Serve un Senato? Dalla Costituzione americana alla Carta

Serve un Senato?  Dalla Costituzione americana alla Carta

A cosa serve un Senato?     La Costituzione americana del 1787 ed il successivo grande dibattito costituente provarono a formulare una risposta. Che pare chiara e convincente anche oggi. Non basta che il potere politico derivi dai cittadini, ma è necessario che esso sia diviso, articolato anche in corpi rappresentativi diversi. Il popolo deve potersi esprimere almeno con due voci differenti. Il perché fu spiegato ampiamente dai costituenti americani, Alexander Hamilton e John Madison.

Per loro, il Senato deve servire virtuosamente a “frenare”, non ad “accelerare” il processo legislativo.

Potrebbe sembrare un controsenso, l’opposto di ciò che ci vuole oggi, almeno da parte di chi crede che la legislazione debba “correre sempre”. Specie, da noi in Italia, dove l’immobilismo dilaga (ma alcune leggi hanno un iter veloce come un fulmine). 

“Un vero Senato – scrivono i costituenti americani – è in ogni caso un freno benefico per il governo. Esso raddoppia la garanzia dei cittadini, esigendo il concorso di due corpi distinti negli atti che nascondono usurpazioni o slealtà, laddove l’ambizione o la corruzione di un unico corpo sarebbe sufficiente a portare a termine l’intrigo.”

Ed ancora “ la necessità di un Senato non è meno indicata dalla propensione di tutte le assemblee monocamerali a cedere all’impulso di suggestioni estemporanee e potenti e di essere trascinate da leader faziosi in decisioni dannose e irriflessive. (…) Una asserzione che non è contraddetta non necessita di essere provata. Ciò che va sottolineato è che un corpo che debba correggere questo difetto dovrebbe esso stesso esserne privo e di conseguenza dovrebbe essere meno numeroso. Dovrebbe inoltre, possedere una notevole stabilità e quindi  mantenere il suo potere per una durata di tempo considerevole.”

Preoccupazioni per faziosità e corruzione di un governo o di una assemblea legislativa sono purtroppo sembrate a lungo da noi preoccupazioni inutili. Invece per gli americani del 1787 , nessuno Stato può credersi “governato dagli angeli”, e nessun parlamento o governo , il più apolitico o il più “tecnico” che sia, è immune dal rischio corruzione.

L’ Europa continentale si rifece all’esperienza francese, che fu caratterizzata dal monocameralismo, con conflitti e sommovimenti politici che fecero di quel paese il modello delle rivoluzioni europee e poi della instabilità politica (i colpi di Stato furono una invenzione francese, anche se nata già prima della rivoluzione).

L’ Italia del Risorgimento, non fece eccezione.   Recepì l’esperienza francese nella forma moderata della monarchia orleanista del 1830 e dalla monarchia belga del 1831. Lo Statuto albertino riecheggiò questi documenti. Accanto alla Camera dei Deputati, eletta a suffragio ristretto, vi fu cosi un Senato di nominati a vita dal re, per la verità col vincolo di scegliere i senatori entro categorie ben precise, di alte autorità dello Stato.

Ma quale funzione ha svolto quel Senato nei suoi novant’anni di vita, per la durata del Regno d’ Italia? Fu sempre un’appendice del governo o del re, non svolse mai un ruolo istituzionale di bilanciamento del potere della Camera, diversamente da quanto accadeva in Gran Bretagna ed negli USA.

Le nomine dei senatori del Regno d’ Italia erano materia di delibera del Consiglio dei Ministri e, in particolare, del Ministro dell’ Interno. L’azione politica del Senato fu certamente un’azione di scarso rilievo politico, se non di freno al progresso e all’innovazione.

Nel 1919 vi fu un interessante tentativo di riformare il Senato, per sganciarlo dalla subordinazione ai governi e dargli prestigio e indipendenza, tramite una limitazione delle cooptazioni all’alto e l’incremento della quota elettiva, con un sistema di elezioni a doppio grado. La riforma non passò ed arrivò invece il fascismo. E il ruolo del Senato fu ancor più insignificante.

La Costituente repubblicana cercò di ridare nobiltà al Senato e di creare un bicameralismo vero. In realtà dette vita a due Camere molto simili, e la volontà di creare un vero e proprio Senato si scontrò coi limiti della cultura politica del tempo, che vedeva nel bicameralismo non un modo per equilibrare il legislativo e per bilanciarlo al suo interno, ma uno strumento per rallentare e frenare l’esecutivo, del quale si diffidava come nella tradizione francese. Lo sforzo dei Costituenti non completò perciò l’obiettivo: si arrivò cosi ad un bicameralismo, che divenne rapidamente un bicameralismo “perfetto”.

L’ Italia ha ancora bisogno di quel Senato con funzioni e prerogative diverse dalla Camera?

La risposta è sì. Vi è bisogno di un “corpo moderatore” per conciliare le esigenze immediate – legislazione estemporanea ed emergenziale – con quelle di lungo periodo. La democrazia non può reggere a uno stato permanente “urgenza”, spesso più indotta che reale. Come avviene quando si approvano leggi sotto l’impulso della pressione mediatica o, ancor peggio, sotto il ricatto, diretto o indiretto, della speculazione finanziaria, o dei “mercati”.

La fretta legislativa è fortemente rischiosa, né più, né meno, come il ritardo della legge, Forse di più, perché incrementa l’arroganza del potere. Che solo una elettività vera e diretta dei senatori può arginare.

(*) Umberto Baldocchi insegna al Liceo Vallisneri di Lucca

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