Sete

Sete

Spero di non cadere nella retorica se dico che la città di Messina produce sintomi legati al suo essere collocata ai livelli più basi della vivibilità civile e l’emergenza idrica dell’oggi ne è un un segno visibile.

Le responsabilità sono antiche e vanno ricercate in quelle politiche di totale speculazione dei territori che oggi portano i conti. Vanno ricercate in quella totale carenza di prevenzione e di interventi nel tessuto idro-geologico che ha contraddistinto intere generazioni di classi dirigenti e di ruoli istituzionali.

Messina nuota sui torrenti e, oggi, manca l’acqua. Messina amplia la rete della fornitura idrica, dopo la privatizzazione dell’Alcantara e la nuova erogazione di Fiumefreddo viene interrotta da una frana e da un terreno rivelatosi franoso.

Il tragico evento si snoda lungo le consuete dinamiche: il Sindaco cerca di affrontare l’emergenza, mantenendo inalterata la visione “rivouzionaria” del suo operato dal basso. La gente urla, si dispera, attacca nel mucchio. I mezzi di comunicazione mettono in scena i loro rituali. Messina si rivela un caso nazionale, mentre la tristezza e la malinconia abitano da tempo in questa città e la sete d’acqua non sembra essere la sua unica emergenza.

E allora, insieme all’urgenza di quete ore, occorre forse riflettere sulle responsabiltà più generali che hanno portato i nostri territori a non essere custoditi e organizzati per affrontare le criticità degli eventi naturali, ma anche la loro fruizione.

Ricordiamoci, ogni tanto che viviamo in una città stretta tra le colline e il mare e per sentire la bellezza e il rischio che questo particolare luogo ci offre è necessario forse abbandonare il lamento e iniziare a produrre quella “disperazione attiva” che Pasolini consigliava all’umanità spenta e assueffatta.

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