La crisi della politica alla scuola di Pavia di Libertà e Giustizia

La crisi della politica alla scuola di Pavia di Libertà e Giustizia

Il 27 e 28 febbraio si è svolto il primo ciclo della Scuola Leg di Pavia 2016 sul tema “La crisi della politica: le cause, gli effetti, le alternative”. Sede degli incontri: il prestigioso Collegio universitario Ghislieri.

Relazioni tutte approfondite e di ampio respiro: di Salvatore Veca su “Le cause della crisi”, di Nadia Urbinati su “Gli effetti della crisi”, di Alfio Mastropaolo su “Le alternative: come uscire dalla crisi?”. Alla sera, “Caminetto”, conversazione con Carlo Galli sul tema “A sinistra”. La scelta di un solo relatore per sessione ha permesso di avere tempi più lunghi per le argomentazioni e un dibattito ricco di interventi e di scambi di opinioni.

Sono state giornate dense di contenuti e di incontri, di scambi culturali e nuove relazioni interpersonali, da cui sono uscite proposte di nuove progettualità in dimensione europea, di scambi intergenerazionali, della necessità di un sapere critico e di dare valore allo spazio pubblico come primo bene comune.

Salvatore Veca ha posto l’accento sulle diseguaglianze economiche, individuate quale prima causa della lacerazione sociale e, di conseguenza, di sfilacciamento del tessuto politico.

Il problema della diseguaglianza economica è tornato d’attualità solo negli ultimi 6-7 anni, grazie ad autori eterodossi come Krugman, Sen, Stiglitz, Fitoussi, Piketty, Atkinson, benché la forbice della diseguaglianza abbia iniziato a riaprirsi alla fine dei Trenta Gloriosi (per poi divaricarsi in maniera senza precedenti negli anni ‘90, dopo il crollo dell’URSS). Questi autori rifiutano il dogma centrale dell’economia ortodossa che crede nell’autoregolazione dei mercati se questi non sono distorti da interventi esterni (come oggi riafferma Donald Trump). Se il dogma fosse vero, non dovremmo avere crisi. Sappiamo che la realtà dimostra il contrario: oggi viviamo nella crisi.

Ma perché dovremmo impegnarci per ridurre la diseguaglianza? La teoria sociale e la teoria politica ci dicono perché vanno ridotte le diseguaglianze: Crouch, Urbinati, Rosanvallon. La società sta tornando a essere castale, torna il principio ascrittivo per ordine e per ceti (dimmi dove nasci e ti dirò chi sarai; il contrario è il principio elettivo, cioè per scelta). Domina il privilegio di qualcuno, non l’interesse di chiunque: negli ultimi dieci anni siamo giunti al blocco totale della mobilità sociale verticale.

Tutto ciò rende ipocrita la solenne promessa costituzionale della pari dignità sociale delle persone, anche come cittadini elettori: le politiche democratiche pretendono l’eguale rispetto delle persone (Sen). Le politiche dell’eguale rispetto dipendono dal rispetto del principio dell’eguale capacità delle persone: è il contrario della situazione attuale, in cui convivono la più grande miseria e la più grande ricchezza (Fitoussi). Siamo in un ancien régime post-moderno, in cui le diseguaglianze economiche finiscono col tradursi in un attacco alla democrazia (Gallino). L’ancien régime ferma il tempo: viviamo un costante e bloccato presente, senza prospettiva di futuro. Se non c’è prospettiva di mobilità sociale, c’è immobilismo, non c’è futuro. Rawls dice che la distribuzione naturale non è né ingiusta né giusta; ciò che è giusto o ingiusto è il modo in cui le società trattano questi fatti. Le società castali sono ingiuste perché rendono fatti contingenti e casuali la base ascrittiva per l’appartenenza immutabile a determinati ceti. I destini vanno invece condivisi, aprendo alle possibilità di mobilità sociale. Le diseguaglianze rompono il vincolo sociale, creano società della sfiducia. Alain Tourain ha parlato di distruzione del sociale, Stigliz di società divisa; il vecchio Karl Polany aveva messo a fuoco questo rischi nella fase dell’insorgenza del capitalismo. La società richiede condivisione dei destini, altrimenti c’è solitudine.

Tutto ciò ha ricadute culturali profonde: sul sapere utile e sul brevissimo termine come orizzonte dell’azione pubblica. Ciò porta alla dittatura del presente. Il sapere utile, cioè il sapere che risolve problemi, è oggi l’idea dominante in campo educativo. Ma è un assurdo, perché la tecnologia cambia continuamente, così come i problemi. Per cui il sapere utile non è mai realmente utile…! E poi, chi fa la lista dei problemi da risolvere? La fa la politica o l’economia (tramite i finanziamenti privati)? E la ricerca? Ha ancora voce in capitolo? Il brevissimo termine è oggi l’orizzonte entro cui si pretendono risultati dalla ricerca. La combinazione dei due elementi contrae l’ombra del futuro sul presente. Vivere schiacciati sul presente disincentiva la reciprocità ed enfatizza gli egoismi.

