Forza Caligola

Forza Caligola

Finalmente, dopo mesi di slogan, frasi fatte, slide, tweet, hashtag e aria tritata a suon di “riforme attese da 70 anni”, “cambia verso”, “Italia che corre” e – già che c’ è – “svolta”, il fronte del Sì alle schiforme ha messo nero su bianco le sue “ragioni”. L’ Unità ospita due pagine con il manifesto di tal Carlo Fusaro, che non è proprio un costituzionalista (insegna Diritto pubblico comparato, naturalmente a Firenze), ma si fa quel che si può.

 In compenso il Fusaro, noto su Twitter per le sue languide leccate a Renzi, Boschi e persino Verdini, risulta essere “garante della costituzionalità delle norme della Repubblica di San Marino”. L’ ideale per spiegare agli eventuali lettori i 9, anzi 10 (non si capisce bene) “perché bisogna votare Sì” al referendum costituzionale di ottobre.

Cogliamo fior da fiore.

 1. La riforma costituzionale è pudicamente definita “Renzi-Boschi”, oscurando inspiegabilmente il terzo coautore: Denis Verdini, prima emissario di B. nell’ Era del Nazareno e ora delegato di se stesso e dei suoi confratelli.

2. Secondo il Fusaro, “la Parte Prima (della Costituzione) non è toccata” dalla riforma.

Peccato che, all’ articolo 1, si legga: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Tra queste forme e questi limiti, non è previsto che i 2/3 dei parlamentari siano nominati dai capipartito col trucco dei capilista bloccati (per la Camera) e con quello dell’ “elezione di secondo grado” da parte dei Consigli regionali (per il Senato). Quindi, spiacenti per il prof, ma la Parte Prima non solo viene toccata: viene stravolta. La sovranità appartiene a lorsignori.

3. La riforma, secondo il giureconsulto fiorentin-sammarinese, “rafforza in più punti le garanzie”. Cioè i “contrappesi” per controllare i governi per conto dei cittadini: Quirinale, Consulta, autorità indipendenti, magistratura, stampa. Purtroppo, come lo stesso Fusaro è costretto ad ammettere, la schiforma “rafforza il Governo in Parlamento”. Pietoso eufemismo: in realtà crea un premier onnipotente, che si nomina gran parte dei parlamentari (come Caligola che fece senatore il suo cavallo), s’ intasca il 55% della Camera (l’ unico ramo del Parlamento che deve dargli la fiducia) anche col 25% dei voti e, a quel punto, può nominarsi il capo dello Stato, un bel po’ di giudici costituzionali, i membri laici del Csm, le autorità “indipendenti” e i vertici Rai. Così le garanzie non garantiranno più i cittadini, ma il premier che le ha nominate.

4. Si “rafforza la partecipazione attraverso iniziativa popolare e referendum”. Altra balla: per i referendum le firme salgono da 500 a 800 mila e per le leggi di iniziativa da 50 a 150 mila. I nuovi “referendum propositivi e di indirizzo” sono fumo negli occhi: col Parlamento ridotto a zerbino del premier, questi farà bocciare tutto ciò che non gli garba (come sta avvenendo col referendum abrogativo e vincolante sull’ acqua).

5. “Il bicameralismo paritario indifferenziato – salmodia il Fusaro – è un ostacolo al governo del Paese” e la riforma assicura “una governabilità più rapida ed efficace”. La solita litania della navetta Camera-Senato che rallenterebbe l’ azione legislativa. Bugia: secondo i dati mai smentiti dell’ Ufficio studi del Senato, le leggi sono approvate in media dalle due Camere in 53 giorni; i decreti in 46 giorni; le finanziarie in 88 giorni. Le “perdite di tempo” le fanno partiti e correnti litigando, mercanteggiando, voltando gabbana; e i governi, dimenticando i decreti attuativi. Le unioni civili non hanno atteso 30 anni per la navetta fra le Camere, ma perché i partiti non si mettevano d’ accordo fra loro e al proprio interno. La navetta comunque non è abolita, anzi: ogni legge, a richiesta del Senato, farà sempre tre passaggi (Camera-Senato-Camera). Solo che oggi il sistema è uno solo: la riforma ne prevede 12 a seconda delle materie (con infiniti conflitti e ricorsi, visto che i decreti omnibus e milleproroghe contengono norme di decine di materie diverse).

6. La riforma “è frutto di una convergenza larga del mondo accademico”. Infatti i maggiori costituzionalisti laici e cattolici sono per il No. E l’ appello del Sì lo fa Fusaro.

7. “Questa riforma si sposa bene con la nuova legge elettorale”. Vero, ma nel senso che la prima non ci fa più eleggere i senatori e la seconda neppure i 2/3 dei deputati.

8. “L’ abolizione di ogni riferimento alle province”. Già, ma le province non sono state abolite: hanno solo cambiato nome e non eleggiamo più nemmeno quelle.

9. La riforma “pone fine a una lunghissima stagione di inconcludenza riformatrice che dura da oltre 20 anni”. In questi 20 anni la Costituzione è stata già cambiata almeno sei volte: immunità parlamentare, amnistia, titolo V, “giusto processo”, devolution (bocciata nel referendum 2006) e pareggio di bilancio. Quindi i ricostituenti la piantino di raccontare balle.

10. I contrari dicono “no a tutto”, sono “fanatici del ‘la Costituzione non si tocca’”. Falso: i costituzionalisti del No hanno subito proposto riforme alternative: diversificare i poteri di Camera e Senato senza svilirne il peso né trasformare il premier nell’ uomo solo al comando, mantenendo l’ elettività dei parlamentari e dimezzandone il numero e lo stipendio. Per superare il bicameralismo paritario, risparmiare sui costi della politica e allargare la partecipazione dei cittadini. Sarà un caso, ma l’ appello del No sul nostro sito ha raggiunto in quattro giorni 100 mila firme. Vedremo se e quante ne raccoglierà la Summa Fusaro. Per ora siamo 100 mila a zero.

ll Fatto Quotidiano, 16 marzo 2016

 

 

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