La proposta/La Costituzione non si cambia con un plebiscito

La proposta/La Costituzione non si cambia con un plebiscito

Chiunque intenda il referendum d’ autunno sulla Costituzione come un plebiscito pro o contro il governo fa un errore di grammatica istituzionale. La Costituzione non è un regolamento condominiale. Non si riforma per comodo di chi governa, né si respinge se l’ attuale governo non ci piace. Le Costituzioni vanno pensate “per sempre”: come quella americana, che dal 1789 ha avuto solo 27 emendamenti, dei quali dieci tutti insieme, e dal 1992 nessuno. Ma l’ equivoco del plebiscito oscura la sostanza dei problemi, spinge a trattare il tema come una competizione sportiva e non come una discussione sul merito, da valere nei tempi lunghi. Dimenticando che dalla tenuta della Costituzione dipende la vita della democrazia, anzi della Repubblica. Certo, non è facile discutere nel merito una riforma che modifica in un sol colpo 47 articoli della Carta; mentre dal 1948 ad oggi si erano cambiati 43 articoli, a uno a uno, seguendo l’ aureo principio secondo cui le revisioni della Costituzione devono essere «puntuali e circoscritte, con una specifica legge costituzionale per ogni singolo emendamento» (Pizzorusso). Nonostante questa valanga di modifiche, è assolutamente necessario entrare nel merito. Con un intervento tanto invasivo, è statisticamente improbabile che vada tutto bene o tutto male. Proverò a indicare due punti che ritengo accettabili e due che mi paiono da respingere.

Con un intervento tanto invasivo, è statisticamente improbabile che vada tutto bene o tutto male. Proverò a indicare due punti che ritengo accettabili e due che mi paiono da respingere.

 

Va bene aggiungere la “trasparenza” tra i requisiti dei pubblici uffici (art. 97). La parola non era nel linguaggio politico del 1948, lo è adesso. Forse non è proprio la Costituzione il luogo per dirlo, ma in fondo perché no? Altro punto su cui si può esser d’ accordo, la restrizione del potere del governo di emanare decreti legge (art. 77). Ma punti ancor più importanti suscitano gravi preoccupazioni. Ne indico solo due. L’ art. 67 della Costituzione vigente dice: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (ossia senza obbligo di ubbidienza verso il partito, ma con piena responsabilità personale). Questo principio è stato già svilito dall’ indecorosa migrazione di parlamentari da un partito all’ altro (a fine gennaio 2016 si contavano 325 metamorfosi dei voltagabbana di questa legislatura).

 

Ma nella proposta di riforma costituzionale il testo vigente, breve e chiaro, viene smembrato e disfatto. Il nuovo articolo 67 direbbe infatti: «I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato ». Scompaiono le parole «rappresenta la Nazione», trapiantate (depotenziandole) nell’ art. 55, da cui risulta che «Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione». Avremo dunque un Senato i cui membri non rappresentano più la Nazione, perché «il mandato dei membri del Senato è connesso alla carica ricoperta a livello regionale o locale» (così la relazione esplicativa). Ma siccome gli ex Presidenti della Repubblica saranno senatori a vita, avremo l’ assoluta meraviglia di Presidenti come Ciampi e Napolitano che non rappresenteranno più la Nazione, bensì le istanze locali.

 

