Editoria de-legata

Editoria de-legata

Si sta consumando, nel disinteresse generale, una delle scene della tragedia dell’editoria italiana. Alla camera dei deputati ecco il voto finale (della prima lettura) sul provvedimento pomposamente chiamato “Istituzione del fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione e deleghe al governo per la ridefinizione del sostegno pubblico e per la revisione della disciplina del settore dell’editoria e della disciplina pensionistica dei giornalisti e della composizione e delle competenze dell’ordine dei giornalisti”.

Titolo “petaloso”, tante sono le e -l’Accademia della crusca batta un colpo- ma soprattutto le deleghe al governo. Anzi. Ormai, e non solo in tale circostanza, il ruolo del parlamento è relegato alla serie dei “non protagonisti”, come negli Oscar. Tant’è che il punto chiave, vale a dire la premessa necessaria sulle risorse disponibile per il 2015 (in pagamento quest’anno) senza la quale il resto è un esercizio retorico, è assente.

E presso il competente dipartimento della presidenza del consiglio sono allocati solo 14 milioni di euro, su di un fabbisogno di circa 70. Non solo. La recente vicenda “Mondazzoli”, su cui la stessa Autorità antitrust ha chiesto diverse revisioni, avrebbe meritato di essere presa in considerazione attraverso una norma volta ad introdurre esplicitamente un limite di mercato per il settore librario.

Tra ricchezze promesse e povertà reali si dibatte l’articolato messo a punto da un lungo lavoro svolto dal comitato ristretto in seno alla commissione cultura, sotto la guida pur laboriosa del deputato Roberto Rampi. Ma il cuoco poco è in grado di fare se gli ingredienti della cucina sono scarsi o persino inesistenti.

Come ragguardevole è stato l’impegno dell’esponente di Sinistra italiana Annalisa Pannarale, che ha presentato (in parte insieme al collega del partito democratico) il corpo emendativo suggerito dalle varie associazioni aderenti all’Alleanza cooperative. Ad esempio, la correzione -dal 30 al 70% rispetto all’anno precedente dell’acconto sui contributi dovuti- volta ad immaginare un sistema a regime di qualche equità.

Se nel 2015 (sul 2014) il gettito pubblico non superò il 63% del ’14, ciò vorrà dire che su quella percentuale si calcoleranno le prossime anticipazioni. Come è evidente, stiamo parlando di “roba minima”, come cantava Enzo Jannacci. Purtroppo, la maggioranza alla camera è blindata e chissà se il senato aprirà il cuore nella seconda fase. Per l’intanto, il “lavoro sporco” prosegue: una cinquantina di testate ha già chiuso i battenti ed altre crisi sono lungamente annunciate.

Tra l’altro, il fondo verrebbe sorretto fino ad un massimo di 100 milioni di euro dal solito canone della Rai riscosso in bolletta, meno per ora di una cambiale in bianco. Timidamente fa capolino una tassa di scopo piccola piccola (un prelievo dello 0,1% sulla raccolta pubblicitaria), che invece poteva e potrebbe essere il vero Robin Hood della storia.

L’attivo Movimento 5Stelle ha concentrato gli strali sulla filosofia complessiva del finanziamento pubblico, mentre il campo è popolato da un po’ di cattivi e da parecchi buoni. Sono in gioco le vite di tre-quattromila persone e di giornali che in molti casi rendono un servizio che il “libero mercato” non contemplerebbe. Insomma, nella notte non tutte le vacche sono nere.

P.S. Sono esclusi dal finanziamento gli organi dei partiti, dei movimenti politici e sindacali. Oggi facili applausi, ma in un domani bonificato e moralmente meno debole?

 il manifesto, 2 marzo 2016

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