Orario di lavoro/Cesare Damiano, “Cavallo di Troia del governo per demolire i contratti nazionali”

Orario di lavoro/Cesare Damiano, “Cavallo di Troia del governo per demolire i contratti nazionali”

Roma. «Ritengo sbagliata l’idea del superamento dell’orario di lavoro come metro di misura. Ma qui forse c’è dell’altro».

Cosa, presidente?
«Non vorrei che queste uscite del ministro sottintendano in realtà uno smantellamento del contratto nazionale di lavoro, sostituito da un modello basato esclusivamente sul contratto aziendale deregolato e sul salario legale. Se così fosse, sarebbe un grave arretramento ».
Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro e presidente della commissione Lavoro della Camera, minoranza Pd, va oltre la polemica sull’orario.
Un cavallo di Troia?
«Mi baso su quelle che mi sembrano alcune intenzioni del governo. Oltre che sulle interpretazioni presenti anche nel Pd, a partire da Ichino».
Per andare dove?
«Diritti filati verso una destrutturazione del contratto nazionale, dunque verso accordi aziendali su misura e addirittura verso una logica di contratto individuale. A quel punto verrebbe meno la funzione di sindacati e Confindustria. E si porrebbe un problema di identità del Pd come partito di sinistra».
Un’implosione…
«Naturalmente. Molti esponenti del Pd vorrebbero procedere in questa direzione. E se la prassi del bonus da 80 euro che pure ho condiviso – diventasse consolidata, sarebbe lecito domandarsi: servono ancora i contratti nazionali?».
Non c’è troppa resistenza al nuovo?
«Queste critiche mi fanno un baffo. Sono stanco di essere tacciato come conservatore. D’altro canto, non è detto che il nuovismo sia innovazione. In commissione stiamo discutendo il ddl sul cosiddetto lavoro agile».
La punta di diamante del Jobs Act di Renzi.
«Sono da sempre sostenitore della banca delle ore e della flessibilità. Vorrei la paga annuale, non oraria o settimanale, e un nastro di 1.700 ore da consumare con un badge di presenza. Ma qui non si inventa niente. Negli anni ‘70 lo chiamavamo lavoro a domicilio, poi telelavoro, lavoro a distanza, ora smart working. Dispostissimi a un confronto. Ma non ad assecondare semplificazioni eccessive. Specie se il rischio è quello di remunerare solo il risultato».
Un rischio concreto?
«Non se si aiutano le parti sociali a consolidare un modello su due livelli: contratto nazionale cornice e contratto aziendale potenziato. E se non si pretende di fare tabula rasa e di applicare il modello dello smart working al lavoro tradizionale che comunque continuerà ad esistere. Altrimenti perché inserire in Stabilità il superammortamento del 140%, se non per comprare i macchinari? E i macchinari li mettiamo nei capannoni, non in camera da letto».
Poletti ha fatto una gaffe?
«Se non si tratta di una boutade, allora dobbiamo chiarire il senso delle scelte del governo sulla contrattazione. Che si tratti di ora o mese, un metro di misura è necessario. Se invece si pensa di avere retribuzioni legate al compimento dell’opera indipendentemente dall’orario, allora perché mai il governo ha eliminato il contratto a progetto? E perché ha inserito il concetto di compenso orario minimo – sottolineo orario – e dunque una paga sotto la quale non scendere, per coloro che non hanno un contratto?».

 la Repubblica, 29 novembre 2015 

 

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