Triste cerimonia

Triste cerimonia

 

Il celebre testo dei due sociologi Daniel Dayan ed Elihu Katz “Le grandi cerimonie dei media” (1992) ha descritto caratteri ed effetti della rappresentazione mediatica degli avvenimenti che suscitano clamore. E’ una citazione ripetuta, ma sempre valida, perché la storia si ripete. Infatti, il terremoto dei giorni passati è stato (ed è) trattato come un genere televisivo, con stili e modalità collaudati nella pratica quotidiana dell’estetica del dolore e del voyeurismo sfacciato. E l’attitudine acquisita e rodata nei tanti format quotidiani è pronta per l’uso quando la realtà supera la fiction per trasformarsi a sua volta in reality.

Vanno distinti, ovviamente, i momenti straordinari della copertura informativa dai chiacchiericci di cui si sono infarcite parecchie trasmissioni. Fa caso a sé la puntata di “Porta a porta” in cui si discettava anche di un eventuale ritorno economico del terremoto. Tuttavia, sembra proprio che la rappresentazione della morte non riesca a sfuggire a canoni di racconto cresciuti e addomesticati dalla torsione commerciale del sistema, in cui l’ossessione è quella di aumentare l’audience per vendere la pubblicità. Anche se quest’ultima viene abolita dalla Rai per rispettare il lutto nazionale.

Eppure, proprio nella tragedia emerge un’Italia buona e generosa, fatta di associazioni non profit, di volontari, di eroi comuni e di cronisti proprio bravi. E’ il contesto, però, che segna il tempo della decrescita televisiva, essendo evidente che la “diretta” non è più monopolio del vecchio schermo. La rete, con la sua molecolare istantaneità, incombe e travolge i media classici, sospinti così al commentario sopra le righe, per emergere nel flusso delle news. Giustamente si sono domandati analisti ed esperti come Michela Mezza come mai la “geometrica potenza” dei social non sia stata utilizzata dai mezzi tradizionali. Foto, selfie, dirette on line costituiscono gli avamposti di una inedita ricchezza comunicativa, da considerare non altro, bensì uno strumento essenziale.

Ognuno può diventare un protagonista attraverso un telefono cellulare, un iPhone, un iPad e i broadcaster potrebbero trarne un vantaggio enorme. Insomma, persino la narrazione della tragedia ha la potenzialità di emanciparsi dalle retoriche enfatiche o “pelose”, per assumere la dimensione di un vero “servizio pubblico”. Pubblica o privata che sia la proprietà dei canali. E’ un passaggio chiave: verso la costruzione di una rete al servizio dei soccorsi. Come è già con la radio, che fu già essenziale per la ricostruzione dell’Irpinia devastata nel 1980.

E’ chiaro che un simile salto di qualità impone un’etica rigorosa. Ne hanno parlato e scritto, ad esempio, Roberto Saviano ed Enrico Mentana. L’era digitale richiede pure l’isolamento dei fenomeni di bullismo e di ebetismo che navigano al riparo -spesso- dell’anonimato. Si apre, di necessità, una fase diversa, in cui si gioca la credibilità dell’idea (e non solo della forma giuridica) di servizio pubblico.

In particolare la Rai, cui dovrebbe essere riconsegnata a settimane la concessione statale, ha l’occasione di diventare una effettiva net-company, rompendo gli indugi conservatori. Per fungere da apripista, superando l’ingombro di troppi detriti del passato.

PS. L’apertura alla rete non va intesa come rinnovata subalternità agli oligarchi di turno. L’accoglienza trionfale regalata a Mark Zuckerberg nella visita italiana ha raggiunto, invece, vette di provincialismo che neppure Alberto Sordi.

il manifesto, 31 agosto 2016

 

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