LA FILOSOFIA E IL FUTURO DELL’EUROPA

LA FILOSOFIA E IL FUTURO DELL’EUROPA

1. Quale idea di filosofia?

 

Un tema, il nostro, così arduo e complesso da far tremare le vene ai polsi un povero filosofo, che non vorrebbe aprire bocca se non dopo essere stato istruito dei fatti – fatti geopolitici, geo-economici, sociali, storici, di diritto pubblico e di diritto internazionale di cui è fatto questo “mutamento epocale”.

Campa cavallo allora – ed è forse anche per questo che la filosofia fu chiamata da Hegel la nottola di Minerva. Ma nella frase di Hegel c’è ben altro che il senso di inadeguatezza che prova di fronte alla complessità del reale chi non ha strumenti concettuali, scientifici, per dirimere la complessità dei fatti.

Quella di Hegel è una tesi sul rapporto fra gli ideali e la realtà, le forze “effettuali”. La filosofia esprime gli ideali. E perciò stesso non è  in grado di afferrare il senso dei mutamenti, tanto più epocali, mentre avvengono, ma solo a giornata conclusa, quando il mondo ha per così dire già voltato pagina. Perché solo allora, nella realtà cui il mutamento ha dato luogo, lo spirito del mondo si è “inverato”. Insomma, è la realtà vincente, qualunque essa sia, che spiega il senso del passato. “Tutto il reale è razionale” in fondo vuol dire questo. La storia non sono i filosofi che la fanno: e come le forze realizzano le idee in gioco, il filosofo lo capirà soltanto a fine partita.

 

Questa idea di filosofia – questo realismo politico e questo storicismo – è solo un’idea possibile di essa. Io la ritengo profondamente erronea – ma  è  l’idea di filosofia che ha prevalso nell’Europa continentale, sia fra gli intellettuali di sinistra che fra quelli di destra nel Novecento, o almeno fra le ali estreme del determinismo destinale e del decisionismo più cupo e nero degli Heidegger e dei Carl Schmitt, peraltro riciclati nella sinistra dalla cosiddetta “Italian Theory” a partire da Agamben fino a Roberto Esposito e Donatella Di Cesare, con variazioni teopolitiche e sovranistiche da parte di  una costellazione di altri studiosi (Cacciari, Marramao, Vitiello, De Giovanni: si veda però di quest’ultimo il recente Elogio della sovranità politica, Napoli 2015, parzialmente e sottilmente critico nei confronti di questa tradizione).

Ma lo storicismo e il fastidio per i moralisti e le anime belle è una specie di lascito perenne del pensiero di matrice hegeliana, perfino nell’ultima versione italiana, quella neo-gentiliana di alcuni dei più giovani (neo-marxisti), dove il liberalismo politico viene derubricato a una specie di maschera ideologica dell’onnipervasivo cosiddetto “neoliberismo”.

 

A questa idea di filosofia vorrei contrapporre quella che fa da sfondo alla maggior parte dei papers compresi nel numero che sta per essere messo online di “Phenomenology and Mind”: dedicato a Philosophy and the future of Europe. Dove la posizione di Cacciari, che c’è  (provo a riassumerla: l’idea stessa di una unione europea è una sorta di astratta e intellettualistica velleità sovrapposta alla realtà dei conflitti interni, destinata a trionfare perché costitutiva dell’essenza di Europa, che è proprio albergare il conflitto) è per lo meno esposta al confronto con altre posizioni: e vorrei segnalare almeno i saggi di Habermas, Jean Marc Ferry (che occupa la cattedra di Filosofia dell’Europa a Nantes), di Glyn Morgan, Reiner Bauboeck, Barbara Spinelli e soprattutto, esattamente sul nostro tema, Nadia Urbinati: The Joined Destiny of Migration and European Citizenship. Ma il numero contiene anche un’intervista di Barbara Malvestiti con Martha Nussbaum e una serie di recensioni importanti per essere ben informati sui fatti, come quella dell’economista G. Costa a due libri recenti di due economisti italiani sull’Europa, Luigi Zingales e Giacomo Vaciago, quella di Bianca Bellini a Bini Smaghi o una serie di recensioni scritte dai più giovani ricercatori  ai classici del pensiero europeo: a Rousseau, Novalis, Nietzsche, Ortega y Gasset, Croce e Husserl. Dove è interessante verificare che – anche fra i giovani! – la radice hegeliana e storicista ancora vive – quasi che il conflitto fra Illuminismo e Realismo fosse destinato a rinnovarsi in termini diversi ad ogni generazione.  Il numero contiene anche un gioiellino dal passato: il primo numero di Crocodile, la rivista fondata nel 1980 da Altiero Spinelli, o meglio il suo testo di invio ai membri del Parlamento Europeo, da un anno eletti finalmente sulla base del suffragio universale diretto.

