Femminicidio, “Quelle parole che educano in modo sessista”

Femminicidio, “Quelle parole che educano in modo sessista”

Corpi bruciati, bastonati, violentati, uccisi. Corpi da possedere, domare, eliminare se non si possono avere, se dietro questi corpi spunta una testa, una volontà, una libertà. È orrenda la lista delle donne uccise, è misera quella dell’impotenza di maschi che per esistere uccidono. Basta: lo si vorrebbe gridare, soprattutto fare. Ma fare, non si fa. «Non serve niente se non si comincia da lontano, da una cultura rovesciata rispetto a quella di oggi, da una nuova generazione che abbia una concezione diversa dei ruoli di genere». Dice Irene Biemmi, ricercatrice all’università di Firenze e autrice del libro «Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri del elementari» (Rosenberg & Sellier) da cui è stato tratto lo spettacolo- conferenza tra Biemmi e Daniela Morozzi, «Rosaceleste », che inaugurerà il 13 ottobre al Puccini la rassegna “Una stanza tutta per le».

I libri delle elementari spiegano il femminicidio?
«Non solo, ma hanno una parte fondamentale nel costruzione degli stereotipi e di ruoli complementari e non interscambiabili. Perfino le parole sottolineano la negatività del discostarsene: maschiaccio per le femmine vivaci, femminuccia al bambino che non fa il duro. Nei libri di lettura scolastica le madri trascorrono la giornata in casa attendendo marito e figli, raramente lavorano e caso mai da maestre, parrucchiere, estetiste. E non sono libri degli anni ’50 ma degli anni 2000. Per gli uomini ho contato ben 50 professioni: geologi, astronauti, esploratori, giornalisti, medici, scienziati e i padri sono raffigurati fuori e al lavoro. Le bambine giocano in camera, i bambini in affascinanti e avventurosi grandi spazi esterni».

Dopodiché?
«Si insinua la percezione che il troppo uscire, soprattutto di notte e da sole, debba essere per le donne pericoloso. Il mondo si spacca in due e la relazione tra i generi diventa un problema. La violenza è problema complesso ma la disparità sociale si riproduce anche nelle relazioni private: relazioni mancate basate su archetipi di uomo forte, prevaricatore, aggressivo, tutte caratteristiche su cui fondare la virilità, e di donna docile, sottomessa».

Da dove cominciare?
«Si è sempre pensato a liberare dagli stereotipi le donne perché discriminate. Certo. Ma bisogna anche giocare d’anticipo e agire sull’educazione dei futuri uomini. Gli aggettivi usati nei libri scolastici per i bambini sono: forti, audaci e coraggiosi, a tratti irosi e violenti. Senza critiche ma con

la legittimazione di un’immagine di virilità che fa tutt’uno con la violenza. I bambini devono avere atteggiamenti di sopraffazione sia per farsi intendere tra maschi che con l’altro genere. Ragionare su quale educazione dare ai bambini significa scardinare il principio che virilità sua uguale a forza. I ragazzini hanno paradossalmente un fardello sulle spalle più opprimente delle bambine con cui ormai da anni le mamme ragionano di come svincolarsi».

La Repubblica Firenze, 4 agosto 2016

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