Ci sono dunque molte ragioni per combattere la diseguaglianza: politiche (deficit di legittimità democratica), sociali (società lacerata), economiche (crisi), culturali (dittatura del presente), filosofiche (problema della giustizia). A proposito di quest’ultima, la questione della giustizia è oggi non più la giustizia commutativa (la giustizia degli scambi, in base al libertarismo), ma la giustizia distributiva: occorre ricreare un eguale status di cittadinanza democratica.Foto fine Scuola

Nadia Urbinati ha affrontato il tema di come i sistemi politici ammettono e gestiscono il governo della crisi della democrazia, sottolineando come il pubblico sia in forte declino rispetto al potere economico e religioso. Crisi significa tagliare un nodo, significa anche giudizio e presume una polis. Gestire le crisi è fondamentale.

Si possono distinguere tre concetti di crisi:

  • il primo si riferisce a una concezione procedurale della democrazia, in cui la cittadinanza serve ad individuare i governanti pro-tempore. La crisi di governabilità si produce perché la società chiede troppo e lo Stato sociale diventa troppo pesante e va in crisi per eccesso di democrazia. In questi casi, due sono le possibili vie d’uscita: o diminuiscono le richieste o diminuiscono le prestazioni. La critica di fondo è che la democrazia sociale distrugge il senso di autorità dello Stato;
  • un’ altra visione dl crisi compare negli anni ’70 con Habermas: solo se si presume una situazione di equilibrio c’è crisi. Si tende ad una perenne democratizzazione per essere sempre più coerenti rispetto agli altri, con autonomia di giudizio e sincerità con riferimento a norme morali di cittadinanza democratica. Si prende atto di essere  diseguali e si sente il bisogno di organizzarsi in partiti o associazioni (partigianeria) per sopperire alla propria debolezza;
  • la terza prospettiva è quella catastrofista che si riconduce allo scontro di civiltà, quando nel gioco politico internazionale entra un altro tipo di religione. In questo caso c’è bisogno di cultura.

Non è possibile cambiare il regime democratico, ma si può cambiare il tipo di forma della democrazia. La forma della democrazia del dopoguerra è quella parlamentare. E’ questa che è in trasformazione verso un’evoluzione di tipo presidenziale o con centralità dell’esecutivo (presidenzialismo). Questa trasformazione è connessa alla mutazione di alcuni elementi fondamentali: i partiti si sono trasferiti dalla società alle istituzioni e con internet si è creata un’ unità del sistema di informazione e comunicazione, causando il declino dell’informazione giornalistica autorevole e riconoscendo alla cittadinanza il diritto di opinione. Il potere si è trasferito dalla cittadinanza attiva (voto) alla funzione giudicativa. La sfera della decisione non interessa più ai cittadini: interessa il giudizio e la possibilità di commentare in maniera diretta. Siamo produttori diretti della rappresentanza di noi stessi. Internet ci da l’impressione di essere molto potenti e questo genera l’idea che il giudizio sia un potere forte.

In questo mondo, in cui i cittadini agiscono in maniera diretta, saltando i corpi intermedi, si sta assistendo al passaggio dalla democrazia parlamentare a quella esecutiva che più corrisponde alle esigenze attuali. C’è un mutamento dello status della democrazia a cui corrisponde una democrazia dell’esecutivo, dove il fare è importante. E’ improprio parlare di crisi della democrazia, dobbiamo parlare di crisi di forme della democrazia. La forma della cittadinanza cambia da positiva a negativa.

Carlo Galli ha messo in luce come oggi il Parlamento sia debole perché deboli sono i partiti. I partiti sono il principio d’ordine del parlamentarismo. Finché i partiti sono stati forti, forte è stato il Parlamento. La critica ai partiti, alle intese parlamentari, alle alleanze, al dibattito, ecc. ha rafforzato il governo. Il Parlamento ha senso solo se ci sono i partiti, altrimenti perde autonomia e capacità propositiva: il suo unico compito diventa tenere in vita il governo e l’unica alternativa praticabile diventa obbedire o “uccidere” il governo (esponendo se stesso al suicidio).

I partiti della prima repubblica erano articolazioni permanenti della società, oggi i partiti sono macchine elettorali. Il neoliberismo non vuole strutture sociali permanenti, vuole società liquide, alla sua mercé. E le prime strutture permanenti da abbattere sono i partiti. In questo, il Movimento 5 Stelle è inconsapevole complice dei grandi poteri finanziari.