 

Ecco, segnalarvi tutto questo prezioso lavoro era l’intento principale della mia comunicazione, e penso che basti già a giustificarla. Ma naturalmente mi incombe almeno il compito di chiarire quale filosofia alternativa a quella della nottola di minerva ispira il titolo di questo numero – Europa e il futuro della filosofia, appunto – e cosa c’entra, cosa può dire la filosofia in questa chiave alternativa sul nostro tema epocale – i migranti, tema per cui rinvio comunque all’articolo di Nadia Urbinati. C’è invece un terzo punto sul quale non si può tacere oggi, all’indomani dei fatti di Parigi e delle reazioni cui hanno dato luogo nei media europei e italiani, in particolare all’uso che è stato fatto della parola “guerra” (non solo della parola), e, ancora più sconvolgente, in bocca a un capo di stato, Hollande, addirittura della parola “vendetta”.

 

2. L’incarnazione normativa della ragione pratica

 

Il titolo del numero sull’Europa fa precedere la parola “filosofia” alla parola “Europa” – anzi, alle parole “il futuro dell’Europa”. Non è per caso. L’idea è che la filosofia viene prima dell’Unione Europea, viene anzi prima delle Rivoluzioni che inaugurano quella che Bobbio ha chiamato “L’età dei diritti”, e che ora sembra coprire esattamente due secoli, fra il 1789 dei Principi dell’89 e il 1989 della caduta del muro di Berlino. Prima e non dopo, nel senso che l’età dei diritti più in generale, e l’UE più in particolare, accanto all’ONU e alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo (1948) possono essere visti precisamente come la progressiva incarnazione normativa di vasti pezzi di ragione pratica, cioè di filosofia morale lato sensu. Pensiero razionale pratico, cioè etico, giuridico e politico. La componente razionale e cognitiva, cioè assiologica del pensiero giuridico e politico moderno è il frutto della migliore  nostra filosofia, in quanto di essa è essenzialmente ragione pratica, o meglio fondazione razionale e cognitiva del pensiero pratico. E’ il fronte della battaglia contro Realpolitik, scetticismo, cinismo e nichilismo assiologici.

 

Incarnazione normativa tutt’altro che irenica. Passata attraverso tutte le tragedie della modernità. Tutto il dramma, le lotte, i conflitti attraverso i quali gli strati successivi dell’idea politica  di giustizia – i diritti civili, politici, sociali e culturali – sono stati “scoperti” e portati alla luce, nel vivo dell’esperienza come cognizione del dolore. E poi tutta la tragica esperienza del Novecento, con le guerre e i totalitarismi, e con l’alba della ragione pratica nel dopoguerra.

Possiamo riassumere in due grandi linee le direttive lungo le quali c’è stata una incarnazione normativa del nucleo pratico stesso della filosofia, antica e moderna – soprattutto moderna, certo: con il suo cuore illuministico.

 

  1. L’ideale dell’autonomia personale, cioè della responsabilità morale che l’individuo ha della propria vita, anche di fronte alla storia. Responsabilità di farne, ma perciò anche diritto a poterne fare – qualcosa di sensato, qualcosa di degno di essere vissuto, qualcosa per cui “valga la pena”. Dunque, il principio della PARI DIGNITA’ di ciascuna vita, fondamento di ciò che è dovuto a ciascuno a prescindere da nazionalità, appartenenza etc. – Il diritto di avere dei diritti, il diritto di essere un uomo ( rimando alla recente ripubblicazione in traduzione italiana (Mimesis 2015), della celebre Antologia Mondiale della libertà di Jeanne Hersch, pubblicata dall’UNESCO in molte lingue nel 1968, per il ventennale della Dichiarazione Universale del 1948). E’ lo stesso fondamento dei “diritti presi sul serio”, secondo l’espressione di R. Dworkin: “[il] diritto all’eguale considerazione e rispetto”, che non solo non si oppone, ma addirittura implica i diritti di libertà[1].

