotografia, qualcuno però osservò che era smilzo e biondo. Io intravidi poco più di un’ ombra appoggiata a qualcosa. Ma lui aggiunse con una certa fierezza: «… E avevo gli occhi celesti».
Fece una breve pausa e sospirò: «Al di là del muro che vedete bene, il muro dell’ università, e oltre il lungo bancone con i libri usati c’ erano le macerie della guerra. Una guerra devastante dopo la quale, come fu detto, non rimaneva nulla di umano, niente che non fosse da rifare. Guerra di liberazione. E la costruzione della libertà sembrava a tutti una sfida molto faticosa: ci si fermava e poi si ripartiva, a piccoli passi, fra dubbi, incertezze, discussioni anche violente.
«La libertà: una parola così grande e così antica. Noi non eravamo pronti; dopo la lunga sofferenza forse avevamo pensato che quella parola tanto invocata potesse avere anche un corpo, una dimensione fisica. Materia visibile, che non sfuggisse mai più di mano.
Invece fu molto più complicato, ma avremo modo di dedicare a questo una serata speciale, se vorrete. Intanto noi studenti avevamo sete d’ imparare e ci chiedevamo quale sarebbe stato il futuro. E quale ruolo potevamo avere nel costruirlo, nell’ immaginarlo, questo futuro. Libero, lo volevamo, e giusto. Ma, ripeto, sapevamo davvero noi, cresciuti nel ventennio di Mussolini, cosa fossero libertà e giustizia? E poi: politica, poesia e filosofia potevano stare insieme, convivere sotto il platano descritto da Platone per il suo Socrate e l’ amore di cui discettava?».
Il professore ci osservava, come se si aspettasse un’ interruzione, una domanda, che però non arrivarono. «Per che cosa, all’ indomani della riconquistata indipendenza, passavamo molte ore della notte a studiare? Alcuni di noi si dedicavano a decifrare i frammenti di Alceo e Simonide, che accantonavamo soltanto per riprendere la Critica della ragion pura.
Studi certamente non inutili ma abbastanza assurdi, poiché Saffo come vi dirò più avanti non va per niente d’ accordo con Kant, né Alceo con Hegel, e il modo di ragionare di una poetessa di Lesbo del VII-VI secolo a.C. non ha nulla a che vedere con quello di un filosofo tedesco di Königsberg del XVIII secolo. Saremmo diventati professori di greco e latino o di storia e filosofia, nei licei, o semplicemente filologi, o piuttosto filosofi puri? Chissà, il tempo della guerra e della dittatura non aveva distrutto il bisogno di imparare, di impossessarsi del pensiero e della poesia. E dunque le ore del giorno erano davvero poche, e si consumavano così in fretta.
» Fu a questo punto che cominciai a chiedermi se il professore non avesse deciso di considerarci – noi, quella decina di personaggi muti nella saletta fra i libri – una sorta di appendice, eredi di quegli studenti del 1945. Quando ci eravamo iscritti al ciclo di incontri, nessuno ci aveva avvertito che saremmo potuti diventare anche noi testimoni di una storia, protagonisti forse, così da poterla conoscere e giudicare a ragion veduta.
Il legame fra noi e i compagni di corso del professore si costruiva sulle sue parole, su quelle di Fedro e di Socrate, sull’ ombra del platano descritto da Platone. Sullo sguardo del vecchio professore, sui suoi occhi meno celesti di un tempo. Sulla sua gentilezza. Sarebbe stato impossibile sottrarsi a quel filo, anche se uno avesse voluto. Ormai eravamo coinvolti e, almeno per quanto mi riguardava, volevo vedere dove ci avrebbe portati: a una conclusione o davanti a molte domande?
Pensavo, ma senza certezze, che ritornare alla storia poteva restituire energie, un modo diverso di guardare al presente e dunque al futuro. Ma tutto era nell’insieme ancora molto confuso. Andare alle radici: era forse questo il tema?
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L’ INCONTRO: Il nuovo libro di Sandra Bonsanti, “Il canto della libertà” (Chiarelettere) sarà presentato giovedì alle 18.30 alla Feltrinelli Red di piazza della Repubblica 26. Sarà presente l’ autrice, con Tomaso Montanari e Lorenzo Fazio.

La Repubblica (Firenze), 07 settembre 2016

1 commento

  • Poter ancora leggere ancora oggi dei pensieri come quelli della Signora Bonsanti mi fa ritenere che per noi italiani non tutto è perduto: la speranza di un futuro intellettivamente migliore non è un’ utopia: essa è là, anche se ridotta a un
    lumicino; oso ben sperare…

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