Il diritto/dovere dei magistrati di partecipare alla vita politica

Il diritto/dovere dei magistrati di partecipare alla vita politica

Prosegue la discussione sul diritto o sull’opportunità che i magistrati interloquiscano e prendano posizione in vista del referendum costituzionale di ottobre, nel quale il popolo italiano sarà chiamato a confermare o a respingere la riforma di 47 articoli della nostra Costituzione approvata un mese fa dal Parlamento. Il problema è nato da un articolo del Foglio che ha pubblicato una presunta intervista ad un Consigliere, membro del Consiglio Superiore della Magistratura nella quale è espresso un giudizio nettissimo di condanna della riforma.

Il Consigliere interessato ha precisato che l’articolo pubblicato dal giornale travisava fortemente il suo pensiero, tuttavia ciò non ha impedito reazioni sdegnate da parte del Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura e del Ministro della Giustizia, che ha chiesto chiarimenti sulla vicenda, mentre si scatenava un coro di censure contro il protagonismo politico dei magistrati.

Però la ventilata possibilità di un procedimento disciplinare contro il magistrato “antigovernativo” è tramontata rapidamente perché “purtroppo c’è la Costituzione.”

In effetti il problema della libertà di espressione dei magistrati e degli eventuali limiti alla loro partecipazione al dibattito pubblico è un indicatore dello stato di salute di una democrazia.
Nel Regno d’Italia non esisteva ancora un vero e proprio statuto di indipendenza dell’autorità giudiziaria e questo condizionava pesantemente il controllo di legalità esercitato dalla magistratura. Infatti, le minime garanzie riconosciute alla magistratura giudicante non avevano costituito un reale ostacolo alla condizione di violenza ed illegalità che aveva caratterizzato l’avvento del fascismo.

Per consolidare il regime era necessario mettere definitivamente in riga la magistratura. Per farlo bastarono alcuni provvedimenti esemplari contro pochi magistrati, in base al noto principio “colpirne uno per educarne cento”. L’associazione generale dei magistrati italiani, che all’epoca contava 1687 iscritti, non fu sciolta dal fascismo, ma si auto sciolse nell’assemblea del 21 dicembre 1925, per non confluire nell’associazionismo fascista. I suoi dirigenti, tuttavia, non sfuggirono alla scomunica del regime, che si avvalse di un’altra legge fascistissima, la legge 24 dicembre 1925 n. 2300 (Dispensa dal servizio dei funzionari dello Stato). Essa consentiva al Governo del Re, fino al 31 dicembre 1926, di dispensare dal servizio quei funzionari dello Stato che: “per ragioni di manifestazioni compiute in ufficio o fuori di ufficio, non diano piena garanzia di un fedele adempimento dei loro doveri o si pongano in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del governo”.

Pochi giorni prima della scadenza del termine di legge, il Consiglio dei Ministri deliberò l’esonero dal servizio dei principali dirigenti dell’Associazione, fra i quali rientrava il giudice Alfredo Occhiuto che aveva avuto il torto di scoprire e di mettere sotto processo gli assassini di Matteotti. Dopo l’8 settembre iniziò l’opera di defascistizzazione dello Stato e di ripristino delle libertá fondamentali. Con la Circolare 6 giugno 1944, n.285, il Ministro di Grazia e Giustizia, Arangio Ruiz, restituì ai magistrati il diritto di esprimersi liberamente e di partecipare alla vita politica: ho deciso di rimuovere il divieto che impediva al personale della magistratura e degli uffici giudiziari la pubblica professione della fede politica di ciascuno.

Persuaso che nella presente situazione dell’Italia e nella perdurante necessità di difendere la libertà riconquistata, dopo così dure prove, la partecipazione alla vita politica sia un dovere civico, penso che sarebbe per i funzionari dell’ordine giudiziario un privilegio odioso il contrastare loro l’adempimento di questo dovere, limitando “a priori” nei loro riguardi l’esercizio dei diritti politici al semplice atto del dare il proprio voto nelle elezioni.

La direttiva del Guardasigilli liberale Arangio Ruiz venne poi ribadita, l’anno successivo, dal Guardasigilli comunista Palmiro Togliatti, con la Circolare del 18 agosto 1945.
Con il ritorno della libertà ai magistrati fu restituito il diritto di parola e di partecipare, come tutti gli altri cittadini alla vita politica.

Se quelli che invocano le riforme si scandalizzano di questo diritto, evidentemente hanno in mente quel modello istituzionale che il liberale Arangio Ruiz volle archiviare per consentire il trapasso dal fascismo alla democrazia.

Quotidiano del Sud, 16 Maggio 2016

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