IL DOMANI DELLA FEDE, UN’ EREDITA’

IL DOMANI DELLA FEDE, UN’ EREDITA’

Questo discorso verte su un tema drammatico. Perché a  conclusione di un Incontro che aveva come titolo “Un mondo senza domani”, la domanda è se vi sia un domani della fede, se la fede, la religione siano destinate a sopravvivere, se ci sarà questa eredità nel mondo di domani.
Mi pare che nel nostro tempo si sia mostrata come particolarmente profetica la parola di Gesù: “il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Luca, 18, 8). Certo se la fede fosse quella delle comunità sparse nel mondo che si incontrano a “Tonalestate”, o se fosse quella dei sette monaci uccisi a Tibhirine in Algeria, che abbiamo appena ricordato, la prognosi sarebbe favorevole. Ma è il fenomeno religioso stesso che oggi è messo in discussione, e c’è l’idea sempre più diffusa che esso non possa sopravvivere al soffio della modernità. Anche nelle discussioni che sono in corso in questi giorni sul terrorismo islamico, si è espressa una cultura triviale, secondo la quale la vera soluzione sarebbe che l’Islam scomparisse e l’unico rimedio alle guerre di religione sarebbe la fine delle religioni. Salvo poi a leggere sul Corriere della Sera che se il papa non vuole entrare in una guerra di religione, sono proprio i “laici” che debbono combatterla per difendere la nostra civiltà. Sono culture evidentemente sbagliate che la guerra invece di spegnerla l’accenderebbero.
Quanto a me, quello che cercherò di dire è che cosa lascio della mia esperienza col cristianesimo e con la Chiesa. Ma è chiaro che la domanda sull’eredità che resta del cristianesimo,  con le dovute trasposizioni interessa tutte le religioni, ed anche i non credenti, e riguarda tutti i Paesi, non solo l’Italia, e perciò riguarda anche gli stranieri che sono tra noi.
L’età della secolarizzazione
Dunque, ci sarà questa eredità? La nostra generazione ha rischiato di essere la generazione testimone e forse artefice di una interruzione nella trasmissione della fede cristiana da un secolo all’altro, da un millennio all’altro, almeno qui in Occidente. Il Novecento sotto questo profilo è stato drammatico, è stato il secolo della crisi. Abbiamo dovuto prendere atto che tutto il nostro cristianesimo, cattolico riformato  e ortodosso, quale si era andato svolgendo per secoli, alla fine ha prodotto Imperi e colonie, regimi totalitari – pagani, clericali od atei – due guerre mondiali, la Shoà e la bomba atomica, a cominciare da Hiroshima, di cui proprio oggi ricorre l’anniversario.
La seconda metà del secolo è stata l’età della secolarizzazione. Neanche le teologie più lungimiranti hanno potuto arginarla, da Bonhoeffer a Rahner a Barth, a Teilhard de Chardin a Panikkar. Le cose non andavano bene; il cristianesimo sembrava non più praticabile, si consumava l’apostasia delle masse, se ne andavano dalla Chiesa la classe operaia, gli scienziati, le donne; e nonostante il colpo di reni del Concilio Vaticano II la crisi si aggravava dopo il Concilio; i conservatori ne attribuivano proprio al Concilio la colpa, papa Wojtyla tentava una restaurazione papale, soprattutto mediatica, ma intanto le chiese si svuotavano, le comunità di base, staccate dalla grande Chiesa, perdevano il loro carisma originario, non animavano più il rinnovamento ecclesiale, i giovani non si sposavano più in Chiesa e non battezzavano i figli, mentre i sociologi della religione discutevano se si dovesse parlare di una fine o di un ritorno del sacro, e non ci si rendeva conto che il vero problema era la presenza o l’assenza di Dio.
Io ho vissuto dall’interno questa lunga crisi storica passando attraverso momenti di grande fervore, come nella prima educazione cattolica ricevuta nell’infanzia e fino alla FUCI, poi vivendo momenti di grandi speranze, come il Concilio, e infine giungendo a momenti di grande dolore dalla restaurazione montiniana fino alla tetraggine della CEI di Ruini. Certo, potrei dire con 2 Tim. 4,7: “ho terminato la corsa, ho conservato la fede”; però molti nodi si sono stretti e ingarbugliati lungo il percorso: molti nodi che solo ora, dopo il 13 marzo 2013 si stanno sciogliendo; mi sembra infatti che ora sia venuto davvero per la Chiesa il momento di passare il Capo di Buona Speranza.
