Palmira può rinascere dopo la furia dell’Is grazie a un’équipe internazionale di studiosi

Palmira può rinascere dopo la furia dell’Is grazie a un’équipe internazionale di studiosi

La liberazione di Palmira dall’occupazione delle bande nere dell’Is, dopo dieci mesi di incontrastato e violento controllo della moderna cittadina di Tadmor e dello straordinario campo di rovine della città di Zenobia, apre uno scenario nuovo e complesso nella prospettiva del restauro, della ricostruzione e della rinascita delle opere, dei monumenti, del museo della spettacolare perla del deserto, fiorita per almeno tre secoli agli inizi dell’era cristiana in una posizione strategica fondamentale tra gli imperi di Roma, da un lato, e dei Parti prima e dei Sasanidi poi, dall’altro.

LA CONTA DEI DANNI
Pur nel travaglio di una crudelissima guerra civile che sembrava senza fine, l’accorta prudenza usata dall’esercito regolare della Repubblica Araba Siriana nel riconquistare una piccola città, un tempo di circa 80.000 abitanti ridotti a non molte centinaia dopo l’occupazione, ancor oggi strategica per raggiungere attraverso il deserto le città orientali di Raqqa e di Deir ez-Zor sull’Eufrate, ha evitato danni ulteriori alla città.
In queste ore, in cui il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon e la direttrice generale dell’Unesco Irina Bokova hanno pubblicamente espresso la loro soddisfazione per l’avvenuta liberazione, si contano sul campo i danni e si analizza la situazione drammatica delle distruzioni, si studiano le iniziative per la riabilitazione di un sito storico di incomparabile valore, si progettano ipotesi di interventi per la realizzazione di un compito obiettivamente difficile, problematico, complesso.

IL DIRETTORE DELLE ANTICHITÀ
Una notizia positiva è la presenza immediata a Palmira di Maamoun Abdulkerim, direttore generale delle Antichità e dei Musei di Damasco, di cui è apprezzato universalmente l’impegno tenace ed equilibrato per la disperata quanto efficace difesa di molti tesori archeologici tempestivamente sottratti ai rischi micidiali, paradossalmente, da un lato, delle distruzioni indiscriminate e, dall’altro, dello smercio sul mercato antiquario internazionale. Dati preliminari, ma finalmente documentati, cominciano ad essere disponibili proprio per le documentazioni fotografiche d’urgenza diffuse dalla Direzione generale delle Antichità e per i video con le riprese effettuate dai droni russi sulla distesa delle rovine della città antica.

RESTAURARE O RICOSTRUIRE?
Il dilemma di fondo, ovviamente, è: restaurare limitandosi a consolidare e stabilizzare lo stato di degrado estremo dei resti scampati alle esplosioni e agli abbattimenti brutali o restituire con le moderne avanzate tecniche di ricomposizione a quei resti sfigurati lo stato di rovine precedente all’imperversare della furia devastatrice dell’Is?
Le risposte possono essere molteplici, ma l’esempio di quanto è stato fatto, dopo i disastri della Seconda guerra mondiale, al centro monumentale di Dresda e al Peterhof presso San Pietroburgo, ma anche a Montecassino e a San Lorenzo a Roma, oggi che le tecniche che possono essere impiegate sono incomparabili a quelle del passato dopoguerra, appare illuminante e perseguibile. Si deve restituire al civilissimo popolo della Siria quanto la barbarie fondamentalista dell’Is ha voluto sottrargli.
Nel tempo della ricostruzione, tuttavia, ogni ingenuo volontarismo, ogni dilettantismo entusiasta, ogni interessata disponibilità non deve essere presa seriamente in considerazione. Alla gravità di un’emergenza drammatica devono fare riscontro conoscenze scientifiche, competenze comprovate, esperienze sperimentate nella piena trasparenza delle procedure e delle realizzazioni.

I TESORI PIÙ COLPITI
È fin da ora evidente che gli interventi prevedibili per queste restituzioni, secondo il livello di degrado dei monumenti e la complessità strutturale delle opere, dovranno affrontare problemi molto differenziati: il piccolo Tempio di Baalshamin, la grande cella del Santuario di Bel, i sepolcri a torre della Valle delle Tombe, la lunga Via Colonnata, annientati, come nei primi tre casi, o danneggiati come nel quarto, potranno tutti essere restituiti all’antico splendore, ma le difficoltà saranno assai differenziate. Problemi più ardui presenterà certo lo spettacolare sancta sanctorum del Tempio di Bel, polverizzato quasi certamente in molte delle sue straordinarie decorazioni scultoree. Benché apparentemente annientate, le torri funerarie, per la semplicità della loro struttura, potranno essere ri- costruite, mentre le molte sculture che ancora ospitavano sono in grandissima parte scomparse.

GLI INTERVENTI PIÙ SEMPLICI
Minori problemi offrirà il Tempio di Baalshamin, di cui, come rivela la documentazione fotografica, diversi elementi architettonici fondamentali sono scampati alla distruzione. I restauri alla grande Via Colonnata appaiono tra i più semplici da realizzare.

LA RINASCITA IN TRE PUNTI
Più esteso e disinteressato sarà l’impegno solidale che si metterà in campo, più positivo sarà il risultato della rinascita di Palmira.
Primo, è necessaria un’ampia e coordinata collaborazione internazionale di riconosciute autorità scientifiche.
Secondo, ogni intervento dovrà essere richiesto e ratificato dalle Autorità culturali della Repubblica Araba Siriana.
Terzo, tutte le attività dovranno svolgersi, al livello di progetto e di realizzazione, sotto il patrocinio effettivo dell’Unesco.
Dopo i disastri proditoriamente inferti a quel gioiello del patrimonio culturale universale che è Palmira, se la ricostruzione diverrà l’occasione di una nuova forma di colonialismo, si perpetrerà un secondo scempio, inaccettabile all’alba del terzo millennio.

 La Repubblica, 30  marzo 2016

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