Il No al referendum e le sofferenze di un Democratico

Il No al referendum e le sofferenze di un Democratico

Qualche giorno fa ho preso la parola nella Direzione Regionale del PD del Friuli Venezia Giulia – della quale, indegno come sono, faccio parte – per spiegare perché voterò NO al Referendum Costituzionale, andando contro la linea ufficiale del partito al quale convintamente appartengo. Non è stato per me un momento facile, questo è quello che ho detto:

“Per la prima volta mi presento con un intervento scritto, ma quanto devo dire mi è fonte di particolare sofferenza, dato che – in oltre 20 anni di militanza – sempre forte è stato in me il richiamo all’unità del partito, alla lealtà verso le nostre scelte, così come la voglia di far prevalere le ragioni del sentirmi parte, dello stare insieme, anche quando l’istinto o la pulsione del momento avrebbero indotto scelte diverse.

Ci è chiesto impegno in vista del referendum d’autunno e io impegno lo sto garantendo, ma a malincuore a favore del NO e ne spiego in estrema sintesi le ragioni. Non mi soffermerò su aspetti di natura giuridica, per questi rimando al documento firmato – tra gli altri – da ben 11 ex presidenti di Corte Costituzionale. Preferisco in questi pochi minuti sottolineare le ragioni essenzialmente politiche, interne ed esterne al partito.

Innanzitutto, perché sento i valori della Costituzione come prevalenti sulle strategie di un partito o sul bisogno di sopravvivenza di una classe dirigente, ma soprattutto perché i contenuti di questa riforma non sono mai stati discussi con la cittadinanza o tra noi… Non erano previsti nel programma elettorale 2013 e neppure nella scarna mozione congressuale di Matteo Renzi. Una riforma uscita dal cilindro che avrebbe potuto comunque diventare patrimonio unitario se solo si fosse voluto sanare il gap di democraticità, partendo da noi e rafforzando la condivisione dei contenuti e dei fini attraverso il ricorso a forme di consultazione tra gli iscritti – come pure previsto dallo Statuto – ma non si è mai, neppure in minima parte, ritenuto di attenuare la verticalità dell’intero processo. Lo stesso vale per il contesto regionale. La Costituzione viene cambiata anche in parti che potrebbero alterare la nostra autonomia eppure neanche una volta in 2 anni, la Direzione o l’Assemblea sono state chiamate per esprimere un parere o dare una qualche indicazione ai nostri parlamentari.

E dunque, per quale altra ragione che non sia il mero spirito di fazione dovrei sentire “mia” una riforma della quale non condivido il percorso, lo spirito, le finalità e nella quale – come cittadino e iscritto al partito – non sono mai stato coinvolto in nessun momento?

Conosco perfettamente tutta la retorica del SI – o del SignorSI – sull’ineluttabilità della riforma, sul contesto, sui rischi della non approvazione e tutto il corollario allarmistico e strumentale messo in piedi – spesso con caotici taglia-incolla di citazioni di statisti morti, mancando la fantasia per crearne di nuove – ma non riesco a convincermi… Bisognava fare di più per ascoltare le voci del dissenso nella nostra comunità e per quanto possibile farsene carico. Molti di noi – io per primo – non chiedevano di meglio che un gancio, anche piccolo per dire SI e riconciliare coscienza e appartenenza. Non lo si è voluto fare, si è preferita l’ostentazione muscolare e ora se ne paghi il prezzo.

Ma sono contrario alla riforma anche per profonde ragioni politiche. Innanzi tutto, l’idea di democrazia. Se leggiamo il testo emerge infatti che:

(1) il Senato non sarà più eletto dai cittadini ma nominato dai partiti nei consigli regionali; (2) il monopolio dell’indirizzo politico apparterrà a una Camera eletta con legge fortemente distorsiva del rapporto voti espressi/seggi ottenuti; (3) le firme necessarie per presentare una proposta di legge di iniziativa popolare vengono triplicate; (4) dal 7° scrutinio il presidente della Repubblica potrà essere eletto da una minoranza dei membri del Parlamento; (5) viene abolito il CNEL che – per quanto inadeguato – rappresentava il principio di un maggiore coinvolgimento dei corpi intermedi nelle scelte di carattere economico; (6) vengono abolite le Province, organo a legittimazione popolare diretta presenti nel nostro ordinamento dal 1848; (7) vengono ridotte le materie di competenza legislativa regionale in favore del centralismo statale; (8) le materie residue possono essere sottratte alle regioni su richiesta del governo e voto favorevole della Camera dei Deputati, senza neppure un parere dell’effimero Senato delle Regioni.

Nulla di questo, preso singolarmente, è totalmente errato. Ma lo è l’impianto complessivo, la lettura “ideologica” che emerge: ogni volta che ci si è trovati al bivio tra valorizzazione del pluralismo e della partecipazione da un lato e il rafforzamento del decisionismo verticistico dall’altro, si è scelta questa seconda strada. La visione politica che si cela dietro la riforma è claustrofobica. Si sostituisce un modello di democrazia certo più lento, più complicato, ma più plurale, legato alla partecipazione e alla vitalità dei corpi intermedi con un’altra idea, meramente elettorale, più scarna, poco esigente.