I nodi della vita cristiana
I nodi di cui parlo non sono nodi personali, sono i nodi, le contraddizioni dello statuto pubblico della fede cristiana, come l’abbiamo vissuta in Italia; sono i nodi dell’esperienza di fede, di molte delle sue modalità e delle sue dottrine, accumulatesi nei secoli e portate fino a noi da una Tradizione vissuta come insindacabile e perciò priva di discernimento.
Alcuni di questi nodi li ho sperimentati da vicino, li ho vissuti a contatto di persone a me carissime, veri maestri di vita cristiana; ma più questi avevano fede, più si vedevano e apparivano stretti questi nodi.
Prendiamo ad esempio don Benedetto Calati, un uomo di Dio che è stato definito il più grande monaco del Novecento. Padre Benedetto era il generale degli Eremiti camaldolesi, e dunque il priore dell’eremo di Camaldoli; ma gli pareva priva di senso e di sapienza divina una vita di assoluta solitudine, un’ascesi di isolamento in una cella monastica; e quando all’eremo di Camaldoli morì l’ultimo recluso, di eremiti sottratti ad ogni rapporto umano non ne volle più e anche l’eremo divenne un cenobio.
Prendiamo Arturo Paoli, il piccolo fratello di Gesù, morto a cento anni dopo aver mirabilmente predicato il Vangelo della mitezza e dei poveri. Ma a Lucca, nel 1948, sul giornale diocesano, aveva guidato la crociata per le elezioni politiche e celebrato la vittoria della Democrazia Cristiana come vittoria di Dio e della Chiesa. Per sciogliere quel nodo di religione e potere aveva poi combattuto contro “i giorni dell’onnipotenza” della Gioventù Cattolica di Gedda e dei “baschi verdi”, era passato nel deserto e poi era andato a vivere una teologia di liberazione in America Latina.
E poi c’è il paradosso cristiano di Dossetti, uno dei grandi protagonisti del rinnovamento novecentesco, che più di tutti ha portato alla luce la contraddizione della vita ecclesiale in Italia, senza poterla togliere.
Egli ha vissuto come un conflitto la sua doppia fedeltà a Dio e agli uomini. Si prendano i dieci anni cruciali della vita pubblica di Dossetti, tra i suoi trentacinque e quarantacinque  anni: sono gli anni in cui fa la Resistenza, guida la lotta armata senza usare violenza, va alla Costituente, fa la Costituzione facendo prevalere un progetto di democrazia sostanziale, si inventa il dossettismo, lotta per un partito e uno Stato che realizzino la giustizia; cioè fa le cose più importanti per il mondo e per noi; ma dopo dieci anni nei suoi scritti spirituali dice che sono stati dieci anni perduti, perché si è occupato del mondo e non si è occupato abbastanza di Dio. C’è un nodo per cui è sentito come tolto a Dio ciò che si dà agli uomini[1].
Dossetti è il politico che prima di ogni altro denuncia la catastroficità della situazione storica all’inizio della guerra fredda, nella contrapposizione tra i blocchi, ma dice che non c’è niente da fare, e lascia la politica. Però il motivo non è solo politico; c’è a suo parere una “criticità della situazione ecclesiale” che non permette a lui di agire e alla cristianità italiana di far fronte alla crisi. E ciò a suo parere derivava dal fatto che per molti secoli si era prolungato “fino a raggiungere un grado molto avanzato, un certo modo cristiano cattolico di intendere il cristianesimo e di viverlo … che si dovrebbe definire attivistico e semipelagiano nel suo aspetto teologico”. Lo slittamento nell’eresia pelagiana sarebbe consistito in questo che il cattolicesimo aveva “questa colpa: di attribuire all’azione e all’iniziativa degli uomini rispetto alla Grazia un valore di nove decimi”. Esso possedeva per altro – aggiungeva –  un notevole spirito di conquista, una certa generosità, ma, soprattutto nella gerarchia, si riscontrava “una fondamentale mancanza di fede operante”[2]. Il nodo che soffocava la cattolicità italiana sarebbe stato dunque quello di un abito attivistico e di scarso affidamento sull’agire di Dio.
La contraddizione non tolta in questa visione dossettiana della fede era dunque tra azione degli uomini e azione di Dio. Non so se il termine “pelagiano” fosse appropriato per definire la sua critica; forse Pelagio non c’entrava, ma quel nome antico era usato per attaccare un attivismo tutto moderno nella pratica cristiana. In ogni caso se questo era il nodo della fede dinanzi a cui Dossetti si trovava, si può capire come tutta la sua vita sia stata poi rivolta ad affermare il primato se non addirittura il privilegio assoluto della preghiera; si può capire come, al contrario di padre Benedetto, vedesse nell’eremita la massima realizzazione del modello cristiano. Ciononostante egli sentì sempre fortissimo il richiamo all’impegno storico. Alla fine della sua vita sta e prega a Monte Sole con la sua comunità, e nello stesso tempo gira per tutta l’Italia in difesa della Costituzione. Alle sue monache, il 5 maggio 1993, detta le sue ultime conclusioni e dopo una lucidissima analisi della crisi, dice che bisogna concentrarsi sull’unicum del cristiano, cioè soprattutto pregare, però mantenendo ben viva la coscienza del tempo, e “pregare perché il Signore ritorni, anzitutto, presto, e ponga fine alla storia degli uomini”.
