PERCHÉ NO

PERCHÉ NO

Si è svolta a Torino nella serata di martedì 15 marzo 2016 presso la sede del Gruppo Abele l’assemblea aperta per i referendum contro l’Italicum e contro la riforma costituzionale, organizzata dal Comitato piemontese e valdostano “Salviamo la Costituzione”.

L’incontro ha visto la partecipazione di numerosi cittadini e rappresentanti di svariati comitati attualmente impegnati nella campagna per i cosiddetti “referendum sociali”. Erano presenti all’assemblea anche Alfonso Di Giovine, Diego Novelli, Livio Pepino, Gastone Cottino, Roberto Lamacchia, Gian Giacomo Migone e Gianni Vattimo. Sono giunti inoltre messaggi di adesione e sostegno al Comitato da parte di Don Luigi Ciotti, Armando Spataro e Luca Mercalli.

Dopo l’introduzione dell’avvocato Antonio Caputo è intervenuto il Professor Gustavo Zagrebelsky,

Presidente onorario del Comitato nazionale per il No, che ha riassunto con estrema efficacia alcuni dei punti nodali sui quali si basa la campagna per il No.

Innanzitutto la riforma della Costituzione attualmente in discussione si presenta come una modifica di sostanziale stampo governativo, che si traduce nella volontà dell’esecutivo di appropriarsi di quello che dovrebbe essere lo strumento di regolamentazione della vita civile e politica del nostro Paese: il tentativo è dunque quello di fare della Costituzione uno “strumento di governo”, modificandone la fondamentale natura di “regola del governo”. Ciò comporta naturalmente un vulnus all’idea stessa di Costituzione come regola di convivenza tra tutti i cittadini e tra tutti i poteri.

Numerosi sono poi i miti da sfatare in relazione al quadro della riforma costituzionale propagandato dal governo Renzi. In primo luogo è da contestare la considerazione secondo la quale sarebbe solo la Parte seconda della Carta, relativa all’ordinamento della Repubblica, ad essere modificata e non verrebbero dunque intaccate le garanzie contenute nella Parte prima (diritti e doveri dei cittadini): appare lampante che le parti del testo costituzionale non siano scindibili e che la seconda non possa che essere funzionale alla realizzazione dei diritti contenuti nella prima.

Una differente struttura dei poteri comporterebbe dunque necessariamente un diverso assetto dei diritti democratici. In secondo luogo, il fatto che il governo sostenga la riforma come necessaria al fine di aggiornare il testo costituzionale, ormai vecchio di quasi settant’anni, per adattarlo alla mutata realtà del nostro tempo costituirebbe, secondo Zagrebelsky, un grave pericolo: lo scollamento fra la costituzione formale e quella materiale è un fenomeno innegabile, ma prima di arrenderci all’adeguamento della prima alla seconda è necessario chiederci se la degenerazione, perché di questo si tratta, della costituzione nella sua applicazione reale da parte della classe politica italiana, che si concretizza in particolar modo nel crescente esautoramento del Parlamento a favore dell’esecutivo, sia davvero un fenomeno che vogliamo costituzionalizzare. Se la deriva materiale della Carta non ci convince, abbiamo l’occasione di opporci alla sua formalizzazione.

A completamento della visione per la quale la nostra Costituzione necessiterebbe di un rinnovamento, la riforma viene spesso presentata come un mero aggiornamento di carattere tecnico, cui, proprio per la sua fisionomia “tecnica”, sarebbe difficile opporsi (non dimentichiamo tuttavia quanto l’aggettivo “tecnico” sia stato utilizzato per vestire di neutralità decisioni che in realtà erano figlie di precisi disegni politici: un esempio per tutti è costituito dalle politiche di austerità adottate dal governo tecnico di Mario Monti sotto l’egida degli organismi dell’Unione europea).

