Uno schizzo di David conferma la rivalità tra i due geni: se Leonardo ‘cancella’ Michelangelo per invidia

Uno schizzo di David conferma la rivalità tra i due geni: se Leonardo ‘cancella’ Michelangelo per invidia

Alcuni ricercatori della British Library sono riusciti – attraverso un’indagine multispettrale – a far riemergere un disegno che Leonardo preferì cancellare. Una gran cosa, come se tornasse leggibile un verso ignoto di Dante: felice è quel paese le cui biblioteche non solo sono aperte, ma addirittura ospitano attivissime comunità di ricerca. Secondo Martin Kemp, tra i massimi studiosi vinciani, quello schizzo rappresenterebbe il David di Michelangelo, e Leonardo lo avrebbe cassato perché non fosse evidente la sua ammirazione per il più giovane artista. Impossibile escluderlo, anche se le varianti della posa sono così cospicue da non rendere tanto ovvia la derivazione dal colosso marmoreo.
Quanto all’invidia, chi non vorrebbe poter sapere cosa passava per la testa di Leonardo quando vedeva un’opera di Michelangelo, e viceversa? È Giorgio Vasari, cioè il più fedele apostolo del culto divino di Michelangelo, ad ammettere che «era sdegnio grandissimo tra Michelangelo Buonarroti e Leonardo, per il che partì di Fiorenza Michelangelo per la concorrenza». I due si fronteggiarono direttamente almeno in una occasione, quando furono chiamati – Leonardo nel 1503, Michelangelo l’anno successivo – ad affrescare le pareti del Salone del Gran Consiglio in Palazzo Vecchio, quello che poi Vasari trasformerà nell’attuale Salone dei Cinquecento.
In questo spazio immenso, che pare nato per propiziare ogni megalomania, i due giganti si confrontarono tra loro, e ciascuno lottò con le proprie ossessioni e i propri fantasmi: il moto dei corpi per Michelangelo, quelli dell’anima per Leonardo. Quest’ultimo non riuscì mai a compiere la Battaglia di Anghiari, che colò lungo la parete a causa della tecnica cervellotica con cui la volle realizzare, non lasciando traccia alcuna. Michelangelo, a sua volta, non iniziò nemmeno a dipingere la Battaglia di Cascina, che rimase su un cartone: poi venerato, insieme a quello di Leonardo, come la «scuola del mondo» (nelle parole ispirate di Benvenuto Cellini). Leonardo da Vinci rimase certo sconcertato dall’energia quasi mostruosa del giovane Michelangelo. Ma non dovette mai esserne propriamente invidioso – l’invidia essendo quel peccato capitale che porta a desiderare il male di chi ha qualcosa che non abbiamo, e che vorremmo avere.
Il 25 gennaio 1504 – e cioè nel pieno del confronto tra le due Battaglie – Leonardo fu nominato nella commissione che doveva decidere proprio dove mettere il David. Tempi felici, in cui la collocazione delle statue fiorentine non era decisa da un sindaco, ma da Andrea della Robbia, Filippino Lippi, Botticelli, i Sangallo, Sansovino, Perugino e appunto Leonardo. Quest’ultimo non provò a nuocere in alcun modo al rivale, e propose di porre la statua sotto la Loggia dei Lanzi, luogo di assoluto rilievo. Certo, con qualche malizia si potrebbe notare che Leonardo motivò questa collocazione con l’argomento che lì essa non avrebbe intralciato le liturgie civili che avvenivano di fronte al Palazzo («in modo non guasti le cerimonie degli uffici»). Ma non c’era artista che non fosse profondamente colpito dal gigante di marmo che tolse «il grido a tutte le statue antiche e moderne» (Vasari): tra questi il giovane Raffaello, che dorò la ghirlanda di metallo con cui si ornò il David, e ne studiò il tergo in un celebre foglio. Leonardo non faceva eccezione: in un disegno oggi a Windsor Castle egli copiò sicuramente il David, e non solo non lo cancellò, ma lo ripassò a penna, trasformandolo in un Nettuno con sotto dei cavalli marini, in un possibile progetto per fontana. Più emulazione che invidia, dunque. A quelle vette, d’altra parte, il vento dello spirito doveva soffiare troppo forte per lasciare crescere la pianta cattiva dell’invidia. Il che, naturalmente, non escludeva le battutacce. Un secolo dopo, Gian Lorenzo Bernini raccontò che quando Michelangelo vide la Danae di Tiziano, sibilò che se Dio avesse consentito ai veneziani di imparare anche a disegnare (oltre che a colorire), ne avrebbe fatto dei superuomini. Chissà se Bernini pensava ai suoi terribili rapporti con Francesco Borromini, che osò bollare come eretico in architettura: e qui, non c’è dubbio, parlava l’invidia.

Repubblica, 18 gennaio 2016

 

1 commento

  • Leonardo (1452-1519) nato a Vinci e Michelangelo Buonarroti (1475-1564) nato a Caprese nella Val Tiberina, territorio della Repubblica fiorentina. A ventitré anni e novanta chilometri di distanza, con la città di Firenze in mezzo. Come due satelliti orbiteranno sempre intorno al capoluogo toscano, per planare alla fine, Leonardo in Francia dal re Francesco I, e Michelangelo a Roma dal Papa. Di comune avevano il genio, il patrimonio culturale della Firenze rinascimentale, e un volto somigliante al termine della vita. Sebbene il genio abbia sempre qualcosa di misterioso nella sua genesi e nelle sue manifestazioni. Il loro genio, pur manifestandosi in modo differente, si esprimeva spesso attraverso processi ricorsivi. Il moltiplicarsi dell’immagine di un oggetto posto tra due specchi piani paralleli, ne è una tipica situazione. Effetto ottico che i geni, in vari modi, a volte ricreano nelle loro opere. Era stato cosi anche per Filippo Brunelleschi (1377 1446) uno dei padri del Rinascimento, il geniale progettista e costruttore della cupola del Duomo fiorentino. Alcune considerazioni sul genio di Leonardo e Michelangelo sono evidenti, altre volte sono basate su interpretazioni. Del resto, dei quadri rinascimentali non abbiamo quasi mai un’esauriente descrizione, o anche solo parziale da parte degli autori. Caratteristica peculiare di questo tipo di genialità è il prodursi, in modo quasi magico, del non finito in campo artistico. Avviene quando l’immagine dell’oggetto tra i due specchi piani non è compiuta definitivamente, ma è completata dalle infinite riflessioni, poste magari nella mente dell’osservatore. Il non finito nell’arte nasce con le statue di Michelangelo, e con l’elaborazione critica che ne fece il pittore, scultore e soprattutto biografo Giorgio Vasari (1511-1574). Ma lo ritroviamo anche nelle opere di Leonardo. Trovarsi spesso in una camera degli specchi è pericoloso per la sanità della mente. In questo caso a smarrirsi non è la coscienza, ma l’identità sessuale. Molte figure dei due artisti hanno un carattere androgino. Cfr- ebook/Kindle. Leonardo e Michelangelo: vita e opere

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