Questo è il nodo che il cristianesimo – e non solo italiano – non aveva sciolto: il nodo tra mondo, Chiesa e regno di Dio, il nodo che Dossetti aveva vissuto con la massima consapevolezza e che è restato non sciolto dopo di lui.
E c’erano pure altri nodi, e non si possono nominare tutti. Per esempio il nodo della libertà di coscienza, che il magistero dell’800 aveva così fieramente negato, era rimasto anche dopo il Concilio.
Io l’ho sperimentato scoprendo come fosse un valore da conseguire l’affermazione di una pari libertà di tutte le coscienze. Mi è capitato quando Paolo VI mi fece dire che dovevo cambiare la linea dell’Avvenire d’Italia che condannava i bombardamenti americani sul Vietnam, ammessi invece dai vescovi americani. Io risposi che non potevo cambiare linea perché mi sentivo di seguirla per obbligo di coscienza. Il messaggero papale replicò che anche il papa aveva la sua coscienza. Dunque c’era un nodo, un conflitto tra due coscienze, una era la mia, l’altra del papa. Solo che a dirigere il giornale non era il papa, ero io. Poi il giornale fu chiuso.
L’altro nodo era quello del rapporto fra fede e politica. E’ diventato stringente quando con la destra al potere, la Chiesa ha cercato di stabilire un rapporto diretto col potere politico. Ma anche a livello di base sembra tutt’altro che risolto, se, quando qualche mese fa abbiamo lanciato i Cattolici del NO per il referendum costituzionale, con una motivazione così cristiana come difendere la Costituzione democratica, si è scatenato un intransigentismo cattolico minoritario di base (e di sinistra!) che in nome del dogma della laicità ha negato che si possa chiamare in causa la fede quando c’è di mezzo la politica. In tal modo l’essere cristiani invece che essere un incentivo all’impegno storico diverrebbe un impedimento e un complesso da rimuovere.
Naturalmente ci sono molti altri nodi da cui è stata legata la fede cristiana che il Concilio aveva cominciato a sciogliere, ma che ci siamo portati dietro fin qui.
Il vento di papa Francesco
Ed ecco che rispetto a questi nodi, ha fatto irruzione la novità di papa Francesco che ha usato le chiavi di Pietro per aprire le porte e non per tenere i discepoli chiusi nel cenacolo per paura del mondo; e il vento dello Spirito ha ripreso ad andare dove vuole, ha caricato le vele[3], ha agitato le acque, e hanno cominciato a sciogliersi i nodi. E che i nodi cominciassero a sciogliersi si è visto fin dalla scelta del nome, Francesco, fin dal documento programmatico del pontificato, la Evangelii Gaudium.
Per tre anni ci siamo interrogati su che cosa fosse veramente questo papa, quale fosse la risposta alla domanda cruciale: “ Chi sono io Francesco?”[4], ci siamo chiesti che cosa si nascondesse dietro quel formidabile indizio che era la misericordia messa al centro di tutto, varco di ogni porta: la misericordia chiamata ad aprire le porte delle chiese come le porte delle celle, le porte delle frontiere chiuse alla vita ma non al denaro, come le porte del mare e della morte a Lesbo e a Lampedusa.
Al di là della ricchezza della proposta pastorale, ci doveva essere un’idea portante, un progetto, una proposta complessiva che desse ragione della svolta. E alla fine questa proposta è apparsa con chiarezza, ed è stato quando il papa, ricevendo il premio Carlo Magno in Vaticano, ha simbolicamente restituito a Carlo Magno, e prima ancora a Teodosio e a Costantino, la loro corona:  ossia ha proclamato l’uscita dalla cristianità, per far vivere il cristianesimo.
Questo è un passaggio che in verità è stato avviato nel Novecento, ma ora se ne apre davvero il cantiere: esso consiste nell’uscire dal regime di cristianità e far sgorgare le fresche sorgenti del cristianesimo.
