Rapporto Unicef/Bambini, un futuro tutto da costruire tra guerre, fame, malattie

Rapporto Unicef/Bambini, un futuro tutto da costruire tra guerre, fame, malattie

Per i bambini di un campo profughi iracheno l’opportunità di una vita più giusta passa anche per un rubinetto con acqua corrente. Per un neonato della Sierra Leone può essere il documento con la registrazione della sua nascita. Nel caso di un bambino serbo con sindrome di Down è magari l’accoglienza ricevuta da una coppia di genitori adottivi. Offrire un’infanzia senza diseguaglianze è un traguardo che può essere perseguito percorrendo strade molto diverse. E l’Unicef ce lo ricorda pubblicando il rapporto “Per ogni bambino la giusta opportunità”, proprio oggi, il giorno in cui il mondo festeggia la Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: la celebrazione della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza approvata nel 1989. Il 20 novembre, dunque, diventa un’occasione per fare un bilancio dei progressi raggiunti, ma soprattutto delle sfide che ancora restano aperte, per rendere la Terra un pianeta più a misura di bambino.

«Quando i bambini non hanno buone opportunità nella vita, fra i più e i meno avvantaggiati emergono disuguaglianze significative», sottolinea il presidente di Unicef Italia, Giacomo Guerrera. «Queste disuguaglianze si trasmettono di generazione in generazione in un circolo vizioso che ha notevoli conseguenze economiche, politiche e sociali che creano un mondo più ingiusto». L’iniquità è insomma una gramigna che s’insinua ovunque e fin dalla nascita, come troppe statistiche ci ricordano. I bambini più poveri, per esempio, hanno probabilità cinque volte maggiori di non frequentare la scuola rispetto a quelli più ricchi. Fino alle estreme conseguenze: hanno anche probabilità quasi doppie di morire prima del loro quinto compleanno.

A scavare il solco delle diseguaglianze non è certo solo la vanga del denaro. Anche gli altri fattori che le determinano sfuggono completamente a ogni controllo. Si pensi all’etnia di appartenenza, al luogo di nascita, al genere. Nascere donna, per dire, significa avere nella vita maggiori probabilità di contrarre l’Hiv, visto che quasi due terzi delle infezioni fra gli adolescenti colpiscono le ragazze. Così come nascere con una disabilità espone a rischi quattro volte superiori di diventare vittime di violenze. Proprio dalla violenza, nelle sue molteplici forme, deriva un corposo campionario delle vulnerabilità dei più piccoli. Che oggi purtroppo è esemplificato con drammatica eloquenza da un Paese come il Sud Sudan. Qui lo scorso anno la guerra civile ha provocato lo sfollamento di 750mila bambini, determinato 235mila condizioni di malnutrizione acuta grave, causato un’epidemia di colera con oltre 6mila casi e 170 morti, e interrotto la frequenza scolastica di 400mila bambini. Conseguenze molto simili a quelle che subisce la maggior parte dei bambini sfollati a causa di conflitti armati nel mondo (nel 2013 erano circa 26 milioni). Ma violenza è anche quella che determina che in un Paese tecnicamente in pace come il Brasile gli omicidi siano la prima causa di morte per i ragazzi fra i 10 e i 19 anni. Eppure non c’è bisogno di proiettili perché la violenza segni in maniera profondamente negativa la crescita di un bambino. Quella domestica coinvolge circa quattro bambini su cinque fra i 2 e i 14 anni. E le punizioni corporali, oltre a quelli psicologici, causano persino danni finanziari. Secondo una stima citata nel rapporto Unicef, infatti, le conseguenze della violenza fisica, psicologica e sessuale ai danni dei bambini potrebbero avere a livello globale addirittura un impatto economico di 7mila miliardi di dollari. Trasformare questi circoli viziosi in virtuosi è possibile, però. «Ogni bambino», sostiene Giacomo Guerrera, «può avere una possibilità nella vita attraverso investimenti intelligenti e azioni mirate». Nel campo dell’istruzione un esempio è il Bangladesh, che negli ultimi anni ha deciso di concentrare proporzionalmente più risorse nelle scuole dei quartieri poveri, facendo migliorare l’accesso all’istruzione dei più svantaggiati.

Del resto, secondo calcoli eseguiti in 139 Paesi, ogni anno di scuola frequentato corrisponde in media a un aumento del 10 per cento nel reddito individuale. Il che significa anche una crescita dei Pil nazionali, come spiega il presidente Unicef Italia: «Offrire giuste opportunità ai bambini non avvantaggia solo loro, permette anche a noi di beneficiare delle loro competenze e potenzialità, aumentando il progresso sociale ed economico».

 la Repubblica, 20 novembre 2015

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