La rotta di Bolloré

La rotta di Bolloré

Lo yacht è il messaggio, giusto per parafrasare ancora McLuhan. E, sul lussuoso naviglio di Vincent Bolloré, Sarkozy andò a festeggiare l’avvenuta elezione alla presidenza francese. Così è antica la contiguità tra l’uomo d’affari bretone e Silvio Berlusconi. Insomma, il patron di Vivendi (società assai attiva anche nelle comunicazioni, presente in Italia con un significativo 24,9% di Telecom, nonché un discreto gettone in Mediobanca) non ha dubbi amletici sulla sua collocazione geopolitica. Anzi. Il tentativo in corso di siglare un’intesa societaria con Mediaset Premium per la pay tv sembra un cavallo di Troia per agganciare la casa madre del biscione, cui in cambio verrebbe garantito un dolce atterraggio nell’universo delle telecomunicazioni; dove già la preziosa costola tecnologica di Cologno monzese Ei Towers ha messo un piede, prima con l’Opa su RayWay e ora con l’offerta su Inwit di Telecom. Insomma, Bolloré riuscirebbe a conseguire tre risultati in un solo colpo: cambiare la strategia dell’ex monopolista riaprendo il fronte dei media, aprire lo scontro sui contenuti on demand con Netflix e i nuovi potenti della rete, realizzare un bel matrimonio se non d’amore almeno di convenienza con l’ex cavaliere. L’attrazione fatale d’Oltralpe ha varcato la soglia di palazzo Chigi, magari sotto il titolo dello sviluppo della banda larga. Il presidente del consiglio parrebbe aver dato la sua benedizione, ovviamente con la solita premessa che è il mercato a decidere. Frase rivelatasi ogni volta di pessimo auspicio.

Infatti, tutto questo ha una finalità che via via verrà in chiaro: la conquista da parte di un asse conservatore del peso prevalente nel settore in Europa, luogo quest’ultimo di un prevedibile scontro sui destini prossimi venturi sul quale sarà determinante il controllo delle piattaforme informative. Siamo dentro un Risiko complesso, dove l’aspetto politico conta molto. Si potrebbe immaginare una qualche intesa con il “terzo uomo”, il tycoon Rupert Murdoch. Del resto, le iniziative in corso, ivi compresa la vicenda Stampa-Repubblica, hanno il sapore di una pole position in vista della gara senza esclusione di colpi. Una lotta tra capitalisti, avrebbero scritto i classici, ma dove si gioca una partita colossale che tocca l’intera società, essendo la posta la conquista dell’immaginario collettivo. I modelli culturali, gli stili di vita e le logiche dei consumi. L’avvenuto incrocio tra i diversi media rischia, se non si definiscono regole adatte alla nuova soglia dell’evoluzione, di chiudere definitivamente lo scenario, con la suddivisione spietata del campo: pochissimi primi attori da una parte, un enorme numero di comparse ridotte alla schiavitù intellettuale dall’altra.

Servono normative adeguate a livello europeo, ma è lecito attendersi un’azione meno criptica e difensiva pure dalle e nelle sedi istituzionali italiane. Dov’è finita la lingua politica? L’età dell’oro del vecchio mappamondo (in cui Mediaset raccoglie il 57% della pubblicità televisiva e il 35% di quella radiofonica) è agli sgoccioli e si è passati ad una serie superiore. La rete delle telecomunicazioni è un bene comune e non è immaginabile che un aspetto cruciale dell’edificio democratico divenga merce di scambio o mero teatro di scontro. In breve: va riacquisita alla sfera pubblica. Non è il ritorno dello statalismo. Se mai, è il contrario. Solo così entra in scena il plusvalore sociale, che apre i cancelli serrati dal mercato dei forti. E non si smantellano la forza lavoro e i piccoli azionisti.

 

“il manifesto” mercoledì, 23 marzo

 

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