Possiamo assumere, come data in cui viene formalizzata e da cui parte questa svolta (sono importanti le date come cippi del processo storico) il 6 maggio di quest’anno, il giorno in cui i leaders europei, da Angela Merkel al re di Spagna al presidente della Commissione europea Junker a Mario Draghi,  sono scesi a Roma per portare al papa il premio Carlo Magno. Sulle prime, secondo il suo stile contrario ai fasti mondani, Francesco aveva declinato l’offerta di questo premio, già ricevuto a suo tempo da Giovanni Paolo II. Ma il cardinale Kasper aveva insistito, e del resto era quella l’occasione più calzante per ridefinire i rapporti della Chiesa con l’Europa e con il mondo, non solo nello spazio, ma nel tempo, nel corso storico, secondo l’idea che il tempo è superiore allo spazio, propria di papa Francesco.
E che la svolta consistesse in questo, nel passaggio dalla cristianità al cristianesimo, come un aprirsi di nuovi spazi e come un processo da inverare nel tempo, si è potuto apprendere da due interpretazioni autentiche che dell’evento del 6 maggio sono state date.
La prima, pochi giorni dopo il 9 maggio, è del papa stesso in un’intervista al quotidiano francese La Croix, quando Francesco ha spiegato che Chiesa ed Europa sono due entità diverse; per questo lui non parla di radici cristiane dell’Europa, perché teme il tono con cui se ne parla, che può essere trionfalista o vendicativo. Il rapporto della Chiesa con l’Europa consiste nella lavanda dei piedi, cioè nel servizio. “Il dovere del cristianesimo per l’Europa – ha detto il papa – è il servizio”. E qui ha fatto una citazione che è un po’ la chiave di volta per mettere in chiaro il suo pensiero, ha citato il gesuita Erich Przyvara, “grande maestro di Romano  Guardini e di Hans Urs von Balthasar”, il quale ha scritto che “l’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi, ossia il servizio e il dono della vita”. Tradotto, vuol dire che l’Europa cammina nella storia e la Chiesa le lava i piedi e le dona la vita.
L’articolo della Civiltà Cattolica
La seconda interpretazione autentica dell’evento del 6 maggio 2016 l’ha data la Civiltà cattolica dell’11 giugno, attraverso un articolo del suo direttore Antonio Spadaro,  e poiché in tale articolo egli sostiene una tesi già avanzata quattro mesi prima sulla stessa rivista, dati i rapporti di questa rivista col papa deve trattarsi di una tesi attendibile. Nel suo discorso ai leaders europei, scrive padre Spadaro, Francesco evoca un autore per lui importante, il grande teologo gesuita Erich Przywara e cita la “sua magnifica opera “ intitolata “l’idea dell’Europa”[5]. Commenta padre Spadaro: “Citando ‘L’idea dell’Europa’ che egli ben conosce, Francesco rivela la sua convinzione, che era quella del teologo gesuita: siamo alla fine dell’era costantiniana e dell’esperimento di Carlo Magno. È interessante, dunque, che il papa citi Przywara proprio in questo contesto carolingio. La ‘cristianità’, cioè quel processo avviato con Costantino in cui si attua un legame organico tra cultura, politica, istituzioni e Chiesa, si va concludendo. Przywara … è convinto che l’Europa sia nata e cresciuta in rapporto e in contrapposizione con il Sacrum Imperium, che ha le proprie radici nel tentativo di Carlo Magno di organizzare l’Occidente come uno Stato totalitario” [6].
Neanche il Concilio aveva superato la cristianità
Cristianità vuol dire precisamente cristianesimo più società, cristianesimo più sovranità terrena. I due termini si congiungono, perdono la loro specifica identità, fino a diventare un termine solo. Ciò instaurava un processo che supponeva la Chiesa come la realizzazione stessa del Regno di Dio sulla terra, e quindi faceva della Chiesa la vera sovrana terrena. È in forza di questa sovranità che il papa assegnava ai re di Spagna le terre degli Indios nuovamente scoperte.
Ora si chiude questa fase, ma è una fase che è durata 1700 anni.
Neanche il Concilio Vaticano II era riuscito a superare la condizione di cristianità. Esso  aveva visto il problema, aveva dato per scontato che l’età costantiniana fosse finita, Paolo VI aveva considerato un regalo della Provvidenza che i bersaglieri fossero entrati a Porta Pia facendo venir meno il potere temporale della Chiesa: perciò il Concilio effettivamente aveva segnato una discontinuità. Però uscire dalla cristianità non vuol dire solo che la Chiesa non esercita il potere politico. Se, smarrendo la differenza di Dio essa si fa sua sostituta e vicaria pretendendo di esercitare la sovranità di Dio sulla terra, Costantino non è finito. Il limite del Concilio, che ne ha poi condizionato per cinquant’anni la ricezione, è stato questo. Come dirà don Giuseppe Dossetti alcuni decenni dopo, lo stesso Concilio non era riuscito a venir fuori dal vecchio paradigma, “era stato tutto pensato in regime di cristianità”[7]. Quel regime invece era finito e non se ne doveva avere nessuna nostalgia né cercare di “salvare qualche rottame. Il sogno dello storico Eusebio di Cesarea – che ha idealizzato Costantino e la sua opera anzi il regime che direi formalmente teodosiano, più che costantiniano, di Teodosio il grande che ha dato le prime linee di una struttura cristiana dell’Impero – è finito, irrimediabilmente finito. È finito dappertutto”[8].