Ma come verrà eletto, secondo la riforma, il Presidente della Repubblica? Lo faranno deputati e senatori, come ora (art. 83). Ma con una differenza importante. Oggi il Presidente è eletto con una maggioranza di due terzi dell’ assemblea nei primi tre scrutini (così nel caso di Ciampi, 1999), con la maggioranza assoluta dal quarto in poi (così Napolitano, 2006). In futuro, se la riforma sarà approvata nel referendum, non sarà più così. Nei primi tre scrutini resta valida la maggioranza di due terzi dell’ assemblea, dal quarto in poi si passa ai tre quinti dell’ assemblea; ma la vera novità della riforma scatta a partire dal settimo scrutinio: da questo momento in poi basterà la maggioranza assoluta non più dell’ assemblea, bensì dei votanti. In altri termini, se al settimo scrutinio dovessero votare solo 20 fra deputati e senatori, a eleggere il Presidente basteranno 11 voti. Gli assenti dall’ aula avranno sempre torto. Si aprirebbe così la gara a colpi di mano, delegittimazioni, conflitti procedurali. Un Presidente eletto così, certo, non «rappresenta la Nazione» nemmeno quando è in carica, figurarsi da senatore a vita. Chi ha votato questo articolo in aula doveva essere davvero assai distratto.

 

Nel merito bisogna entrare (non lo farò ora) anche sul neo-bicameralismo che nasce dal nuovo Senato non elettivo. E’ difficile, è vero, render conto dell’ intrico di competenze fra le due Camere quale risulta dall’ ammucchiata verbale della riforma (l’ art. 70, nove parole nella Costituzione vigente, ne conta 434 nel nuovo). Ma è importante parlarne nel merito: perché criticare il “bicameralismo perfetto” della Costituzione vigente non vuol dire necessariamente sottoscrivere un testo che «non funzionerà mai e complicherà in modo incredibile i lavori del Parlamento» (Ugo De Siervo).

 

Davanti a enormità come quelle degli artt. 67 e 83 (e non sono le sole), c’ è da chiedersi perché mai l’ elettore debba essere obbligato a votare in blocco con un SI’ a tutto (comprese le modifiche che detesta) o con un NO a tutto (comprese quelle su cui è d’ accordo). E’ stato uno svarione istituzionale cucinare in un unico testo una riforma tanto estensiva; ma è ancora possibile rimediare in parte segmentando i quesiti referendari in più punti, come propone il documento firmato da 56 costituzionalisti, fra cui 11 presidenti emeriti della Corte Costituzionale. Sarebbe più rispettoso della Costituzione, degli elettori, della democrazia. Ma il governo avrà il coraggio di farlo?

La Repubblica, 3 maggio 2016

6 commenti

  • Tocca a voi Professori!

    Come per Podemos, professori invece dei politici, che si rivolgono alla Cittadinanza che al 95% disprezza l’offerta politica, per guidarla non a scontri fra parti di essa, ma verso la mediocrità che tutto devasta.

    Tocca a voi che da lungo tempo ormai, provate ad intervenire per correggere le grame trame che la casta via via realizza, mentre già ne pensa di nuove, mai pentita, ne satolla della propria mediocrità demolitrice, estrinsecata sia verso la Costituzione, sia verso il Paese nei suoi vari aspetti, dai sociali ai paesaggistici/archeologici.

    E quindi vorrei arrivare ad un suggerimento che possa dare soddisfazione ai Vostri desideri di tutela, sempre nel rispetto delle forme e dei limiti che la Costituzione definisce. Perchè è di maggior livello il rispetto dovuto ad Essa e al Paese che non quello dovuto alle persone preposte alle cariche istituzionali.

    E cioè, visto che i delegati al Parlamento e anche il PdR dagli stessi eletto alla più importante carica, non danno ascolto ai Vostri consapevoli suggerimenti, diventa d’uopo accedere direttamente a quella Carta che già all’articolo UNO, non per caso, sancisce quella Sovranità Popolare, che nel tempo è diventata un mero intercalare offensivo.

    Accedervi per REALIZZARLA, una volta nella storia, e quindi imporre alla casta un’agenda di “progetti di legge redatti in articoli” (secondo l’art. 71) che vadano a riportare in asse costituzionale il lavoro del Parlamento.

    Immagino le Vostre perplessità davanti ad un’ipotesi mai percorsa e neppure accennata nella Carta, come sono consapevole del valore del Suo “spirito originale ed autentico”, che non è sicuramente quello di poter ignorare la volontà di quel Popolo Sovrano comunque espressa, vieppiù se coniugando gli artt 50 e 71.