La sovranità continua ad appartenere al popolo, ma è esercitata una sola volta ogni cinque anni per eleggere un Capo. E’ la resa culturale e politica a una idea di società tutta verticista, a un tempo pigra e elitaria. Si finge di essere moderni, ma è solo un ritorno alle prassi del liberalismo censitario dell’800.

La seconda ragione politica del mio NO nasce dalla consapevolezza che le Costituzioni non sono solo testi giuridici, ma “patti politici” tra diversi e solo se altamente consensuali sono pienamente vitali sul lungo periodo. Da almeno 15 anni – invece – ogni maggioranza politica ha imposto la propria idea di Costituzione. Nel 2001 fu il Centrosinistra a approvare con ristretto margine la riforma del Titolo V che oggi si vuole smontare. Nel 2006 fu il Centrodestra e grazie alla saggezza del popolo italiano quella riforma fu bocciata. Oggi siamo noi, che presentiamo agli elettori non un testo nobile e condiviso, ma un pasticcio approvato a furia di trucchi procedurali, risse e ricatti, in un clima in cui tutti – governo e opposizione – hanno dato il peggio di sé.

Il testo che si vuole approvare non sarà vitale perché non è condiviso. E spero che il referendum fallisca perché con esso – forse – fallirà definitivamente l’idea che la Costituzione sia solo una delle tante leggi a disposizione del leaderino di turno. Così come la scuola e l’università, stravolte a ogni giro di valzer ministeriale; le norme sul lavoro, cambiate da cima a fondo almeno 4 volte in 20 anni; il sistema pensionistico, costantemente sotto stress dai tempi del governo Dini… Un continuo riformismo nevrotico, senza implementazione, valutazione, stabilità, continuità.

E risparmiamo la cantilena de “la I Parte non è toccata”. Sarà toccata domani, quando chi governerà saprà di non essere più il Custode, ma un padrone e la Costituzione avrà perso ogni parvenza di sacralità. E quindi, davvero al Paese serve una Costituzione – per citare il presidente Scalfaro – “costantemente tenuta in bilico sul cestino della carta straccia”?

Chiudo sottolineando come la mia contrarietà nasca anche da questioni interne alla nostra comunità. Dietro la riforma c’è infatti – rivendicata varie volte – la volontà di far nascere un nuovo partito, più in linea con il pensiero dominante. Un partito privo di legami non solo ideologici, ma ideali con le grandi tradizioni culturali e politiche novecentesche che hanno dato vita al PD. Un partito di Vassalli, Valvassori e Valvassini.

In quel partito non può esserci spazio per gli spiriti liberi come me. E – per quanto io non sia particolarmente intelligente – lo sono abbastanza da non giocare a fare il capretto (o il caprone) che bussa alla porta del cuoco per ricordargli che Pasqua sta arrivando…”

Marckuck, 14 Luglio 2016

(*) Marco Cucchini lavora presso le Università degli Studi di Trieste e di Udine, insegnando Scienze Giuridiche.

7 commenti

  • Sono indignata da questo articolo. Ne ho letto solo una parte e ho ripensato al caro millenario e saggio principio secondo cui “NON BISOGNA DARE ASCOLTO A CHI CONFESSA LA PROPRIA TURPITUDINE”.
    Tutta la stomachevole pappardella di uno che in fondo vota No solo perche’ non gli hanno dato il “gancio” che voleva (parole sue!!!!). C’e’ da supporre che prima del giorno del referendum il “gancio” arrivera’ e tanti saluti a questo sofferto intervento recitato tra ridicoli e risibili sussulti di senso civico.

  • Prof. Marco Cucchini,
    con molto piacere (e un po’ di nostalgia per il tempo in cui lei partecipava al forum di L. e G.) ho letto il suo scritto e lo condivido totalmente.
    Tutte le proposte di riforma costituzionale finora succedutesi nel tempo mirano, per quello che riguarda il modello istituzionale di governo democratico, ad un preciso obiettivo: stabilire che le elezioni del parlamento (bicamerale o monocamerale) hanno la sola finalità di formare una maggioranza parlamentare da porre al servizio del governo per assicurarne la più ampia autonomia di azione, scelta politica e legislazione senza limiti di materia, ivi compresa la costituzione.
    Questo purtroppo è il modo aberrante, risalente già al 1953 (legge elettorale “truffa”) e tuttora persistente, di intendere la configurazione dei rapporti tra parlamento e governo.
    È importante che al governo venga assicurata la stabilità di legislatura e la più ampia autonomia politica, ma questa deve restare compatibile con la primaria funzione del parlamento quale organo rappresentativo della sovranità popolare.
    Un’ipotesi che nessuna proposta di riforma ha preso finora in esame è una modifica della costituzione con l’attribuzione al parlamento (meglio se bicamerale) della funzione legislativa esclusiva su alcune materie politicamente sensibili (ad es. costituzione, diritti fondamentali) e all’attuale organo collegiale della più ampia funzione di governo ivi compreso il potere normativo autonomo con preclusione assoluta sulle materie di competenza esclusiva del parlamento.
    Si eliminerebbe alla radice ogni motivo di conflittualità fra i due organi e ciascuno assumerebbe una diretta responsabilità verso i cittadini sulla rispettiva operatività normativa.
    Con questo sogno di mezza estate, la saluto cordialmente.
    Franco Pischedda

