Politica e corruzione/Perché è un bene che Davigo divenga presidente dell’Anm

Politica e corruzione/Perché è un bene che Davigo divenga presidente dell’Anm

L’ultimo caso di toghe ‘scosse’ (non rosse) risale ad appena l’altro ieri (5 marzo ndr). Scosse in che senso, ci si chiederà. Bene, è molto semplice. Si potrebbe dire, altrettanto efficacemente, tirate per la giacchetta, meglio anzi per la toga. La reazione del premier Renzi, di fronte all’attacco alle sue ministre, Guidi in primis e Boschi a latere, è stato quello, in perfetta tradizione berlusconiana, di prendersela coi giudici. Due volte: la prima per ricordare con sufficiente sdegno che insomma non era ancora giunto a sentenza il processo di Potenza e in secondo luogo -siccome la sentenza è arrivata proprio il giorno dopo- che insomma queste toghe ci mettono comunque troppo tempo!

 

Tutto questo per negare, il terzo giorno, di essersela presa coi giudici: non intendevo questo. E chissà cosa intendeva. Tre giorni di sceneggiata di contorno alla scandalo Guidi-Gemelli-Boschi-emendamento-Eni che mica male, neppure l’ex cavaliere ai tempi d’oro ci aveva fatto vedere. Sostanzialmente in questo si è estrinsecata la rabbia per presidente del Consiglio di fronte alla pubblica opinione, anche se -a dire il vero- noi non sappiamo per davvero se ha strigliato bene ben Guidi e pure Boschi, magari un pochetto.

 

Proprio qui cade a proposito un altro argomento: quello di un successore autorevole alla guida di Associazione Nazionale Magistrati, che faccia sì che episodi simili, in cui le istituzioni delle Repubblica non ci fanno proprio una bella figura, vengano stoppati sul nascere, senza dar luogo a inutili e dannosi polveroni, in modo da non aggravare ulteriormente la questione.

 

Sabato prossimo dovrebbe essere la data di ‘investitura’ di Piercamillo Davigo alla presidenza dell’Anm, grazie a un accordo raggiunto tra le correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati sul nome dell’ex pm di Mani Pulite. In quella data, infatti, si terrà la prima riunione del nuovo parlamentino, ossia il Comitato Direttivo Centrale del sindacato dei giudici, composto dai 36 eletti dopo il voto del 6, 7 e 8 marzo scorsi, che deve nominare il successore di Rodolfo Maria Sabelli, oltre al segretario e ad altri componenti della Giunta esecutiva.

 

A seguito dell’intesa, Davigo dovrebbe essere presidente per un anno, anziché per i quattro previsti finora, ritornando così a una precedente consuetudine, interrotta all’epoca dei continui attacchi di Berlusconi alla magistratura. Dopo di lui il mandato presidenziale verrebbe conferito secondo il criterio della turnazione. Ma si tratterà di un anno cruciale in ogni senso: un anno che si apre subito col referendum di iniziativa popolare sulle trivelle, già definito “inutile” dal presidente del Consiglio, per arrivare in ottobre ai referendum sulla legge costituzionale Renzi-Boschi per cambiare la nostra Carta e ai quelli per la modifica della legge elettorale, l’Italicum, cui partecipa persino una parte di parlamentari Pd (li spazzeremo via, ha detto sempre Renzi efficacemente a proposito delle opposizioni interne ed esterne al suo partito, non solo dei professoroni, gufi e rosiconi quindi).