Dossetti vedeva bene il problema e preparava la strada per Francesco. Ma ora forse possiamo dire che lo stesso Dossetti era rimasto incluso in una condizione di cristianità, perché i nodi rimasti non sciolti fino alla fine della sua vita sono i nodi propri di una ideologia della cristianità. Nella sua forma pura infatti la cristianità è la piena instaurazione della signoria di Dio sulla terra, ma poiché questa non può essere opera umana, l’uomo che con tutte le sue forze aspira a questa totalità divina non può che mettere tutto in Dio e considerare perduto ciò che non è “fatto” sacro, ossia riservato a Dio (e perciò tolto dal profano), e di conseguenza non ha compito altrettanto importante che la preghiera. E poiché la signoria di Dio nella sua pienezza non è realizzabile sulla terra, alla fine non può che desiderare e affrettare la fine della storia.
Per una storia del regime di  cristianità
Ma in che consiste realmente il regime di cristianità dal quale la Chiesa si mette oggi in stato d’esodo, e che significa uscirne?
Ci sono molti modi per descrivere il regime di cristianità, come si è andato svolgendo nell’età moderna e fino ad ora.  Un approccio assai utile mi sembra quello offerto dall’opera storiografica di Paolo Prodi, che si è snodata in diversi capitoli a partire dal 1982[9]. La storia di Paolo Prodi non è solo una storia della Chiesa e non è solo una storia secolare ma, rompendo lo specialismo accademico, è una storia interdisciplinare nella quale Chiesa e società secolare appaiono intrecciate nel processo di svolgimento dell’Europa e dell’Occidente, e precisamente per questo si rivela come una storia e un’ermeneutica della cristianità intesa come unità di religione, politica, economia, cultura, istituzioni.
Prodi ricostruisce nel seguente modo l’itinerario del rapporto cristianesimo-società lungo i secoli dell’età moderna dopo la fine dell’esperienza della res publica christiana medievale e del Sacro Romano Impero carolingio.
La prima fase è quella in cui la Chiesa si trova a fronteggiare i nuovi Stati e poteri emergenti in Europa, e il papato cerca di costruire uno Stato proprio come un principato rinascimentale in rapporto con il sistema italiano delle signorie e dei principati: uno Stato quindi che in quanto tale possa costituire la base di un nuovo potere universale indipendente, e in concorrenza con le potenze emergenti.
Sconfitto questo modello, nascono dopo la riforma protestante Chiese territoriali coincidenti con il potere politico degli Stati moderni che vanno sorgendo. In questa fase la lettura di Prodi è che il papato abbia fornito un “prototipo” per le moderne monarchie assolute, con un esempio dell’unione tra potere spirituale e temporale e con la trasformazione della politica stessa da esercizio di imperio a un nuovo potere che tende a formare e a disciplinare l’uomo dalla nascita alla morte; un processo in cui si perde ogni dualismo tra religione e società, tra fede e potere.
Gli Stati peraltro si contrappongono  alla Chiesa sul piano temporale e ne contrastano l’egemonia; e allora con la riforma tridentina la Chiesa mira a costruirsi una nuova autorità universale non basata su una concorrenza con gli Stati sul piano politico ma sull’attribuzione al papa di una nuova giurisdizione sulle anime. La piattaforma ideologica è quella indicata dai camaldolesi Paolo Giustiniani e Vincenzo Quirini nel 1512: “al papa è affidato il governo di tutta l’umanità nella diversità dei regimi, delle razze, delle consuetudini e delle stesse religioni”. Tutte le genti sono soggette alla potestà del papa; non però in concorrenza con i principati terreni, la vera Chiesa di Dio non è fatta dalle città o dagli edifici manufatti, ma dalla congregazione degli uomini, dalla comunità umana. Dunque si tratta di una sovranità spirituale del pontefice come parallela alla sovranità temporale dei principi[10]. Il modello comunque è comune: sovranità temporale l’una, sovranità spirituale l’altra. C’è un Cesare per le cose di Cesare e c’è un Cesare per le cose di Dio. In ciò società e Chiesa sono uguali, ambedue società perfette, e così giungono fino a noi.
