La questione morale non è archeologia 

La questione morale non è archeologia 

Piercamillo Davigo ce l’aveva con l’eclissi della questione morale. È questa – ne sono convinto – la chiave di lettura giusta delle dichiarazioni che tante polemiche hanno suscitato. Questione morale significa trasformazione della politica in lobby d’affari, contaminazione fra apparati dei partiti e mondo affaristico-economico; ne sono figli il clientelismo, il conflitto di interessi e varie forme di illegalità, dalla corruzione alle collusioni con la mafia. Non si tratta di fumisterie di parrucconi fuori del tempo, ma di una questione democratica e istituzionale di formidabile attualità.

Con il suo linguaggio di sempre (non felpato, mai in “giuridichese”; ma chiaro e netto, perciò temuto da chi preferisce ripararsi dietro cortine fumogene) Davigo ha voluto appunto ricordare che la questione morale non può essere considerata un reperto archeologico.

Nonostante vari tentativi di eclissarla. Perché da noi, più che ovunque altrove, le dimissioni da parte di persone che hanno responsabilità nazionali o locali, anche a livello istituzionale (persone che abbiano avuto “incidenti di percorso”, vale a dire vicende che – anche a prescindere dal loro esito giudiziario – comprendono comunque gravi e sicure responsabilità politiche e morali), non rientrano ancora nell’ordine della normalità.

E comunque, se pure talvolta si verificano, restano rare. Chi viene trovato con le mani sporche di marmellata – magari fino al gomito – riesce ancora a essere commensale abituale e rispettato in banchetti esclusivi, dove può continuare a rimpinzarsi come se niente fosse mai accaduto. Non succede neppure al gioco del Monopoli, dove chi pesca un “Imprevisto” sta almeno fermo un giro… Invece in Italia si continua a giocare con la stessa pedina, le stesse “case” e gli stessi “alberghi”. Tutto come prima, anzi: si direbbe che spesso gli imprevisti facciano… curriculum.

Davigo ha semplicemente riproposto la questione del rapporto tra etica e politica. Ma evidentemente il vecchio rilievo machiavellico secondo cui gli Stati non si governano con i pater noster gode ancora, da noi, di ampia considerazione.

Circa 25 anni fa la stagione di Mani Pulite e delle inchieste sui rapporti fra mafia e politica segnò – per il nostro Paese – un forte recupero di legalità. Per un po’ di tempo sembrò che potesse prevalere quell’Italia che le regole le vuole applicare in maniera eguale per tutti e non soltanto enunciarle. Poi invece ebbero il sopravvento l’indifferenza o l’ostilità verso chi dall’interno dello Stato cerca di garantire la legalità.

Di qui gli attacchi sulla pretesa politicizzazione della magistratura e sulle sue invasioni di campo. Col risultato che il recupero di legalità in atto agli inizi degli anni Novanta è stato costretto a percorrere strade sempre più impervie. E la questione morale, che l’estendersi del controllo di legalità stava rilanciando, è stata relegata in soffitta. Perché mettere sotto accusa i magistrati, invece dei corrotti e collusi, comporta per costoro un evidente vantaggio: una minore fatica per riproporre le pratiche di sempre, più spazio e più tempo per ricostruire le fortificazioni sbrecciate dalle inchieste e dal profilarsi – grazie a esse – di responsabilità anche sul piano politico e morale che altrimenti (senza il disvelamento giudiziario) nessuno avrebbe mai neanche pensato di far valere.

Esemplare, in questo percorso, è stato l’uso cinico del termine “giustizialismo”: parola un tempo sconosciuta nel lessico giudiziario, poi introdottavi con la precisa finalità mediatica di diffondere pretestuosamente l’idea di un uso scorretto della giustizia, costringendo il dibattito a partire da una sorta di verità rovesciata. E francamente dispiace constatare che il presidente del Consiglio abbia riesumato – addirittura intervenendo in Senato – proprio questa parola, parlando, con riferimento agli ultimi 25 anni, di pagine di autentica barbarie legate al giustizialismo.

Infine, a chi sostiene che i magistrati non dovrebbero affrontare temi di carattere generale (come “il problema della corruzione”), osservo che le difficoltà della stagione che stiamo vivendo non consentono il lusso del silenzio. Specie se, come Davigo, si presiede l’Associazione Nazionale Magistrati. Altrimenti, mentre tutti parlano di giustizia, sarebbero solo i magistrati a non poterlo fare. Assurdo: come pretendere che i medici non parlino di sanità o i giornalisti di informazione.

E poi, non è vero che Davigo abbia ipotizzato una magistratura buona e salvifica contro l’Italia dei cattivi. Ha piuttosto parlato di alcuni “cattivi” che non vedono di buon occhio i magistrati “buoni”, cioè impegnati con scrupolo e rigore nel controllo di legalità. Niente di autoreferenziale. Semmai un punto di vista da valutare con attenzione.

www.ilfattoquotidiano.it, 26 aprile 2016

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