La scuola italiana tra dignità e sudditanza. Lettera di un obiettore di coscienza

La scuola italiana tra dignità e sudditanza. Lettera di un obiettore di coscienza

Imperia, 25/06/2016

Oggetto: Circolare prot. 3367 C2 del 7/06/2016 – Invito

 

Il sottoscritto Indulgenza Pasquale, docente a tempo indeterminato presso il Liceo Statale “C. Amoretti”, dichiara che non intende presentare alcuna “tabella” riportante le attività svolte ai fini del riconoscimento di un punteggio utile a concorrere alla “valutazione del merito” e all’attribuzione del relativo “bonus” in base ai criteri definiti con riferimento alla L. 13 luglio 2015, n. 107 art.1, comma 129.

Il sottoscritto, pur riscontrando che il proprio impegno lavorativo assicurato nel corso del presente anno scolastico comprende non poche attività rientranti tra quelle indicate nell’apposita tabella definita dal Comitato (corsi di formazione/aggiornamento, progetti per il miglioramento dell’offerta formativa, progetti di apertura al territorio –  visite di istruzione, saloni dell’orientamento – cura degli atti dei consigli di classe, attività di formazione dei docenti, attività di promozione dell’Istituto, “buone prassi” nell’innovazione didattica, progettazione), non intende aderire all’invito di cui alla circolare in oggetto per le seguenti motivazioni:

• La determinazione di rispettare la volontà democraticamente espressa dal Collegio Docenti, che nella seduta in data 08/02 c. a. aveva approvato, con larghissima maggioranza, una mozione con la quale si esprimeva netta contrarietà al suddetto sistema di valutazione e al “bonus” per il “merito”.

• Il non volersi porre in competizione con gli altri colleghi per appropriarsi di una quota di salario grazie ad un sistema di valutazione selettiva, non oggetto di contrattazione tra le parti e che, per “suoi propri princìpi”, reca conseguenze ingiuste e penalizzanti per la maggior parte dei lavoratori in attività.

• L’esigenza di salvaguardare la libertà d’insegnamento, così come sancita dall’ articolo 33 della Costituzione, che viene messa in discussione dall’introduzione di un sistema di valutazione i cui criteri sono elaborati, localmente, da un ristretto gruppo di persone, tra cui anche figure chiamate in modo improprio a pronunciarsi sugli esiti individuali di un lavoro complesso come quello reso attraverso l’esercizio della funzione docente. Si tratta di una logica selettiva, dell’introduzione di un sistema di premialità che spinge i docenti a uniformare la propria attività a criteri prestabiliti attraverso un disciplinamento che de facto offusca il pluralismo e la libertà d’insegnamento, nonché le reali e specifiche peculiarità dei percorsi delle classi e dei singoli alunni.

• La convinzione che stabilire, con elevata dose di arbitrarietà e in contrasto con il principio della libertà d’insegnamento sancita dalla Costituzione, quali siano i criteri per individuare i docenti “più meritevoli”, non possa che instaurare un clima di malsana competizione tra colleghi in un ambiente di lavoro e di vita, come la Scuola Pubblica, nel quale la parità definisce e qualifica il vincolo di colleganza e la collaborazione orizzontale, la condivisione di conoscenze e di finalità, l’interscambio, la socializzazione delle esperienze sono la base per una partnership fattiva e lungimirante e la buona riuscita delle attività di insegnamento e apprendimento, nella promozione di percorsi di crescita personale di alunni e docenti.