La distinzione tra Dio e Chiesa, tra Chiesa e mondo
Prodi lamenta che in questa amalgama si è andato perdendo il dualismo che dal conflitto tra Chiesa e Impero alla distinzione tra foro ecclesiastico e civile, alla dialettica tra coscienza e fede, ha attraversato la modernità dando vita a quello che chiamiamo Occidente.
In realtà attraverso le diverse forme in cui si è andato svolgendo il regime di cristianità si è perduto un altro dualismo, un’altra distinzione, ancor più fondamentale, quella tra Dio e la Chiesa, tra regno di Dio e società mondana. Nelle diverse varianti della cristianità, da Teodosio a Carlo Magno a Gregorio VII, a Bonifacio VIII, alla proclamazione dell’infallibilità pontificia del Vaticano I, la Chiesa si è fatta rappresentazione di Dio sulla terra, non solo mandataria di Dio, ma sua sostituta, anticipazione del regno di Dio nel già e non ancora della sua realizzazione terrena.
Nella predicazione di papa Francesco è tornato più volte il monito, che già conosciamo, contro l’errore pelagiano, inteso come una sorta di incontinenza attivistica nella Chiesa. Ma se il riferimento a Pelagio è corretto, bisogna dire che nel regime di cristianità non sono tanto i singoli cristiani ma è la Chiesa stessa che è pelagiana; attribuendosi la sovranità divina sulla terra, sia nella forma temporale che in quella spirituale. E allora si può capire la portata della svolta che consiste nell’uscire dalla cristianità per far vivere il cristianesimo. Essa significa ristabilire la distinzione non solo tra Chiesa e mondo, ma tra Chiesa e Dio. Questo vale non solo a cambiare la Chiesa, ma a cambiare l’idea stessa di religione.
La Chiesa non è il cristianesimo realizzato, come il socialismo reale, ne è solo il segno e lo strumento, come dice il Concilio; non è la società umana trasformata in regno di Dio, ne è invece l’ospedale da campo, come dice Francesco, quella che le lava i piedi, quella che con la società umana non ha altro rapporto che la misericordia, perché solo nella misericordia è la verità; la Chiesa è quella che, spoglia del potere, con forza profetica dice al potere che il re è nudo, che l’economia uccide, che il denaro domina e che l’umanità per nessuna ragione, né politica, né economica, né religiosa può essere divisa in eletti e scartati.
Uscire dalla cristianità vuol dire non chiudersi nella cella sbarrata della preghiera, vuol dire non avere fretta che la storia finisca, ma anzi salvarla, perché possa durare, perché la storia è buona, e laudato sì il Signore che ce l’ha data con tutte le sue creature. Uscire dalla cristianità vuol dire non pensare alla storia, o alla Chiesa stessa, come  catastrofe, perché quella è apocalisse, non è Vangelo.
Uscire dalla cristianità vuol dire prendere congedo definitivo dalle letture fondamentaliste e letterali della Bibbia che ci hanno consegnato la versione del Dio violento che, come ha detto la Commissione Teologica Internazionale del Cardinale Muller[11], è il frutto di un fraintendimento di Dio; vuol dire uscire da dottrine ispirate all’ideologia della cristianità come quella agostiniana della “massa dannata”; vuol dire abbandonare la dottrina strettamente connessa a quella del peccato originale, della “soddisfazione” sacrificale richiesta dal Padre al Figlio sulla croce; quella dottrina del sacrificio preteso da Dio che il papa emerito Benedetto XVI ha definito “in sé del tutto errata”[12]; uscire dalla cristianità vuol dire uscire dall’iperbole per la prima volta enunciata da papa Wojtyla secondo la quale il rapporto coniugale indissolubile sarebbe la traduzione terrena dello stesso mistero trinitario[13].
Uscire dall’ideologia della cristianità vuol dire affermare, come ha fatto la sentenza del 7 luglio del tribunale pontificio che ha assolto due giornalisti italiani, che la libera manifestazione del pensiero e la libertà di stampa, bestia nera del magistero petrino dell’Ottocento, “sono di diritto divino” e stanno nell’ordinamento giuridico dello Stato della città del Vaticano non meno di come stanno nella Costituzione italiana.
Uscire dal regime di cristianità non vuol dire infatti solo che la Chiesa rinuncia al potere temporale. Comporta una penetrazione dottrinale, un balzo innanzi, come diceva Giovanni XXIII, e soprattutto una comprensione più avanzata di che cosa significhi la signoria di Dio e il regno di Dio annunciato come vicino.