 

Qui non c’è solo Kant, c’è l’intero percorso di emersione alla luce della coscienza filosofica dell’individualità personale, da Socrate a noi.  Del soggetto morale come capace di chiedere e dare ragione di quello che si fa e si dice, e non di riceverlo semplicemente dalla tradizione. Ma anche del “centro di vita” che è nell’universo platonico l’anima: non altro. Non il re, lo stato, il dio. Il mondo vive  solo in quanto c’è l’anima, ci sono le anime.

Lasciatemi riprendere l’idea  con le parole di Altiero Spinelli, che rimeditò in carcere l’intero percorso della filosofia antica e moderna e lo sintetizzò con queste parole – l’attacco del Manifesto di Ventotene:

 

“La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale, che non lo rispettassero”.

 

 

  1. L’ideale del rule of law da estendere alla selva geopolitica.

 

Questo viene da Kant, dal trattato del 1795 Sulla pace perpetua, l’utopia di una Federazione Mondiale di Repubbliche. E infatti c’è quasi una ripresa testuale di una frase di Kant sulla giustizia, venuta meno la quale non vale più la pena di vivere, che troviamo nel Preambolo della Dichiarazione del ’48: “Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità….”.

 

Questi due principi sono rispettivamente all’origine della costituzionalizzazione dei diritti umani e della conseguente creazione di una categoria normativa nuova: quella di cittadinanza sradicata da quella di nazionalità, e in particolare dunque quello di cittadinanza europea, base di una rappresentanza politica europea, parallela a quella degli stati associati in una confederazione.

Questa è la grande acquisizione filosofica politica ulteriore a quelle compiute nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento: lo sottolineano molti degli autori raccolti in questo numero, da Urbinati a Ferry a Morgan a Habermas – nonostante le loro conclusioni in parte diverse sul futuro dell’UE: Stati Uniti d’Europa (Habermas) o co-sovranità ben ordinata di confederazione degli Stati e organismi rappresentativi ed esecutivi dei cittadini (Ferry)?

In effetti, la storia dell’UE è la storia di una lotta, e anche delle sconfitte, dll’ideale di una democrazia sovranazionale, che è anche la storia dei rapporti di forza fra Parlamento/Commissione europei da una parte, e Consiglio europeo o addirittura intesa franco-tedesca dall’altra. Fra l’idea di una democrazia sovranazionale e l’idea di un organismo intergovernativo.

 

Una delle  acquisizioni condivise, mi sembra, delle ricerche che il quaderno della nostra rivista mette in comune è  precisamente che NON c’è bisogno di un  “popolo” europeo (cioè di una nazione europea, la quale effettivamente non esiste) per basare una democrazia sovra-nazionale, appunto. Il concetto sovranazionale di cittadinanza, corrisponde a un diritto “squisitamente individuale e civile” (Urbinati): ed è per questa sua audacia ai limiti del paradossale, che prende profondamente sul serio il concetto di “cittadino del mondo”, il portatore di quella che molti hanno definito la più grande innovazione del pensiero politico dopo la fine dell’ancien regime.  

 

Certo, per quello che ci riguarda, si parla di cittadinanza europea. Ma è difficile porre confini al potere universalizzante di un’idea. E’ evidente che questa idea introduce un elemento nuovo anche rispetto alle teorie politiche tradizionali della democrazia, che per tutto l’800 hanno legato il concetto di cittadinanza a quello di nazione. L’idea di una cittadinanza sopra-nazionale è chiaramente in nuce nel concetto kantiano di cosmopolitica, come nella semplice idea di diritto umano.

 

L’articolo di Nadia Urbinati si muove in questa direzione. Anche soltanto a partire dalle premesse funzionalistiche dell’Unione Europea, il principio di libera circolazione delle persone e delle merci, c’è questo elemento costitutivo della nozione di diritto umano, che svincola la nozione di cittadinanza non solo da quella di nazione, ma anche da quella di un super-Stato.

