I conti della ricerca/“Altro che investimento, i soldi sono meno di quelli che stanziò la Gelmini”

I conti della ricerca/“Altro che investimento, i soldi sono meno di quelli che stanziò la Gelmini”

Al professor Giorgio Parisi i conti non tornano. Il ministro Stefania Giannini ha appena finito di presentare il Programma nazionale per la ricerca, con i 2,5 miliardi stanziati per il triennio 2016-2018, e in un angolo del salone del ministero di Viale Trastevere il fisico teorico, uno dei più brillanti d’Italia, scuote la testa guardando il foglietto stropicciato su cui ha appuntato le cifre. Cosa succede professore? «Questo Pnr è interessante, ma c’è una cosa che non capisco. L’ultimo Programma aveva coperto il periodo 2011-2013. Ora arriva questo per i prossimi tre anni. Rimangono scoperti il 2014 e il 2015: che fine hanno fatto i soldi che avremmo dovuto avere in quegli anni?».

 

I numeri della ricerca mettono a dura prova anche le menti matematiche più raffinate. Fanno discutere soprattutto quei 2,5 miliardi annunciati dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Sono tanti o pochi? «Sono certamente meno dei 2,7 con cui la Gelmini finanziò il suo Pnr nel 2011, altro che investimento nella scienza da parte di questo governo», è l’accusa che circola insistentemente in Rete in queste ore. In effetti, anche chi ha materialmente partecipato alla stesura del Programma nazionale per la ricerca firmato Giannini non può che ammetterlo: «Ci vorrebbero più soldi, ma dopo anni di tagli abbiamo cercato di fermare e invertire la tendenza », dicono dallo staff del Miur. «Inoltre, chi ha redatto il Pnr precedente ha potuto contare su fondi europei Pon (Programmi operativi nazionali) che erano il doppio degli attuali».

Per il ministro è comunque un successo: «Fino a pochi mesi fa i soldi destinati a questo Pnr erano meno di 1,9 miliardi di euro, siamo riusciti a recuperare altri 500 milioni, il 25% in più». E l’accusa di aver tirato fuori dal cassetto un Programma che giaceva lì dai tempi del governo Letta? «Non voglio polemizzare con nessuno, ma noi abbiamo trovato solo un foglio con delle cifre. Quello appena presentato, invece, è un vero programma che cambia radicalmente l’approccio dell’Italia alla ricerca scientifica».

 

Il documento è di 96 pagine, sintetizzate in 10 slide che riassumono come verranno spesi i 2468 milioni stanziati. La fetta più grande della torta (il 43%) andrà al capitale umano: una serie di azioni per attrarre e trattenere in Italia i migliori ricercatori. Con un miliardo e venti milioni di euro si creeranno “dottorati innovativi” (anche fuori dall’Università), incentivi per aiutare i vincitori di Erc (i grant dello European research council) a fare le loro ricerche in Italia, nuovi posti da ricercatori. Il governo prevede che con tali misure si introdurranno 6mila giovani in più nel sistema della ricerca nei prossimi 5 anni, 2700 già nel prossimo triennio. «I primi bandi saranno resi pubblici già a fine primavera e le prime assegnazioni sono previste in autunno », assicura la Giannini. «Dubito che basti a colmare la voragine che si è creata negli ultimi anni», dice Carlo Cosmelli, professore di fisica alla Sapienza di Roma. «Dal 2008 ad oggi l’Università italiana ha perso 12mila docenti su 62mila. E oggi solo un dottorando su dieci riesce a diventare ricercatore».

 

La seconda voce per importo (487 milioni) riguarda il rapporto pubblico-privato, lo scopo è incentivare le aziende che fanno innovazione. Cifra analoga (436 milioni, pari al 18% del totale) è quella destinata al rilancio dell’attività di ricerca al Sud, ottimizzando i fondi europei Pon e Por (i Programmi operativi regionali). Alle grandi infrastrutture di ricerca (dai Laboratori del Gran Sasso al Sincrotrone di Trieste) e al loro potenziamento sono destinati 343 milioni di euro. E ancora: 107 milioni alla “internazionalizzazione” (progetti per attrarre più fondi Ue, rafforzamento delle candidature italiane in Europa) e 35 milioni per il quality spending (bandi più snelli, procedure di assegnazione certe, per evitare sprechi e doppioni). Per un totale, appunto, di due miliardi e mezzo.

 

Ma quale sarà la scienza su cui l’Italia scommetterà nei prossimi anni? Il Pnr individua 12 aree di specializzazione della ricerca applicata, i settori che secondo il governo saranno strategici per il nostro Paese. I primi quattro sono conside- rati “prioritari”: aerospaziale, agrifood, fabbrica intelligente, salute. Poi ci sono quelli “ad alto potenziale”: design-creatività- made in Italy, chimica verde, cultural heritage, blu growth (economia legata al mare). Due sono le aree tecnologiche emergenti: smart communities e tecnologie per gli ambienti di vita. Energia e mobilità, infine, sono le aree “consolidate”, che però potrebbero vivere una seconda giovinezza recuperando competitività. Queste 12 specializzazioni sono state scelte incrociando le eccellenze italiane con quello che interessa all’Europa (e che la Ue è pronta a finanziare, per esempio con il programma Horizon 2020).

 

«In questa scelta vedo il punto più debole di un Pnr che ha anche diversi lati positivi», commenta Giuseppe Mingione, professore a Parma e uno dei matematici più citati al mondo. «Io mi occupo di matematica teorica. Se le mie ricerche, o quelle del professor Parisi, non dovessero rientrare, come probabile, in una delle 12 aree di specializzazione, che facciamo? Chiudiamo e andiamo a casa?».

 

Comprensibilmente soddisfatto, invece, Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia spaziale italiana: il suo settore è in cima ai pensieri del governo perché considerato altamente strategico. «È vero, ma abbiamo anche dimostrato che investire nello spazio può avere un ritorno economico: sono stati già venduti ai privati 15 voli del nostro vettore nazionale Vega ». Battiston è stato ricercatore e professore universitario, non ignora che molti suoi ex colleghi stanno protestando per quello che considerano un ennesimo taglio. «Li invito a non guardare solo i valori assoluti dei fondi stanziati, ma a valutare come verranno spesi. Un Programma nazionale per la ricerca mancava dal 2014. Dopo due anni, il governo Renzi ha deciso di mettere l’accento sulla ricerca. Era ora».

La Repubblica, 3 maggio 16

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