Perché è chiaro che uscire dal regime di cristianità per ripartire dalla sinagoga di Nazaret, dove Gesù reinterpretò Isaia, e approdare al cristianesimo, vuol dire non solo rinunziare alla clamide purpurea di Costantino, alla mozzetta rossa che papa Francesco non ha mai indossato, ma vuol dire ripensare l’idea stessa di regalità. Si tratta di una parola che ricorre spesso nel lessico cristiano. Una parola che bisogna maneggiare con cura, perché i cristiani la usano sia per celebrare Cristo re, sia per fondare la metafora del regno di Dio; ma è stata anche la categoria su cui si è costruita la sovranità della Chiesa e si è strutturata la cristianità politicamente intesa.
Il re secondo Pilato
E allora per fare chiarezza occorre tornare al pretorio, dove è in questione l’identità di Gesù, e Pilato gli chiede se egli sia re. Col procuratore romano la questione è quella del potere, è la questione di Cesare. È Pilato che introduce la questione regale, che chiede a Gesù se davvero è il re dei Giudei. Gesù non nega, ma chiede a Pilato da dove venga la sua strana domanda. E all’insistenza del magistrato romano, nel momento stesso in cui accetta di entrare nel suo linguaggio – “tu lo dici io sono re” – nega di esserlo perché attribuisce a ciò che Pilato chiama re un contenuto impossibile. Dice infatti Gesù: “tu lo dici, io sono re. Per questo io sono nato, e per questo sono venuto al mondo, per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Giov. 18,37). Questa risposta di Gesù vuol dire appunto negare di essere re, nel senso in cui si è re per Pilato, e si è re per il mondo. Infatti l’essere re non ha niente a che fare con la verità. Il potere è sfidato dalla verità, il potere e la verità non abitano su monti vicini. Per come gli uomini e le dottrine hanno costruito il potere, di cui il principe è il massimo emblema, il potere teme la verità e governa con la menzogna. La Bibbia ne ha piena coscienza, a cominciare dalla menzogna omicida del re David che manda Uria a morire in battaglia non per vincere la battaglia ma per prendersene la moglie. Machiavelli fa della menzogna la professionalità stessa del principe, perché senza mentire non si acquistano né si conservano i principati; Carl Schmitt mettendo nella contrapposizione al nemico il criterio del politico, esclude dalla politica la verità, perché la verità non si può dire al nemico; la guerra del Vietnam fu costruita sulla menzogna, a partire dalla falsa accusa dell’incursione vietnamita nel Golfo del Tonchino, smascherata poi dai Pentagon Papers; il rapporto Chilcot in Gran Bretagna denuncia che Blair e Bush invasero l’Iraq nel 2003 ingannando il mondo con la falsa notizia delle armi di distruzione di massa irachene, in Italia da Berlusconi a Renzi la bugia ha governato la politica e la comunicazione di massa. Io, nella mia lunga professione ho scritto su molti giornali e molti ne ho lasciato. E tutti quelli che ho lasciato, dall’Avvenire d’Italia alla Stampa fino a Rocca, li ho lasciati per una ragione di verità.
Se Gesù dice sono venuto per la verità, la risposta a Pilato è: no, non sono re. Usa la parola, che Pilato gli offre, per negare la cosa. L’insegnamento di Gesù è che la verità rende liberi. Il potere non rende liberi. Il popolo è libero se diventa esso stesso sovrano. Perciò, nel senso di Pilato Gesù non è re. E, pur tutto concesso alla metafora, non è un regno quello di Gesù. E perciò non può esserlo quello della Chiesa. Non solo il regno di Gesù non è di questo mondo, ma non è affatto un regno; del tutto diversi, e anzi opposti, rispetto al modo di essere di Gesù, sono i presupposti, le dottrine, i codici di un regno, oggi diremmo di uno Stato. E come compito profano, aggiungiamo che è la statualità, in quanto sovrana, che va ripensata, che va diversamente fondata.
Perciò non è alla categoria della regalità che si può far ricorso per stabilire una continuità dal Vangelo alla cristianità alla Chiesa. La modalità non è quella del potere, comunque lo si chiami. Il date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio va inteso in modo più radicale. In nessun caso, nemmeno se si ritira ad esercitare un potere solo spirituale, la Chiesa può essere pensata come Cesare. Essa non è un Cesare che si occupa di ciò che è di Dio, non ci sono due Cesari, un Cesare che domina le cose di Cesare, e un Cesare che domina le cose di Dio. Semplicemente Dio non è Cesare, il suo regno non è di questo mondo non perché il mondo non ne sia degno, ma perché non è un regno. Perciò non può esistere una cristianità perché la cristianità è pensabile – ed è stata pensata – solo nelle forme di un regno, di un potere, di un imperio.
La Chiesa in uscita di papa Francesco  vuol dire allora uscire dalle contraddizioni, dai nodi e dai fraintendimenti della religione e del sacro che sono propri di un cristianesimo inteso come cristianità, uscire dal dominio dei Cesari e attingere la libertà dei figli di Dio.