• La constatazione che l’asserita, pretesa oggettività dei suddetti criteri viene macroscopicamente contraddetta dal “bonus” di ben 12 punti riconosciuto quale prerogativa del dirigente scolastico per l’apprezzamento della “performance complessiva del docente”. I ‘parametri’ indicati (“spirito di iniziativa”, “spirito di collaborazione”, “condivisione con i colleghi e con lo staff”, “impegno profuso”, “senso di responsabilità”), così come, tra i descrittori, gli ‘scolastici’ giudizi di valore (non particolare, adeguato, ottimo, eccellente), che in una griglia ad impianto tabellare quale quella in argomento vorrebbero soccorrere nel discriminare il grado di presenza degli stessi nel carico di lavoro in esame, sono in tutta evidenza funzionali ad una misurazione di tipo manageriale e aziendalistico, consegnata ad una valutazione soggettiva, discrezionalmente intesa, del dirigente e dei suoi collaboratori.

Eppure, da almeno una quindicina di anni, la migliore letteratura italiana e internazionale in materia ha evidenziato – per chi l’abbia letta e studiata (talvolta, in superficie, anche nella platea dei nostri studenti!) – con l’evidenza di una considerevole mole di riscontri empirici, come simili procedure, tipiche della corrente del new public management1 – non siano in realtà produttive di utili elementi di valutazione dei processi in vista di un loro miglioramento qualitativo, ma risultino, piuttosto, attribuzioni di giudizi tesi a ‘misurare’ la conformità a vincoli organizzativi e funzionali prefissati e dirigisticamente orientati.

• La convinzione che le nuove prerogative riconosciute ai dirigenti scolastici riguardo all’assegnazione dei ‘premi’ economici, così come ad altri aspetti (presidenza del Comitato, potere decisionale sull’esito dell’anno di prova, scelta dei docenti a cui conferire l’incarico triennale) significhino e costituiscano una gerarchizzazione nel funzionamento della scuola dello Stato, alterandone alla base il pluralismo e la democrazia previsti dalla Costituzione.

• La constatazione che l’apparente singolarità dell’invito ai docenti in servizio di produrre una dichiarazione nella quale siano riportate le attività ritenute meritevoli di riconoscimento, come una sorta di autocandidatura con esibizione di referenze e curriculum, nell’ambito di una istituzione nel quale ruoli ed incarichi sono tenuti in forza di disposizioni formali, denota, anche nello stile, una sempre più forte spinta all’individualizzazione del rapporto di lavoro e alla differenziazione dei trattamenti.

• La convinzione, infine, che qualsiasi impegno assunto oltre le funzioni e le attività di docenza, debba essere RETRIBUITO e non “PREMIATO”, in quanto si tratta di prestazioni professionali qualificate e non di ‘gare a premi’ da parte dei singoli lavoratori. Il trattamento economico degli stessi, che dal 2008, a causa dei mancati rinnovi contrattuali, ha prodotto il blocco degli adeguamenti stipendiali e della maturazione dell’anzianità, andrebbe imprescindibilmente e prioritariamente soddisfatto in misura tale da render conto, oltre che delle necessità legate al costo della vita, proprio delle molteplici incombenze e dei compiti peculiari (didattici, amministrativi, culturali, comunicativi, relazionali), che quotidianamente costituiscono – per chi oggi è chiamato a svolgere la funzione docente – un sempre più complesso carico di lavoro individuale. Un carico reso particolarmente gravoso, in generale, anche dalla continua sottrazione di risorse economiche alla contrattazione collettiva nazionale e decentrata e ai suoi istituti. Al contrario, le pubbliche anticipazioni riguardanti il prossimo contratto della Scuola annunciano uno stanziamento di 200 milioni di euro e di aumenti medi inferiori a 7 euro netti mensili (secondo le stime tenute dai centri di ricerca più qualificati, le retribuzioni dovrebbero essere incrementate di almeno 70 euro solo per pareggiare i conti col settore privato!).

A tutto ciò, occorre ovviamente aggiungere il netto peggioramento delle condizioni, sempre più sfavorevoli (addirittura, da ultimo, con la prefigurazione di meccanismi onerosi!), richieste per andare in pensione.

