Mafia e politica: rompiamo i silenzi

Mafia e politica: rompiamo i silenzi

Il segreto è d’oro. Il Giubileo è salvo, i rapporti fra Stato italiano e Santa Sede sono salvi, il comune di Roma non è stato sciolto per mafia e quel buffo sindaco, sostenitore del fine vita dignitoso per tutti, maldestro e un po’ bugiardo, è stato fatto sloggiare in tempo per non ricevere il Papa al Verano per la messa di Ognissanti. Lui aveva cercato addirittura di incontrarlo negli Stati Uniti, ma Francesco lo aveva evitato e svergognato davanti agli occhi del mondo su quell’aereo che lo riportava a Roma.

Il segreto è d’oro e la relazione di 850 pagine con i nomi dei 101 dirigenti romani forse legati a interessi mafiosi è stata finalmente desecretata, a poche ore dall’inizio del processo Mafia Capitale.

Un documento pronto da almeno cinque mesi e subito coperto dal segreto di Stato: ma quante informazioni preziose sono andate perse in questo tempo? Quanti di coloro ispezionati hanno avuto modo di crearsi alibi, di costruirsi pezze d’appoggio? E chi sono i responsabili di queste indagini non fatte o fatte in parte o comunque rese più difficili dal silenzio di Stato?

Per ottenere tutto questo, per “salvare” Roma dallo scioglimento per mafia, 26 consiglieri comunali hanno dovuto correre a dimettersi da un notaio. E poco importa ai protagonisti di questa ennesima storia di democrazia violata, se le decisioni sono state sottratte all’aula dove era giusto si concludesse l’esperienza dell’ex sindaco Marino.

Il segreto è d’oro e il Giubileo e Roma forse sono salvi.

Il successo dell’Expo di Milano e del Giubileo a Roma dovrebbero restituire l’onore a una classe politica squalificata dalla corruzione: è questo il progetto politico di Matteo Renzie del suo Partito della Nazione. Ma chiamarlo progetto è un onore che non si merita. Il suo è un programma di natura autoritaria, antico come gli alleati di cui si circonda e fatto di opacità e collusioni.

Saremo in piazza, il 14 novembre, per “rompere il silenzio” a sostegno del sostituto procuratore Nino Di Matteo condannato a morte da Riina, e lasciato solo da quegli stessi gestori dei segreti di Stato.

Ci saremo perché convinti da sempre che ci sia una sola spiegazione del motivo per il quale l’agenda rossa di Paolo Borsellino scomparve in quel tragico giorno del luglio del 1992. Essa parlava, e parlava con le stesse parole che Borsellino adoprava, parlando a se stesso, di Giovanni Falcone e dei traditori che i due magistrati avevano attorno dal giorno in cui avevano dichiarato guerra alla mafia e ai complici più o meno occulti.

Il gesto di chi ha sottratto l’agenda in via D’Amelio è lo stesso di chi ha messo il tritolo e fatto tacere per sempre i dubbi, i sospetti, le certezze di Borsellino.

Personalmente sono convinta che l’agenda esista ancora e sia un formidabile strumento di ricatto nei confronti di coloro che potrebbero avere la tentazione di raccontare gli “indicibili accordi” siglati fra mafia e Stato, fra politica e criminalità.

Solo così si spiegano il più grande depistaggio della storia italiana (le prime indagini e i successivi ergastoli a gente estranea all’attentato), la pervicacia con la quale si cerca di intimidire chiunque non si sia rassegnato e insista a cercare ancora l’agenda, e, infine, le notizia su possibili nuovi attentati e quella tremenda voce che avverte: il tritolo per Nino Di Matteo  è già arrivato.

Non è giusto che la politica, meglio dire lo Stato, faccia come se nulla fosse. Non è giusto che attorno alla famiglia Borsellino si accetti il crearsi di un’atmosfera di inattendibilità: la stessa che un tempo Giulio Andreotti tentò di costruire attorno a Nando Dalla Chiesa.

Non è giusto che lo Stato italiano pronunci vuote parole di lotta alla mafia.  Senza quell’agenda sarà difficile sollevare la coltre di complicità e silenzi che coprì la trattativa Stato-mafia: quella che mandò al massacro i magistrati e salvò alcuni politici.

Ecco perché molti cittadini vogliono ricordare. E continuare a cercarla, l’agenda di Paolo Borsellino, insieme ai suoi ultimi pensieri, alle sue ultime parole. Qualunque esse siano, chiunque chiamino in causa. Contengono una verità troppo preziosa per essere affidata a un qualunque  armadio della vergogna. Se la trattativa appartiene a una abitudine di complicità e accordi di cui è fatta la nostra storia, fino ai giorni nostri e a Mafia Capitale, è tempo che di questa cosa si parli. E si restituisca l’onore a chi si è cercato di trascinare nel fango del ridicolo, o nell’orrore del tritolo.

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