La Magna Carta che mette ancora paura: la Cina censura la prima costituzione liberale

La Magna Carta che mette ancora paura: la Cina censura la prima costituzione liberale
Pechino. Ottocento anni dopo aver limitato il potere del Re, costituendo la base per la libertà dell’individuo e lo Stato di Diritto in Inghilterra, la Magna Carta turba i sonni delle autorità nell’impero cinese. Una delle rare copie originali in pergamena del documento firmato nel 1215 da re Giovanni (costretto dai baroni feudali) sta facendo il giro dell’Asia e per tre giorni ne era stata prevista l’esibizione alla prestigiosa Università Renmin di Pechino. Tutto pronto, procedura per ottenere il biglietto già pubblicata, ma all’ultimo momento è svanita l’autorizzazione. La Magna Carta, invece che in una sala dell’Università del Popolo è stata ospitata nell’ambasciata di Gran Bretagna, in un tranquillo e un po’ remoto viale alberato di Pechino.
Un piccolo caso diplomatico, ma significativo proprio alla vigilia della visita di Stato che il presidente Xi Jinping compirà la settimana prossima a Londra, ospite della regina Elisabetta. Alla missione di Xi i due governi stanno lavorando da mesi, è in programma anche un tradizionale corteo in carrozza che porterà l’ospite cinese a Buckingham Palace attraversando il Mall. Il Financial Times ha rivelato che c’è stato anche un «ping pong linguistico» per decidere come meglio definire lo stato delle relazioni tra i due Paesi: «grande anno» è sembrato troppo poco; visto che in ballo ci sono accordi commerciali e investimenti cinesi per miliardi di sterline, è stato valutato «anno aureo», ancora riduttivo secondo Pechino; poi «tempo d’oro»; «decade d’oro». Alla fine i giornali cinesi ieri hanno annunciato: «Il viaggio del presidente Xi inaugura un’era aurea». Qualcuno a Londra dice che in effetti ormai la politica estera è dettata dal ministero del Tesoro guidato dal cancelliere David Osborne, primo candidato alla successione del premier David Cameron. Ancora l’altro giorno, alla vigilia della mostra prevista alla Renmin, l’ambasciatrice britannica a Pechino Barbara Woodward si era detta deliziata di poter cogliere l’occasione dell’arrivo della Magna Carta per «diffondere ulteriormente la cooperazione nel campo dello Stato di Diritto e dei servizi legali». Poi lo stop, la mancanza di autorizzazione non spiegata, che ha dirottato il documento storico nel più discreto e meno accessibile ambiente dell’ambasciata. Sir Martin Davidson, presidente del Great Britain China Centre di Pechino, ha osservato che l’esibizione del sacro testo cade in un momento «sensibile». Un understatement molto britannico per definire la stretta ulteriore nei confronti di ogni forma di dissenso in Cina, che negli ultimi mesi ha portato all’arresto e all’intimidazione di centinaia di avvocati e difensori dei diritti civili. Ai corrispondenti della stampa britannica a Pechino che gli chiedevano se le autorità cinesi avessero vietato la mostra all’università, però Sir Martin ha risposto: «Non che io sappia. Semplicemente non c’è stato il tempo per mettere in moto il giusto meccanismo». Il Foreign Office a Londra ha confermato che ci sono state «formalità amministrative e logistiche». Problemi tecnici hanno impedito di mostrare in un luogo pubblico cinese la carta che ottocento anni fa in Inghilterra sancì che il sovrano e il governo non sono al di sopra della legge.
 Corriere, 15 ottobre 2015

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