 

Lo scorso 18 marzo, del resto, il consigliere della Corte di Cassazione Davigo era stato il più votato con 1.041 preferenze, candidato nella lista che lui stesso ha contribuito a fondare, staccandosi da Magistratura Indipendente, con il nome di Autonomia e Indipendenza. A seguire, il pm di Roma, Francesco Minisci (Unicost, 896 voti), il pm di Santa Maria Capua Vetere, Giuliano Caputo (Unicost, 797 voti), il giudice del tribunale di Roma, Corrado Cartoni (Magistratura Indipendente, 763 voti), il consigliere della Corte d’appello di Catanzaro, Antonio Saraco (Unicost, 727 preferenze), il giudice di Catania, Daniela Monaco Crea (Unicost, 620 voti), il giudice di Genova, Pasquale Grasso (MI, 580 voti), il giudice di Napoli, Rossella Marro (Unicost, 566 voti), il giudice di Roma, Bianca Ferramosca (Unicost, 559 voti) e il consigliere della Corte d’appello di Reggio Calabria, Tommasina Cotroneo (Unicost, 545).

 

Davigo è un uomo-simbolo dentro e fuori la magistratura. Non a caso è stato definito dottor Sottile, cioè la mente giuridica della vicenda Tangentopoli; la lotta alla corruzione e la difesa del principio di legalità sono stati i capisaldi dei suoi interventi in magistratura. 

 

“Di fronte alla corruzione gli italiani dovrebbero informarsi e indignarsi. Quando la reazione dell’opinione pubblica è forte, la politica adotta comunque provvedimenti. Il cosiddetto ‘Parlamento degli inquisiti’, quello in carica fra il 1992 e il 1994, ha abolito l’autorizzazione a procedere a fronte dell’indignazione dell’opinione pubblica”. Sono parole che ha usato in una delle sue rare interviste, concessa a “il Dirigente”, mensile di Manageritalia nel settembre dello scorso anno.

 

“Secondo gli indici di percezione della corruzione, l’Italia è collocata nelle peggiori posizioni in Europa -ha ricorda poi- Le ragioni sono da ricercare nel fatto che, dopo quanto era emerso negli anni dal 1992 al 1995 il mondo politico, anziché cercare di contenere la corruzione, ha cercato di contenere le indagini e i processi”. Chi può dire, in buona fede, il contrario?

 

Nei giorni scorsi il magistrato è stato a San Paolo, in Brasile, invitato a un incontro nel Centro per i dibattiti della Procura federale per raccontare la sua esperienza di Tangentopoli. Tra i colleghi, c’è anche Sergio Moro, notissimo pm brasiliano a capo del pool che sta mettendo a soqquadro il sistema politico-imprenditoriale carioca, con l’inchiesta “Lava Jato” (“autolavaggio”, tradotta in Italia come la “Mani Pulite brasiliana”), quello -per intendersi- che ha spiccato oltre 40 mandati di cattura e comparizione, anche per l’ex presidente brasiliano Lula. Proprio in questa sede, il giudice è tornato a parlare di indignazione, esprimendosi in questi termini: “In Italia i partiti lavorano per bloccare l’azione della magistratura”.

 

Politica e giustizia sono i termini della questione, due poli tra cui oscilla il pendolo democratico, in quel sistema di ‘check and balance’ che la Costituzione italiana spiega così chiaramente nell’articolo 104: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Un controllo reciproco di pesi e contrappesi -e non di lacci e lacciuoli, come qualcuno ha detto con insofferenza- che garantisce ai cittadini un equilibrio delle rispettive influenze.

 

Cosa significa la sua designazione, che giunge dopo un periodo di contrasti all’interno dello stesso sindacato dei magistrati? Alcuni l’hanno intesa come una rimonta delle destre nell’ambito delle toghe, altri come un segno di restaurazione per un’Italia troppa corrotta e dimentica del principio di legalità. Politica e giustizia possono infine tornare a spartirsi i campi? Come protagonista delle vicende italiane, che vanta una reputazione di autorevolezza, il nome di Davigo al vertice del sindacato dei giudici assomiglia a una sorta di “unicuique suum”. Ad ognuno il suo, alla giustizia ciò che alla giustizia appartiene. Autonomia e indipendenza, dunque, come vuole il dettato costituzionale.

 

 

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