Tuttavia, se ci si dedica alla lettura di quello che potrebbe essere il nuovo articolo 70 relativo all’assetto della funzione legislativa o dell’articolo 57 avente ad oggetto le elezioni del Senato della Repubblica, si noterà come “l’aggiornamento tecnico” si traduca nei fatti in un groviglio di rinvii ad altri articoli e previsioni contraddittorie che lasciano spazio a diverse possibilità interpretative e che difettano della chiarezza assolutamente imprescindibile per un testo costituzionale che deve essere per definizione comprensibile per tutti i cittadini (ad esempio all’articolo 57 comma 5 si legge che i senatori sono “eletti in conformità alle scelte espresse dagli elettori […]”; tuttavia l’elezione dei senatori da parte dei consiglieri regionali ha un significato molto diverso da un vincolo che legherebbe questi ultimi a scegliere in maniera conforme alla volontà degli elettori: eleggere è scegliere e non possono scegliere nello stesso tempo sia i cittadini sia i consiglieri regionali).

Il carattere della riforma costituzionale, così confuso e approssimativo, lascia spazio ad un unico punto, fermo e inamovibile: il rafforzamento dell’esecutivo. Attraverso la previsione di tempi certi per il voto di disegni di legge ritenuti essenziali per l’attuazione del programma di governo (nuovo articolo 72 comma 7), la modifica della distribuzione delle competenze fra Stato e regioni, il nuovo assetto del Senato non elettivo, che si riflette in nuovi equilibri anche rispetto agli organi di controllo, il baricentro del potere si sposta radicalmente a favore dell’esecutivo. La complessità dei procedimenti di decisione parlamentare e la scarsa chiarezza del testo della riforma comporteranno probabilmente l’arenarsi dei meccanismi previsti dal disegno costituzionale e il Parlamento si troverà nuovamente relegato nell’inattività; la vera e unica riforma resterà dunque quella per l’esecutivo e il suo rafforzamento. Trovandoci però in un’epoca di rovesciamento della piramide della democrazia così come delineata dalla nostra Costituzione (il “popolo” è sempre più lontano dalla sfera dei “decisori”, che spesso si colloca al di fuori e al di sopra della realtà nazionale) resta aperta una domanda: a che interessi risponderà questo esecutivo rafforzato? Ci stiamo forse attrezzando per una trasmigrazione dalla democrazia all’oligarchia?

Ha preso poi la parola l’avvocato Felice Besostri a sostegno dell’abrogazione referendaria dell’Italicum (in particolare in riferimento ai capilista bloccati e alla possibilità di ballottaggio senza soglia minima di votanti). Se applicata, la legge elettorale contribuirebbe infatti a perfezionare la concentrazione del potere di cui è portatrice la stessa riforma costituzionale.

A chiusura dell’assemblea, infine, si sono tenuti gli interventi dei rappresentanti del Comitato Acqua Pubblica, della Campagna Stop TTIP, dell’ANPI, del Coordinamento No Triv e della Fiom, a ribadire che esistono una prospettiva e una lotta comuni.

1 commento

  • Ringrazio personalmente l’ Autrice di questo splendido report dal quale traspare molta competenza ma anche molta passione civile. Una efficace e fortunata miscela che speriamo di mettere in campo anche noi il 9 aprile a Napoli nell’ incontro-seminario sulla riforma costituzionale che vedrà come relatore il prof. Massimo Villone, costituzionalista emerito dell’ Università degli Studi ‘ Federico II ‘ . Incontro ideato dal Consiglio di Direzione di LeG in rappresentanza del quale parteciperà il prof. Francesco Pallante , costituzionalista dell’ Università degli Studi di Torino.
    Per la concomitanza con l’ avvio della campagna per l’ abrogazione di parti dell’ italicum , l’ incontro – organizzato dall’ associazione Libertà e Giustizia e dal Comitato napoletano del Coordinamento per la democrazia costituzionale – ospiterà al suo interno una vera e propria conferenza stampa di presentazione del referendum anti-italicum ( del cui comitato nazionale è presidente lo stesso Prof. Villone ) e dei cosiddetti ‘ referendum sociali ‘ ( quello contro la ‘ buona scuola ‘ in primis ) . Ci auguriamo anche noi di riuscire a coinvolgere e interessare ampi strati della cittadinanza e del variegato mondo dell’ associazionismo al fine di respingere – come già avvenuto in passato – questo inconsulto attacco alla nostra Carta, ai suoi equilibri, ai suoi diritti.
    Giovanni De Stefanis, LeG Napoli e Cdc comitato napoletano.

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