 

“The EU started as a legal order agreement that lifted internal barriers and allowed a mixing of nationalities. It prepared the terrain for further dissociation of individual rights from the nation-State as the unique agent of rights protection. Beyond the nation-State, a legal order was put into being that would host and protect all the European citizens, even against their own State if needed. The Treaty of Rome resulted thus more than in opening the door to a decoupling of citizenship from the nation; moreover it made State borders themselves open.

The European Union was born on the freedom of movement and with an explicit assumption in Kantian terms: people tend to move, interact and communicate for reasons that are their own, with the consequence that this indirect process of systematic public relations would eventually engender the need of a more perfect political union.”

 

Urbinati cita Waldron, per cui

 

“The cosmopolitan right to hospitality is an exquisite individual and civil right that presumes our vulnerability and the fact that we are not undifferentiated beings but “this” or “that” human being; moreover, it presumes that there are in the globe many norms and legal and customary orders”.

 

 

E allora si può ben capire anche il tema di Barbara Spinelli: non solo la “governance” di una Troika come Consiglio europeo, Banca Centrale e Fondo Monetario Europeo si sostituisce illegittimamente al governo democratico sulla base di un parlamento finalmente ELETTO dai cittadini europei. Ma inoltre il Trattato di Dublino costituisce una patente violazione dei diritti UMANI garantiti dalla Carta dei diritti dell’Unione Europea

 

 

  1. La questione del terrorismo e della guerra.

 

L’ultimo tema di attualità – su questo ormai solo un cenno. Cosa dice l’Art. 47.2 del Trattato di Lisbona, invocato da Hollande e poi da Mogherini per garantire solidarietà dell’UE alle azioni militari della Francia?

 

Sancisce l’obbligo che i membri dell’unione Europea hanno di fornire aiuto e assistenza a uno Stato europeo vittima di un’aggressione armata sul suo territorio. La stessa Mogherini ha tenuto a precisare che la clausola “non richiede alcuna decisione formale da parte dell’Unione Europea” ed “evoca solamente assistenza bilaterale e non una missione di difesa comune” sotto l’egida della Csdp (Politica Comune di Sicurezza e Difesa). Parigi potrà ora chiedere a ciascuno Stato membro di contribuire, in vari modi (e non necessariamente con azioni armate), alle operazioni militari nelle quali è impegnata la Francia. E gli Stati membri si sono impegnati a rispondere, anche se non sono obbligati a farlo esattamente nei termini in cui viene posta la richiesta.

 

La grande ambiguità (assistenza bilaterale o difesa comune): suscita discussioni su un punto secondario. Perché quello principale è: si può veramente considerare alla stregua di un attacco da parte di uno Stato estero il terrorismo?

 

Allora perché è “guerra” la strage di Parigi, ma non quella, numericamente ancora più consistente di Ankara (l’attentato precedente le elezioni in Turchia) o quello di cui sono state vittime quasi trecento cittadini in seguito all’abbattimento dell’aereo russo?

 

Di nuovo: la politica dei politici europei si mostra di molto al di sotto degli standard di esattezza che il rigore dell’idea esige siano applicati. Ma attenzione: il rigore dell’idea altro non è che lo spirito della legge. Lo spirito dell’articolo 47.2  non è affatto quello invocato da Hollande. Anzi, forzandola nel senso voluto non si fa che legittimare la pretesa dei gruppi terroristici di erigersi a “Stato” islamico.

 

E forzarlo a quel modo è solo un atto non conforme al Rule of Law, alla lettera, al senso, al valore delle Forme cui ci si appella. E’ un atto di semplice, pura, violenta e probabilmente sciagurata Realpolitik, ancora una volta.

 

[1] R. Dworkin, I diritti presi sul serio, Il Mulino, Bologna 1982, 2010, pp.14-15.

Intervento al convegno MIGRAZIONI NELL’EUROPA CHE CAMBIA Università di Milano – Scienze Sociali e Politiche, Aula Magna – Via Conservatorio, 20/11/2015

 

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