L’antropologa Amalia Signorelli: «Dietro ai gesti sessisti c’è la pochezza di sé»

L’antropologa Amalia Signorelli: «Dietro ai gesti sessisti c’è la pochezza di sé»

Decisamente preoccupata per le riforme costituzionali che il Senato sta votando, l’antropologa Amalia Signorelli giudica troppo «indulgente» la sanzione dell’Ufficio di presidenza di palazzo Madama sui gravi gesti sessisti dei senatori verdiniani Barani e D’Anna. E nel merito delle riforme, anche lei parla di «torsione autoritaria».
Professoressa, venerdì la politica italiana ha toccato il fondo. A palazzo Madama due verdiniani hanno rivolto gesti osceni all’indirizzo di una senatrice del Movimento 5 Stelle, Barbara Lezzi. Come leggere questo degrado?
Un panorama agghiacciante direi, soprattutto per la fortissima carica di aggressività e di disprezzo che contiene. Il turpiloquio e quei gesti sono un grave indicatore, non solo di un aumento di ignoranza, ma anche di violenza.
Come valuta i 5 giorni di sospensione per Barani e D’Anna?
Estremamente indulgenti. Un’indulgenza ispirata, probabilmente, a valutazioni di convenienza politica, date le votazioni sulle riforme.
Condivide la linea dura in casi gravi come questo?
Sì, anche perché, come abbiamo visto, c’è una forte tendenza a minimizzare la gravità di tutto quello riguarda le donne. Qui non c’è tanto una questione femminile, quanto una questione maschile.
Cosa nasconde, in realtà, il sessismo dei due senatori?
Dietro a un gesto così, c’è la disistima e la pochezza di sé, che per rassicurarsi e consolidarsi deve trovare un oggetto da inferiorizzare e da vittimizzare. E le donne vanno sempre bene per questo.
Da antropologa, vede una relazione tra sessismo e potere?
Sì. Oltre alla volontà di sottomettere l’altro, traspare la volontà di volerlo ridurre a oggetto, a cosa. Un vecchio atteggiamento maschile nei confronti delle donne. Il sessismo, in fondo, è questo: una metà dell’umanità che nasce inferiore e inferiore deve restare.
Per Vittorio Feltri si è trattato solo di un «gesto inelegante» e aggiunge che è la «conseguenza dell’uguaglianza dei generi».
Poveretto, cosa posso commentare. D’altronde sere fa, intervistato in un talk, è riuscito a dichiarare che per lui i giornali sono come le donne, dopo un po’ si stufa. La tipica concezione della donna come strumento per i propri comodi. Consiglierei a Feltri maggiore prudenza. La parità fra i sessi non è assolutamente un dato raggiunto, basterebbe osservare le statistiche sulle disparità salariali o i dati sulla disoccupazione giovanile, dove le donne mostrano percentuali ancora molto elevate. Se tutto questo il signor Feltri lo considera un dato di parità lo inviterei, con umiltà, a studiare, non dico Marx, che è troppo impegnativo, ma almeno qualche rapporto di economia o società.
È possibile rinvenire una relazione tra i linguaggi adottati e la natura di ciò che si stava votando?
Penso proprio di sì. È dovuta anche allo svuotamento di senso del parlamento. Esiste una connessione piuttosto netta tra come si pensa e come si parla e quando il vocabolario è estremamente limitato, anche il pensiero è estremamente limitato.
In tutto questo clamore ci si è quasi dimenticati del merito. Come giudica la riforma del Senato che si sta delineando?
Mi limito a citare quanto dice la costituzionalista Lorenza Carlassare e molti altri costituzionalisti. Intanto abbiamo delle riforme partorite da un Parlamento illegale e incostituzionale, delle riforme costituzionali messe in cantiere su iniziativa del governo quando dovrebbero essere del parlamento. Nel merito, poi, esce fuori un progetto di riforma confuso e pasticciato, utile solo a dare l’immunità parlamentare ad alcuni consiglieri regionali che, come sappiamo, non sono proprio una categoria di specchiate virtù. Questa storia poi del popolo che elegge e del consiglio che ratifica non mi convince per niente. E cosa succederebbe ove il consiglio non volesse ratificare nomi eletti dal popolo? Infine, il popolo vota che cosa? Chi? Una lista chiusa, una lista aperta? Non si capisce. Sono convinta che non sia questo il modo giusto con cui si fanno le riforme costituzionali.
Che futuro disegna il combinato disposto con la riforma della legge elettorale?
È proprio questo il punto. Bersani parlò di «torsione autoritaria». Avendo il controllo totale del parlamento potranno condizionare non solo il governo — ovviamente — ma, addirittura, la Corte Costituzionale, e l’elezione del Presidente della Repubblica. Questo, secondo me, è un regime totalitario. Light, ma totalitario. Come se non bastasse, un membro della Commissione di vigilanza sulla Rai, Anzaldi, muove un attacco senza precedenti al Tg3 e a Rai Tre. Una volta al governo, credono di essere diventati monarchi assoluti, al punto da rivendicare un allineamento automatico alla linea del governo. Non stiamo andando verso una Repubblica delle banane, ma ci siamo già con tutti e due i piedi dentro.

Il manifesto, 6 ottobre 2015

 

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