Alfio Mastropaolo è partito dalla definizione bobbiana di democrazia. Per Bobbio la democrazia è formale: richiede suffragio universale, principio di maggioranza, libera competizione. Una volta assodati questi requisiti, dal punto di vista sostanziale la democrazia può fare quel che vuole: lo Stato sociale è un eventuale di più. Purché si usino forchetta e coltello, in democrazia si può mangiare anche carne umana: i governi europei democratici lasciano morire i migranti e spesso li riconsegnano ad assassini pubblici e privati. La democrazia oggi fa quel che vuole, non è in crisi: sono in crisi i “valori”. È in crisi la libertà, è in crisi l’uguaglianza.

I conservatori considerano la democrazia un’illusione o una trappola per gonzi. Sanno che le oligarchie ci sono sempre state e che l’uguaglianza appartiene al destino della specie. La democrazia, allora, è una tecnica raffinata, seduttiva non repressiva, che si basa sul consenso non sulla repressione, con cui i pochi governano i molti. Il governo del popolo rischia di diventare il governo contro il popolo.

La democrazia si avvale di due strumenti: affidare la titolarità del governo al popolo e far eleggere i governanti. Sono due invenzioni geniali. Mettere il popolo sul trono del sovrano è una concessione simbolica che soddisfa il popolo. Eleggere i governanti evita il ricorso alla violenza per sostituire i titolari del potere. D’altro canto, però, anche l’oligarchia non ha più le mani completamente libere. Questa ambivalenza è un pregio della democrazia. La democrazia non è perfetta: non è liberazione del dominio, ma non è nemmeno assoggettamento al dominio.

Parlare in nome del popolo non significa niente di preciso. Cos’è il popolo? I cittadini, i proprietari, la società civile, i consumatori, la nazione, l’etnia … Il popolo chiede giustizia e incendia i campi rom. Il cuore della lotta democratica è definire cos’è il popolo. La partita si vince sulla definizione del popolo.

E le elezioni? Vince chi arruola più elettori, è un’idea straordinaria. Ma non esistono elezioni che non si giochino senza carte truccate. Chi è al potere distribuisce le carte e detta il gioco. Si possono manipolare i numeri (le leggi maggioritarie danno la maggioranza alle minoranze). Si può manipolare il corpo elettorale (iscrizione nelle liste elettorali, come negli Stati Uniti e in Francia). Si possono manipolare i media. Si può manipolare il finanziamento elettorale. Si può manipolare con la scelta della data delle elezioni. Quando proprio non si riesce a ottenere il risultato di contenere la spinta alla giustizia attraverso le altre manipolazioni, si può manipolare l’allocazione del potere (spostando i centri decisionali da Atene a Berlino e a Bruxelles).

In quest’ottica, le costituzioni sono tentativi di irrigidire giuridicamente degli equilibri di potere favorevoli ai vincitori di una contesa contingente. Il cuore della Costituzione del 1948 è l’antifascismo e l’attenzione per il lavoro e le classi popolari. Se le costituzioni vivono o restano pezzi di carta dipende dai rapporti di forza. Le costituzioni sono decisioni politiche. I diritti sono decisioni politiche.

Non si deve combattere per difendere la democrazia, si deve combattere per difendere una determinata accezione dei valori di libertà, uguaglianza e fraternità. Di buono c’è che le battaglie politiche non sono mai perse in partenza. Però, se siamo nel gioco della democrazia, dobbiamo giocare il gioco della democrazia, sapendo sfruttarne tutti gli strumenti (anche la demagogia). Gli esiti democratici sono sempre provvisori, nulla è per sempre.

Soprattutto, non bisogna mai dimenticare che, per contare in democrazia, gli individui devono associarsi gli uni agli altri. Cosa è un partito? Un partito è un imprenditore politico che vuole conquistare il potere. I partiti di un tempo non ci saranno più. Bisogna inventarsi qualcosa di nuovo, che non sia il carisma becero dei partiti di destra né il movimentismo fai-da-te artigianale. Podemos è un modello interessante. Bisogna sapere che in politica contano i numeri.

Il mercato politico deve essere il più competitivo possibile: bisogna battersi contro tutte le riforme che chiudono le possibilità di competizione. Bisogna salvaguardare i sistemi di educazione e di informazione: è l’unico modo per rendere meno manipolabili gli elettori. La crescita della scolarizzazione provoca instabilità politica. Il grande progetto delle oligarchie universali è oggi l’ignoranza universale.

Bisogna smascherare l’inganno della democrazia: promette cose che non mantiene. Bisogna delegittimare questa democrazia.

 

 

2 commenti

  • ma ve lo ricordate quando scriveva Celestino Ferraro?
    aridatece Celestino, che almeno argomentava, questo spara scemenze senza mai dare una motivazione a quello che dice.

  • il fatto è, caro Ferretti, che in tanti interventi tuoi che ho letto, non c’è mai un argomento.
    mai un esame articolato di ciò che è scritto, solo aggettivi nei confronti di chi scrive. e questo è un dato di fatto.

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