    Da tempo sto su questo tema ed ho trovato corrispondenze importanti nell’opera del prof. Settis “Azione Popolare. Cittadini per il Bene Comune”, che mi hanno confortato assai. C’è un elaborato pronto che attente le Vostre adozioni e integrazioni migliorative per farne quello strumento perfetto di cui c’è bisogno per fermare degrado e declino ed avviare una stagione di progresso continuo e costante, anche se inizialmente sarà lento e faticoso .

    E’ ormai evidente che le cose che desideriamo per il Paese, non potranno accadere se non ci muoveremo coerentemente assumendo la Costituzione come programma, mezzo e fine, perchè accadano!

    Auguri a tutti per un Paese Migliore!

  • Totalmente dìaccordo .. occorre che ciascuno si prenda le sue responsabilita’ !!!

  • Per sapere cosa votare basta ricordarsi come sono andate le elezioni negli ultimi 10 anni.
    Perché, piuttosto che la composizione del senato (fatto da consiglieri regionali come in tutti i senati a bicameralismo imperfetto, anche in Germania, perché i governatori dei Länder sono prima eletti come consiglieri regionali), decisiva è la novità che il governo riceve la fiducia solo dalla Camera.
    Se questa norma ci fosse già stata 10 anni fa, Bersani nel 2013 sarebbe riuscito a formare un governo e il Prodi 2006 sarebbe forse durato un po’ di più.
    Chi vuole che le cose vadano invece ancora come sono andate in questo ultimo periodo, voti pure no.

  • Al di la del fatto che è stata pensata e composta da persone che siedono nel nostro Parlamento in modo abusivo e che io non stimo affatto, tutti asserviti ad un capo-padrone anch’egli abusivo, questa riforma, accoppiata ad un sistema elettorale incostituzionale, farà sparire la democrazia nel nostro Paese !!!

  • Concordo con il fatto che questo cambiamento costituzionale sia stato pensato da “persone” abusive, ma è anche vero che se volessimo davvero cambiare qualcosa sarebbe meglio segmentare i quesiti e non fare tutto un impasto…………….. così sembra poco importante ………..ed il governo attuale (che non so chi l’abbia eletto!!) ci vuole confondere!

  • Molte osservazioni interessati.
    Però.

    Dire che il referendum non è un plebiscito pro o contro Renzi mi pare inesatto: NON DOVREBBE, o meglio ancora NON AVREBBE DOVUTO esserlo. Ma Renzi lo ha cosi trasformato, e noi possiamo farci ben poco.

    C´è un altro punto intricato: i nuovi senatori non rappresenterebbero più la Nazione! Ma certo: almeno in prima battuta, se il principio in base al quale sono eletti è la rappresentanza territoriale, non possono rappresentare la nazione, almeno se per nazione si intende la totalità del territorio e la generalità degli abitanti. Addirittura i rappresentanti di ciascuno dei länder tedeschi sono tenuti a dare voti uniformi, rendendo evidente la natura medievale di questo tipo di rappresentanza, in potenziale contrasto con la prescrizione di assenza di vincolo di mandato. Però se il Senato si compone dei rappresentanti regionali, PIU’ i senatori a vita, questo non comporta che cessino di rappresentare la nazione anche i senatori a vita.

    Le “migrazioni” deprecate dal Professor Settis sono discutibili sul piano morale, ma perfettamente compatibili con l´assenza di vincolo di mandato.

    Da ultimo, lo “spacchettamento” del referendum. Credo ci voglia una legge, e temo addirittura una legge di rango costituzionale. A meno che non ci si possa rivolgere alla Corte Costituzionale per ottenere una sospensione del procedimento di riforma costituzionale in corso. Non so abbastanza diritto per sapere se questo sia possibile, ma mi pare estremamente improbabile.

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