Fermo quanto sopra esposto, e conscio comunque del fatto che la parte più autentica del proprio impegno lavorativo – la quotidiana relazione educativa con i discenti vissuta in tutte le sue fluide implicazioni (didattiche, di orientamento, consulenziali) – è ‘destinata’ fatalmente a sbiadire, se prestata ad una sede di valutazione che ben poco può riconoscere, ‘oggettivamente’, delle sue vere valenze, unitamente all’impegno di studio, ricerca e formazione personalmente profuso, giorno per giorno, per allenare, affinare e potenziare le proprie conoscenze, competenze ed abilità professionali, il sottoscritto dichiara di non voler partecipare al concorso in oggetto. Lo fa, posto il surrichiamato invito, avvalendosi dell’opzione di Bartleby, lo scrivano di Herman Melville: “I would prefer not”.

Senza negare, sic stantibus rebus, una amarezza stemperata a tratti solo dalla convinzione della propria dedizione all’insegnamento e di poter ancora offrire – col proprio, malretribuito lavoro – un piccolo contributo formativo ed educativo per aiutare ragazzi capaci in ogni caso di manifestare, nel quotidiano come nel corso del tempo, impagabili segni di riconoscenza. Un contributo per sviluppare “una testa ben fatta” e non una testa piena di nozioni, per dirla col grande sociologo ed epistemologo della complessità Edgar Morin, che riprende il lascito del grande filosofo scettico Michel de Montaigne, a tutt’oggi abbondantemente sottovalutato nelle nostre scuole.

E, con essa, come ci insegna la filosofa e pedagogista americana Martha C. Nussbaum, un pensiero critico capace di contrastare la desertificazione avanzante nelle nostre società per effetto, in primo luogo, del conformismo, della passivizzazione e dello svilimento della democrazia.

 

Si richiede che la presente dichiarazione venga protocollata e posta agli atti.

 

Con ossequi, Pasquale Indulgenza

 

minima&moralia, giovedì, 7 luglio 2016

1 commento

  • Ci voleva proprio, questo raggio di sole! Splendido gesto di dignita’ e testimonianza di spessore morale per i propri allievi e una sveglia per tutti quanti. Ho letto raggiante dalla prima all’ultima, felice di vedere finalmente nero su bianco tante delle cose che ho sempre pensato.
    Aggiungo solo un piccolo punto: la logica del bonus ai migliori docenti, spacciata alle famiglie come meritocrazia nel mondo del lavoro scolastico, ci riporta ai beceri concetti espressi anni fa nella lettera che Veltroni spedi’ ai docenti durante la campagna elettorale: “….nella notte tutte le vacche sono nere…..”. Io mi indignai moltissimo e sperai proprio che qualcuno in Parlamento e sui giornali spiegasse come il mancato premio ad un docente non preparato o lavativo possa gratificare le famiglia degli allievi o, estendendo il ragionamento, i fruitori di un qualsiasi servizio pubblico. Ho sempre pensato (e le leggi questo dicono) che le prestazioni pubbliche debbano rispettare certi standard tramite la selezione rigorosa dei dipendenti e il loro monitoraggio: se, ad esempio, in un ospedale un paziente viene curato bene e l’altro non viene curato affatto, a quest’ultimo sara’ sufficiente sapere che “….pero’ il tuo medico non ha avuto il premio e il suo collega si! Cosi’ impara!!!!”.
    Se una classe fosse eventualmente priva di docenti bravi e ligi al dovere, basterebbe privare questi ultimi di premi e bonus a ristabilire uguaglianza di diritti tra tutti gli allievi di una scuola? Non sarebbe meglio tornare allo spirito originario delle norme, che prevedono concorsi seri, controlli e aggiornamenti costanti, retribuzione identica a parita’ di lavoro e possibilita’ di carriera a chi dimostra di essere piu’ bravo e volenteroso?
    L’arbitrio di chi e’ chiamato a giudicare non puo’ che peggiorare il quadro esistente: sara’ penalizzato e rischiera’ di saltare sopratutto (o soltanto) chi non gode della simpatia e protezione di chi comanda e non ne asseconda umori e talvolta errori.

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