Rai, tutti a casa

Rai, tutti a casa

Dopo l’indubbio successo di pubblico (52% di share) del Festival di Sanremo e il non meno significativo risultato (27%) della serie breve sul poliziotto-eroe Roberto Mancini, scomparso per gli esiti devastanti anche per il corpo della “Terra ei fuochi”, la Rai è tornata al realismo. Vale a dire, l’essere un servizio pubblico controllato a vista dal governo -insieme ai compagni di viaggio di Ungheria, Bulgaria e Polonia- ma nel contempo abbandonato a se stesso. Contraddizione paradossale,  direbbe un filone della filosofia moderna. Più semplicemente, passata la (contro)riforma di Natale, “Tutti a casa”, come nel film di Alberto Sordi. Infatti.

Il contratto di servizio 2013/2015 è scaduto prima di essere approvato; la convenzione con lo Stato scade tra ottanta giorni e non c’è traccia né di testi, né di consultazioni annunciate o persino previste in legge; il canone in bolletta previsto per il prossimo luglio sembra una chimera, dopo il documento divulgato dalle associazioni (Assoelettrica e Utilitalia), che raggruppano i gestori di elettricità, in cui si evidenziano le criticità irrisolte. Del resto, è scaduto il termine di 45 giorni previsto dalla “stabilità” per il decreto attuativo. Dunque nebbia, e non solo in Val Padana. La vicenda del canone è emblematica.

La riscossione dell’imposta è incerta, per non dire il quantum, mentre la suddivisione dei pani e dei pesci continua imperterrita. Nella legge del 28 dicembre 2015 ecco appalesarsi un contributo per le emittenti locali, e adesso nel testo base della cosiddetta riforma dell’editoria altri 100 milioni di euro sono dirottati al Fondo chiamato “per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione”. Come le vacche di Mussolini i presunti introiti da canone appaiono e scompaiono. Come era prevedibile i privati (Mediaset, la7) puntano il dito sull’eventuale distorsione della concorrenza. Tutto questo non poteva essere affrontato al tempo dei primi annunci, un anno e mezzo or sono? Eppure non mancarono voci critiche e osservazioni di merito, per il bene del servizio pubblico.

In breve: si profila uno scenario da brivido. Che sarà di un’azienda senza un contratto di servizio che ne regoli diritti e doveri, con l’atto (fondamentale) della concessione magari in prorogatio e con l’incertezza sulle risorse disponibili? Qualche commentatore complottardo potrebbe scorgere nella vacanza dei poteri un disegno distruttivo, l’inveramento dell’antica tentazione di ridimensionare il servizio pubblico. Forse non proprio. Non è detto, però, che la sciatteria sia meno colpevole.

Era prevista l’audizione presso la competente commissione del Senato del sottosegretario Giacomelli. Rinvio per gli impegni dell’aula, occupata sulle unioni civili. Ma utile per evitare l’ennesima figuraccia di un esecutivo che sui temi della comunicazione fa acqua da tutte le parti. Nel frattempo, sempre il sottosegretario si chiede in un’intervista se lo stracotto piano della rete in fibre ottiche sia o non sia di sinistra. Caro Giacomelli, prima di interrogarsi sul loro colore sarebbe meglio farle, le cose. Lo sa che l’Italia su tali argomenti è già fuori dall’Europa? E rischia una vera e propria disfatta di viale Mazzini?

Purtroppo fu facile la profezia funesta quando fu approvata la (contro)riforma: al di là delle considerazioni politiche, con quella normativa si chiudeva la stagione del servizio pubblico. Sotto la figura del capo-azienda, si celava un colpo da knock out.  “Giorni felici” si intitolava il bellissimo dramma di Samuel Beckett, che sembra scritto oggi.

 il Manifesto, 17 febbraio 2016

 

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