Manconi: Ora il goveno agisca con più determinazione sul caso Regeni

Manconi: Ora il goveno agisca con più determinazione sul caso Regeni

Senatore Luigi Manconi, da presidente della commissione Diritti umani, lei ha seguito fin da subito, e a stretto contatto con la famiglia, il caso Regeni. E aveva anche previsto il sostanziale fallimento del vertice tra investigatori, ultima chance della linea attendista del governo Renzi.

Mai come in questo caso aver indovinato una previsione mi lascia un senso tragico di frustrazione. Aver immaginato questo esito non mi dà alcuna soddisfazione, anzi, e mi fa sentire ancora più drammatico il tanto tempo perduto e l’impotenza che in questi due mesi abbiamo dovuto registrare. Non sto accusando alcuno, perché il comportamento del ministro degli Esteri è stato prudente – personalmente l’ho considerato troppo prudente – e tuttavia Gentiloni è stato molto attivo, generoso e costantemente concentrato sulla ricerca di un esito positivo.

Si è scommesso sulla trattativa attraverso canali riservati. Che cosa non ha funzionato?
Chiariamo una volta per tutte: una trattativa bilaterale che ruota intorno ad un orribile caso di tortura e omicidio comporta necessariamente il ricorso a canali riservati, a pressioni non pubbliche, a negoziati e a mediazioni continue. Ciò che penso è che questa via obbligata non sia stata finora accompagnata da un adeguato ricorso della forza democratica di cui il nostro Paese dispone. E della pressione politica ed economica che avrebbe potuto, e che ora più che mai deve, esercitare. Mi sembra di aver colto in sostanza, pur all’interno di una strategia razionale quale quella del ministro Gentiloni, qualcosa di simile a un complesso di inferiorità. Quasi che non fossimo noi, in questa circostanza, a trovarci in una posizione di forza.

In ballo ci sono gli interessi economici delle nostre imprese.

Lo ripeto: l’Italia è il secondo mercato europeo per i prodotti egiziani, lo sfruttamento del giacimento di gas Zhor interessa il nostro Paese ma altrettanto o ancora di più l’Egitto, e il pil egiziano per il 12,8% è dato dal turismo. Tre strumenti formidabili, democratici e non bellici, e tre leve che avrebbero dovuto essere utilizzate e che mi aspetto vengano messe in moto a partire da oggi.

Ma anche l’idea che Al Sisi sia una pedina fondamentale nella guerra contro il terrorismo islamico ha avuto il suo peso.
Non c’è alcun motivo perché si rinunci a quel ruolo che l’Egitto può giocare, ma mi rifiuto di accettare la falsa alternativa tra tutela dei diritti umani e le necessarie relazioni geo-politico-militari. Dunque, il richiamo dell’ambasciatore – richiamo e non ritiro – era ed è l’elementare premessa.

Se è una premessa, quali mosse si possono prevedere adesso?
Il richiamo dell’ambasciatore non significa rompere le relazioni ma condurle con maggiore determinazione e con quel tanto di asprezza indispensabile. Ad esempio, dichiarare l’Egitto Paese non sicuro perché non ha offerto garanzie a Giulio Regeni, non le offre a migliaia di anonimi egiziani e stranieri che vivono lì, e non può offrirle a tanti nostri connazionali e a tanti europei che vorrebbero visitare l’Egitto, è una conseguenza irrinunciabile e che può rivelarsi assai efficace.

Perché non è bastata l’autorevolezza del premier italiano che peraltro Al Sisi considera suo «amico»?
Perché evidentemente in quell’omicidio emerge la compromissione di segmenti degli apparati statali, e non solo di bassa forza, ai quali Al Sisi non può rinunciare. E dei quali non può liberarsi. In qualunque caso: sia che lo stesso al Sisi conoscesse in anticipo, o che avesse appreso in seguito, quanto accaduto al nostro connazionale.

Il premier italiano non poteva immaginare un simile epilogo?

Matteo Renzi è stato vittima ancora una volta, diciamo così, del suo giovanile ottimismo.

La barra dritta l’ha tenuta il procuratore capo di Roma. Qual è il ruolo di Giuseppe Pignatone?

Pignatone aveva fatto intendere sin dal primo momento che il suo ruolo era quello del fedele servitore dello Stato, che metteva a disposizione le sue grandi doti anche se in un quadro che riteneva compromesso. Si è comportato così perché gli è stato chiesto dal governo e per carità di patria. Ha resistito fino ad oggi per il suo modo coerentissimo di intendere il proprio dovere. Poi c’è un momento in cui anche il più freddo uomo delle istituzioni perde la pazienza.

 

il Manifesto, 9 aprile 2016

 

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