L’amaca

L’amaca

Il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del deputato del Pd Anzaldi contro Raitre era talmente prevedibile da chiedersi, a bocce ferme, come sia possibile, per uno che di mestiere fa il politico, esprimersi in modo così rozzo e padronale, essendo per giunta membro di una istituzione bacucca e veteropartititica (la Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai) il cui solo nome dovrebbe evocare imbarazzo: soprattutto nella nouvelle vague renziana, il cui leader promise, due anni or sono, di cacciare i partiti dalla Rai. Era dai tempi di Gasparri che non si sentivano, in tema di vigilanza, parole così da vigilantes. E il paragone, meritato, dovrebbe far riflettere Anzaldi. A meno che la spiccia brutalità di quell’intervento non contenga, invece, una precisa intenzione: quella di imporre come innovativa e “popolare” un’idea della politica molto basica, senza lungaggini e senza ammortizzatori, senza ipocrisie, che arriva diritta al bersaglio e ci arriva “con il lanciafiamme”, come dichiarato, a proposito della Rai, da un renziano altrettanto focoso, ma non così bischero da rendere pubblico il suo nome. Se è questo il problema — se, cioè, qualcuno consideri “nuova” un’idea muscolare del potere, con zero mediazioni e zero compromessi — va detto che niente è più vecchio e abusato, in politica, dell’arroganza. L’arroganza dei politici sulla Rai e dentro la Rai è, tra le minestre riscaldate italiane, forse la più rancida di tutte.

la Repubblica, 1 ottobre 2015

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