La crescita che non c’è. Doccia fredda della Commissione europea alla legge di stabilità

La crescita che non c’è. Doccia fredda della Commissione europea alla legge di stabilità

Alla Commissione europea la legge di stabilità di Matteo Renzi proprio non piace. Non può dirlo troppo esplicitamente, però non perde occasione di alludere più o meno pesantemente. Casomai non fosse stata eloquente la scelta di rinviare il giudizio finale, con annessa concessione o meno dei margini di flessibilità, la Commissione batte di nuovo sul dolente tasto nel «Rapporto sugli squilibri».
Il debito, secondo Bruxelles, corre verso il nuovo picco del 133% rispetto al Pil, secondo solo a quello della Grecia, la ripresa produttiva stenta, la competitività langue, e le tre voci critiche, secondo la Commissione, sono strettamente intrecciate: «La bassa crescita della produttività frena le prospettive di crescita e il miglioramento della competitività e rende più difficile la riduzione del debito pubblico». Segue a ruota il monito del commissario agli Affari economici Pierre Moscovici: «L’Italia è a rischio di non conformità con le regole del patto di Stabilità. Per questo ci siamo dati appuntamento in primavera per esaminare se e in quale ampiezza l’Italia potrà beneficiare delle clausole di flessibilità per investimenti, riforme e spese per i profughi».
In realtà l’Italia è in buona compagnia. Francia e Belgio sono in condizioni simili e persino la Germania è sotto attenta osservazione. Ma nel caso italiano si legge tra le righe e nei toni di Moscovici qualcosa in più. L’insistenza su quello che non a caso il documento definisce «il nodo della crescita della produttività» rivela una persistente irritazione per la decisione di investire sull’abolizione della tassa sulla casa invece che su una decontribuzione del lavoro, considerata ben più adeguata ai fini di un rilancio della produttività. In tutta evidenza, inoltre, a Bruxelles non deve essere piaciuta molto neppure l’ultima iniziativa del governo: lo stanziamento di 500 milioni di euro a puri fini elettorali nella fascia meno attratta dalle sirene renziane, quella dei giovanissimi.
Ieri il responsabile economico del Pd Filippo Taddei ha negato con vibrato sdegno che la mancia serva a raggranellare voti: «Perché sia una mancia devono esserci le elezioni, e non mi risulta che ce ne siano di prossime». Come? E le comunali in cittadine come Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna? «Non si fa un’iniziativa sui diciottenni per le amministrative». L’apodittica affermazione non viene ulteriormente dettagliata, né potrebbe esserlo dal momento che il cosiddetto bonus è precisamente quel che Taddei nega essere: un tentativo di comprare il voto dei diciottenni, esattamente come l’abolizione della Tasi andrebbe rubricata alla voce «voto di scambio».
Non che si tratti di una mossa inedita inaugurata dal governo Renzi. Ma la scelta di puntare sull’acquisto di voti invece che su misure a favore della crescita in una fase che non è segnata solo dalla ripresa flaccida ma anche, anzi soprattutto, dal rischio che le tensioni internazionali congelino anche quelle è molto peggio che discutibile. Per una volta, è davvero difficile non essere d’accordo con i rigoristi della Commissione.
Il governo, in realtà, nutre però preoccupazioni limitate. Matteo Renzi è convinto, e probabilmente a ragione, che per l’Europa non ci siano alternative al suo governo, tanto più che ha portato a termine le missioni assegnate dall’Europa stessa: ridurre la democrazia sostanziale con una riforma costituzionale che sbilancia il sistema istituzionale a favore dell’esecutivo e razziare con il Jobs Act i residui diritti dei lavoratori. Una bocciatura secca dei conti italiani è poco probabile. E’ invece possibile che la flessibilità non venga concessa nella misura richiesta. Sarebbe un guaio, ma pallido a fronte della necessità di uscire vincenti dalle prossime elezioni.
Si va intanto delineando la fisionomia della manovra riveduta e corretta a Montecitorio. Saranno certamente inseriti il decreto salvabanche e quello sulla sicurezza, il cui contenuto è però ancora da definire. Non dovrebbe invece entrare nella legge il decreto sul Giubileo.
Saranno probabilmente inserite alcune delle norme previste dal ddl sulla responsabilità dei medici, già approvate dalla commissione Affari sociali della camera, il che porterebbe in cassa 400 milioni. Sulla carta dovrebbe essere una mazzata per la cosiddetta «medicina difensiva», cioè le analisi autorizzate dai medici per evitare il rischio di denuncia in caso di malattia grave non individuata. In realtà sarà sì un colpo durissimo ma per la medicina preventiva, e a pagarlo non saranno i medici ma i malati e la sanità pubblica.

il manifesto, 27 novembre 2015

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