  • Caro Franco, la ringrazio per le parole cortesi. Anche io ricordo quando – oltre 10 anni fa – scrivevamo sulle turpitudini di Berlusconi, convinti che “noi saremmo stati meglio”… Che tristezza essere rimasti fermi, con gli stessi problemi forse pure aggravati e una diminuita capacità di autoriformarsi della politica.

    Giovanna, tralascio le accuse di immoralità così superficialmente lanciate su uno sconosciuto, che contraddistinguono più il suo modo di relazionarsi che il mio e freni la sua indignazione – peraltro credo un po’ fuori luogo – si beva una tisana (utile contro i nervi agitati e i problemi di stomaco che la lettura del mio scritto produce) e rilegga con calma. Non ci saranno “ganci” e il ragionamento è forse un po’ più complesso di quello che lei è riuscita a cogliere. Colpa mia ovviamente, che non sono stato abbastanza chiaro, ma consideri che il testo non era destinato alla pubblicazione fuori dal ristretto ambito del mio partito dove certi passaggi probabilmente appaiono più chiari.

  • Sig. Cucchini io non ho bisogno di nessuna tisana tantomeno di leggere per intero un articolo in cui lei ribadisce di appartenere “convintamente” ad un partito che sta sfasciando la Costituzione dopo aver sfasciato tante altre cose, a cominciare dalla fiducia degli elettori di sinistra. Il mio modo di relazionarmi concon il prossimo e’ decisamente diverso dal suo e infatti, con la massima convinzione e serenita’ taglio i ponti con un partito non appena vedo che caccia Di Pietro dalla coalizione per inciuciare con Berlusconi: lei invece continua a starci perfino quando e’ comandato a bacchetta da un clone di Berlusconi. Padronissimo di farlo, ovviamente, ma sarebbe forse il caso che lei rivolgesse a se’ stesso l’invito che frettolosamente ha dato a me e rileggesse il suo discorso comparandolo con la realta’ di un PD che ha messo in pratica cio’ che a parole ha per decenni finto di contestare a Berlusconi. Forse si renderebbe conto che io non ho rivolto parole avventate ad uno sconosciuto: la minoranza PD negli ultimi anni non fa altro che lamentare mal di stomaco per l’operato del governo ma invece di contrastarlo continua a favorirlo, forse tra una tisana e l’altra. E’ troppo chiedere che almeno queste persone ci risparmino lo spettacolo (davvero indecoroso) della loro presunta sofferenza nel subordinare alla degenere ditta il rispetto del programma elettorale, i valori della sinistra e addirittura della Costituzione? Non e’ deprimente che certi politici che sono prima di tutto magistrati e docenti di Diritto ritengano ammissibile che un organo amministrativo, per giunta espressione di un parlamento illegittimo e inquinato da una percentuale altissima di corrotti e condannati osi toccare la Costituzione?
    Si sforzi di vedere le cose da un’angolazione diversa e forse capira’ i cittadini disgustati dai giochi di palazzo: invece di esperti di Diritto che oppongono le ragioni del Diritto e le difendono in ogni sede, abbiamo parlamentari che, non paghi di appartenere convintamente ad una ditta, ci annoiano con l’epico racconto del dolore lancinante loro provocato da tale lancinante conflitto: la gente fuori dal palazzo ha problemi ben piu’ seri e personalmente continuo a ritenere assurdo che un sito impegnato a 360 gradi nella difesa della Costituzione ospiti acriticamente il pianto di coccodrillo degli appartenenti ai partiti che tale difesa stanno rendendo necessaria.

  • In totale accordo con quanto scrive Giovanna nella sua (esaustiva) risposta a quest’articolo di Cucchini, articolo e personaggio senza vergogna – ricordo che il termine vergogna ci viene dal latino medievale “vereor gognam”, e sarebbe il caso di ripristinarla, la gogna. Et de hoc satis.

  • Cara Giovanna, beata Lei che vive nelle certezze assolute. In quanto a Di Pietro, è il genio che ha portato in Parlamento De Gregorio, Scilipoti e Razzi. Se questi sono i suoi punti di riferimento, se li tenga. Buona serata. MC

  • Egregia Giovanna, il suo è un guazzabuglio di questioni – alcune giuste, altre meno – con un solo punto chiaro: non ha letto l’articolo che ha stroncato. Io di regola parlo dei film che ho visto o dei libri che ho letto… ma evidentemente per altri non funziona così. Saluti.

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