Il futuro di emergenza cultura

Il futuro di emergenza cultura

«La cultura non si vende, migliaia in piazza». Il titolo della “Repubblica” di oggi sintetizza perfettamente ciò che è successo ieri, 7 maggio, a Roma.

In piazza c’erano coloro che fanno muovere la macchina della cultura: archivisti, bibliotecari, storici dell’arte, archeologi, gli impiegati, i custodi e molti altri. I professori universitari, gli insegnati delle scuole, gli studenti. C’erano coloro che hanno studiato per fare lo stesso lavoro, e che a 35 anni devono decidere se farsi una famiglia, o continuare a provarci. Ma c’era anche un pezzo della politica italiana. Qualcosa di assolutamente inedito. Non era mai accaduto che associazioni culturali e ambientaliste formassero un fronte compatto con le organizzazioni sindacali e con quelle dei precari, che questo fronte fosse promosso da studiosi e ricercatori, e che quindi si unissero partiti e movimenti tra loro diversi come Sinistra Italiana e Possibile da una parte, e il Movimento 5 Stelle dall’altra.

Ci siamo a lungo chiesti se fosse più giusto ragionare in un seminario (la cosa che ci viene più naturale), o scendere in piazza (ben sapendo che non è certo con il metro dei numeri che si misurano queste ragioni). Alla fine, abbiamo deciso di fare entrambe le cose: venerdì, in centinaia, abbiamo discusso per cinque ore dei motivi per cui le leggi e le ‘riforme’ del governo Renzi in fatto di ambiente e di cultura ci sembrano distruttive. E, grazie alla rete, chiunque ora può ascoltarci, e farsi un’idea.

E ieri, in migliaia, abbiamo percorso le vie di Roma, con in testa uno striscione mite e rivoluzionario insieme: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione». E, dietro l’articolo 9 della Costituzione, un popolo: cittadini tra cittadini. È stato il nostro modo per dire che la cultura non riguarda solo chi la fa, e che se la cultura è in pericolo, è la democrazia ad essere a rischio.

Ma perché ora? È vero che negli ultimi quarant’anni forse ogni momento sarebbe stato giusto per scendere in piazza per il patrimonio culturale: la fondazione di un ministero nato morto (1975), la follia clientelare dei giacimenti culturali di De Michelis (1985), la privatizzazione suicida degli anni novanta, i tagli letali di Bondi nel 2008… Tutto vero: e siamo noi i primi a studiare e a ricordare tutto questo.

Ma l’azione del governo Renzi rappresenta un salto di qualità: per due ragioni.

La prima è che questa decennale trascuratezza si è ora trasformata in una strategia, molto chiara e anzi enunciata esplicitamente. Questa strategia vede nel paesaggio e nel patrimonio artistico solo una cassaforte. L’idea di Renzi e Franceschini è, quindi, che la tutela dell’ambiente e del patrimonio sia un freno alla messa a reddito: un laccio burocratico da umiliare, eliminare, recidere. Lo Sblocca Italia del silenzio assenso, la Legge Madia con la sottoposizione del potere tecnico-scientifico delle soprintendenze a quello dell’esecutivo sono segnali incontrovertibili: si asfaltano le leggi e gli organi della tutela per poter poi asfaltare materialmente l’ambiente in tutta tranquillità. E, analogamente, si staccano dal territorio e si finanziano solo alcune eccellenze (i super musei, controllati ora direttamente dalla politica e destinati ad una mercificazione selvaggia) condannando a morte il 90% di ciò che non potrà mai produrre rendita, ma solo coesione sociale, civilizzazione, felicità (che non interessano in alcun modo).

La seconda è che questo governo sta investendo tutto sullo storytelling, cioè sulla propaganda. Quel poco che fa (un miliardo di euro a progetti straordinari una tantum e 500 assunzioni nei Beni culturali anch’esse una tantum, quando ce ne vorrebbero 7000 per respirare) viene venduto come una svolta: e non lo è, perché il sistema di tutela continua a morire e i giovani ricercatori continuano a essere disoccupati e precari.

Di fronte a questo, chi studia e fa ricerca ha il dovere di smascherare pubblicamente questa propaganda, e di dire la verità: e la verità è che questo governo ha un disegno che può rivelarsi letale in fatto di ambiente e patrimonio culturale.

Ma accanto al dovere della denuncia, c’è il dovere della proposta. E da questo punto di vista l’esperienza di Emergenza Cultura è straordinariamente positiva: perché ha rimesso insieme, ed anzi ha allargato, quel fronte di competenze sulla cultura che il ministro Massimo Bray aveva consultato, e che poi Franceschini ha invece completamente ignorato, riformando i Beni culturali non con, ma contro, chi li fa vivere ogni giorno.

Nell’immediato, chiederemo alla ministra Madia di impedire che la scrittura dei decreti attuativi della legge che porta il suo nome cancelli per sempre la tutela pubblica del territorio e del patrimonio. Gianni Cuperlo ha pubblicamente invitato il governo a incontrarci, a misurarsi sulle nostre critiche, a ricostruire una sintonia con chi ogni giorno lavora nella, e per la, cultura. Noi ci siamo.

E, ora che questo fronte si è creato, l’obiettivo condiviso è aprire un tavolo con le forze politiche che ieri erano in piazza (la sinistra di Fassina e Civati e il Movimento 5 Stelle), per scrivere un disegno di legge organico sulla cultura come servizio pubblico essenziale e per formulare un progetto di riforma dei Beni Culturali radicalmente diverso da quello attuato da Renzi e Franceschini. Un percorso iniziato nei giorni scorsi in una serie di incontri alla Camera e al Senato: un progetto carico di futuro, che ha mosso ieri i suoi primi passi nelle strade e nelle piazze di Roma. E che sarà capace di mostrare che un altro orizzonte è possibile.

La lunga battaglia per l’articolo 9 è appena cominciata!

Repubblica.it -  Blog “Articolo 9″, 8 Maggio 2016

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