Giustizia: Abolite l’appello invece di assumere, serve una soluzione drastica

Giustizia: Abolite l’appello invece di assumere, serve una soluzione drastica

Bari, Torino, Bologna, Venezia… Cresce l’allarme sulla insufficienza del personale amministrativo negli uffici giudiziari. Proteste sacrosante. Poiché tali uffici sono composti non solo da magistrati ma anche da segretari e cancellieri. E senza il loro contributo, pretendere che la giustizia funzioni è come chiedere a un’auto di viaggiare con le gomme sgonfie. Rispetto agli organici, il personale amministrativo è sotto almeno del 20%, con punte del 30% al Nord e ancor più per quanto riguarda alcune qualifiche “strategiche” (ad esempio i direttori di cancelleria). E come non esiste ospedale che possa funzionare con il 20-30% in meno di infermieri (o scuola per i bidelli, od officina per i meccanici…), così non esiste tribunale capace di rendere il servizio richiesto se le risorse umane sono inadeguate.

Proteste sacrosante, ma la piaga è nota da anni. Tant’è che a ogni inaugurazione dell’anno giudiziario la geremiade si rinnova. Nel 2005, ad esempio, il Procuratore generale di Torino comunicò di aver scritto al ministro della Giustizia (dopo due incontri con tutti i Procuratori del distretto Piemonte-Val d’Aosta) una lettera per segnalare l’ingestibilità della situazione. Lettera alla quale il ministro (Roberto Castelli) aveva risposto sottolineando come l’allarme rappresentasse la situazione di tutti gli uffici italiani e rivendicando la propria buona volontà per la soluzione dei problemi. Per contro, ancora oggi siamo, più o meno, sempre allo stesso punto. Tant’è che l’attuale guardasigilli (Andrea Orlando) ha annunziato 4.000 nuovi ingressi di personale ausiliario.

Ma per realizzare questo programma occorrono parecchi soldi e molto tempo. Mentre il problema (come ha rilevato il Vice Presidente del Csm Giovanni Legnini) non è più rinviabile. Occorre infatti prendere atto che oggettivamente l’insufficienza delle risorse costringe sempre più l’autorità giudiziaria a ridimensionare i suoi interventi e quindi la sua capacità di risposta alla domanda di giustizia proveniente dal Paese. C’è il rischio (con paradossale ironia) che prima o poi alle tradizionali formule di proscioglimento per mancanza di prove se ne possa aggiungere una nuova: assolto per mancanza di risorse…

In altre parole, la casa brucia da tempo. Per evitare che crolli non bastano aggiustamenti o iniezioni corroboranti. Urgono decisioni coraggiose e scelte davvero radicali. Capaci di rimedi realizzabili in un breve periodo e senza costi eccessivi. L’unica strada realisticamente praticabile in questa direzione sembra quella dell’abolizione dell’appello, cioè del secondo grado di giudizio.

Invero, se i magistrati ed il personale amministrativo oggi impiegati in appello fossero convogliati sul primo grado, le carenze di organico (causa oggi di insostenibili disfunzioni) sarebbero se non proprio risolte quanto meno largamente attenuate. Con robusti, immediati vantaggi per l’amministrazione della giustizia. Anche sul piano della durata infinita dei processi. Una malattia cronica, che va affrontata con le medicine adeguate, senza limitarsi ad assistere all’agonia del malato.

Con un grado di giudizio in meno i tempi complessivi sarebbero – per forza di cose – abbreviati. Di molto. E quella che oggi è troppo spesso denegata giustizia (una vergogna!), potrebbe persino riuscire ad essere – finalmente – giustizia vera. L’attuale sistema non funziona. Sui tempi biblici del processo italiano influisce pesantemente anche la possibilità di ricorrere in appello (praticamente senza limiti). Ma così il processo non finisce mai. Si trasforma in un ping-pong di incertezze e cavilli che moltiplica gli spazi per puntare all’impunità attraverso la prescrizione.

Il che conviene soprattutto se non esclusivamente a coloro che dispongono di difese agguerrite e costose. I cittadini “comuni” sono invece costretti a sopportare pesanti, negative conseguenze sul piano della sicurezza e della tutela dei loro diritti. Vere e solide garanzie – al riguardo – sono soltanto la brevità del processo e la certezza della pena. Garanzie verso il basso, vale a dire effettivamente applicate anche ai soggetti più deboli.

Non privilegi di pochi. Con l’appello (oltretutto escluso negli altri paesi che hanno un sistema processual-penale di tipo accusatorio come il nostro) si configura uno scenario tutt’affatto diverso. Farne un Moloch – magari con un occhio attento a interessi corporativi – non è scelta che possa aiutare la giustizia italiana. La inchioda anzi a un capezzale con poche speranze.

Il Fatto Quotidiano, 12 Giugno 2016

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