Nessuna religione sogni più il sogno di Costantino
Questo non  vale solo per il cristianesimo, ma vale  anche per l’Islam e per ogni altra religione. Perché altrimenti si scatena – e lo vediamo – la tentazione della violenza, come via errata per la vittoria di Dio. È solo fuori dell’ipotesi di cristianità e di ogni altra fede trasformata in regime, che i nodi che soffocano la religione si sciolgono, e Dio può essere riconosciuto come il Dio della misericordia.
Perciò il problema dell’uscita dalla cristianità non è solo del cristianesimo.. Perché tutte le religioni hanno avuto la loro notte oscura, in cui hanno sognato il sogno di Costantino, “in hoc signo vinces”, in cui si sono smarrite dando ascolto alla voce del tentatore che già aveva fallito con Gesù quando gli aveva detto: “tutti questi regni ti darò col loro splendore se prostrandoti mi adorerai” e, sconfitto, si era prefisso di tornare “al tempo opportuno” (Mat. 4, Luca, 4). Prima che la notte finisca, molti di questi segni saranno ancora alzati con pretesa di vittoria: la croce, il grido “Allahu Akbar”, le insegne dell’Imperatore, i vessilli del “Dio lo vuole”, gli idoli della guerra perpetua, del denaro sul trono. Tutte le religioni, ognuna con i suoi tempi, devono uscire dalla loro forma di cristianità, devono allontanarsi da quel sogno di vittoria, spogliarsi delle maschere regali. L’Islam dovrà ritrovare nel Corano il pluralismo, uscire dall’ideologia della sharia realizzata contro la società degli infedeli, Israele deve separarsi dall’ideologia di Sion  e dello Stato degli Ebrei concepito come lo “Stato della redenzione”, l’induismo “convertito”, come dice Panikkar.  tornerà a bagnarsi nel Gange alle sue sorgenti, incontaminato dal potere, le culture laiche rinunceranno ai loro assoluti di riserva, a cominciare da quello del denaro e del mercato.
Così le religioni si salveranno, e saranno davvero vie di salvezza.. E questa è l’eredità che come cristiani, nella continuità di una tradizione sia degli apostoli che dei discepoli, vorremmo che fosse trasmessa nel succedersi delle generazioni.
[1]  Dice, rivolgendosi a Dio: “Io ti ho defraudato della freschezza e del vigore della gioventù a te consacrata” in “questi dieci anni trascorsi sempre più fuori di te”. V. Giuseppe Dossetti, La coscienza del fine, Appunti spirituali 1939-1955, Edizioni Paoline, Milano, 2010, pp. 74 seg.
[2]  Giuseppe Dossetti, Discorso del 17 marzo 1994 al clero di Pordenone, in: Id. Il Vangelo nella storia, Edizioni Paoline, Milano 2012.
[3] 1 Cor. 7, 29.
[4] Raniero La Valle, Chi sono io Francesco? Cronache di cose mai viste, Ponte alle Grazie, Milano, 2015.
[5] Enrich Przywara, L’idea d’Europa. La “crisi” di ogni politica “cristiana”, Trapani, Il Pozzo di Giacobbe, 2013, 119.
[6] Antonio Spadaro, Lo sguardo di Magellano, L’Europa, Papa Francesco e il Premio Carlo Magno, La Civiltà Cattolica, 2016 II 469-479, 11 giugno 2016.
[7] Giuseppe Dossetti, Discorso del 17 marzo 1994 al clero di Pordenone, in: Id. Il Vangelo nella storia, Edizioni Paoline, Milano 2012,  pag. 23 seg.
[8]  Idem, in Il Vangelo nella storia, cit., pag. 34.
[9] Paolo Prodi,  Il sovrano pontefice, Il sacramento del potere, Una storia della giustizia, Settimo non rubare, Il tramonto della rivoluzione, tutti del Mulino.
[10]  Paolo Prodi, Chiesa e globalizzazione, in Mondoperaio 5/2016, pp. 12 e seg.
[11] Commissione Teologica Internazionale, Il monoteismo cristiano contro la violenza,  6 dicembre 2013, pubblicato il 17 gennaio 2014.
[12]  Intervista al papa emerito Benedetto XVI, Osservatore Romano,  17 marzo 2016 .
[13] Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, 22 novembre 1983.
(*) Discorso per la conclusione dell’Incontro di “Tonalestate” sul tema “Un mundo sin maňana” (Un mondo senza domani), a Ponte di Legno, 6 agosto 2016 (versione lunga).

cdbitalia, 15 agosto 2016

 

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