Il business dell’accoglienza: alla commissariata Cascina nove mln di euro al mese dallo Stato

Il business dell’accoglienza: alla commissariata Cascina nove mln di euro al mese dallo Stato

SENISE (POTENZA). C’è una scheggia sfuggita a Mafia Capitale che continua a fare affari con lo Stato. E nello specifico a gestire l’accoglienza di quasi settemila migranti al giorno. Conti alla mano, incassa dal Viminale circa nove milioni di euro al mese. Questa scheggia si chiama Senis Hospes e la sua sede legale è qui, al primo piano di un condominio sgarrupato nel centro di Senise, settemila anime in provincia di Potenza. Ci lavorano, stando alla visura camerale, 187 dei 253 dipendenti totali della Senis. «Al massimo in quell’appartamento quasi sempre chiuso — dicono gli altri inquilini del palazzo — vediamo tre o quattro persone, ogni tanto». Eppure la sede del colosso italiano dell’accoglienza è questa. Cos’è realmente Senis Hospes? Chi sono i suoi proprietari? E perché la sua storia si annoda a doppio filo con quella del Gruppo La Cascina, la cooperativa bianca vicina a Comunione e Liberazione e vicinissima all’ex ministro Maurizio Lupi, da poco commissariata per il tentativo di infiltrazioni mafiose?

Alla Camera di commercio, Senis Hospes è registrata dal 2008 come cooperativa “senza fini di lucro” destinata “all’inserimento sociale di chiunque si trovi in stato di bisogno”. Non ha scopi di lucro, dunque, eppure le prefetture di mezza Italia andrebbero in tilt se non ci fosse. Gestisce 6.592 migranti al giorno nel solo Sud Italia: nella lista degli appalti che ha ottenuto figurano i Cara di Mineo e Foggia, 7 Cpa, 15 strutture Sprar sparse dalla Calabria al Molise. Numeri che salgono di giorno in giorno visto che continuano ad affidarle posti su posti. A giugno Senis è risultata idonea a Roma per quattro lotti su sette. A Bari è in pole position in un bando da un migliaio di posti che sarà aggiudicato a breve. «Siamo in fase di emergenza e dobbiamo affidarci a chi ha disponibilità e know how», spiega una fonte qualificata del governo. Effettivamente Senis questo mestiere lo fa da anni. Quasi mai, però, da sola. Per gli appalti più grossi si presentava sempre in Ati con la Cascina (come nel caso di Mineo), prima che quest’ultima fosse commissariata per i rapporti con Buzzi e Carminati dal prefetto di Roma, Franco Gabrielli, lo scorso luglio. La Cascina — sostengono i pm di Mafia Capitale, che hanno appena accordato il patteggiamento per corruzione a quattro manager della coop bianca — teneva a libro paga Luca Odevaine ed è così che ha vinto l’appalto di Mineo.
Proprio insieme a Senis.

IL DOPPIO FILO CON LA CASCINA
C’è qualcosa di più di un’alleanza di mercato, tra Senis e La Cascina. Ufficialmente non hanno quote societarie in comune, ed è per questo motivo che Senis non viene colpita e fermata dall’interdittiva antimafia di Gabrielli. Ma a leggere le carte giudiziarie, a girare tra le sedi sparse tra la Basilicata e la Puglia, i due soggetti appaiono essere la stessa cosa.
Un primo indizio in questo senso lo offre il gip di Roma Flavia Costantini nell’ordinanza di custodia cautelare che ha scoperchiato “il mondo di mezzo” di Buzzi e Carminati. «Senis — scrive — ha tra i suoi rappresentanti legali esponenti del Gruppo La Cascina ». Il riferimento è all’amministratore delegato di Senis, Camillo Aceto, fino a pochi mesi fa anche vicepresidente della Cascina. Era il braccio destro di Salvatore Menolascina ( l’ad della coop bianca, arrestato a giugno per Mafia Capitale), ed è stato condannato a un anno e sei mesi in primo grado per lo scandalo mense a Bari. Processo nel quale, sul banco degli imputati, figura lo stesso Menolascina.
Ma non è soltanto una questione di nomi. È questione anche di luoghi. La sede amministrativa di Senis Hospes si trova a Bari, in viale Einaudi 15: condivide l’ufficio con Solidarietà e Lavoro, un’altra coop della galassia Cascina. E, curiosamente, nella minuscola Senise, a pochi metri dal condominio della Senis Hospes, c’è il quartier generale del secondo gigante del settore accoglienza, l’Auxilium, il cui amministratore è un altro ex Cascina, Angelo Chiorazzo, ora in pessimi rapporti con i vecchi amici.

I TOTEM PUBBLICITARI
Ci sono poi alcune foto, che testimoniano la contiguità tra le due coop, il cui destino comune ora si è complicato per il fatto che una è commissariata per mafia, l’altra no. Al congresso di Comunione e liberazione del 2014, prima dello scoppio del grande scandalo romano e prima anche dell’inchiesta Grandi appalti che ha portato alle dimissioni di Lupi, lo stand della Cascina era una delle attrazioni principali: enorme, come grandissimi erano anche i cartelloni e i totem pubblicitari che indicavano tutte le aziende controllate dal gruppo. Sorpresa: tra i loghi c’era anche quello della Senis. Così come, su alcuni opuscoli pubblicitari (di cui pubblichiamo la foto), le due società erano insie- me nello stesso annuncio: in grande Cascina, sotto, in piccolo appunto Senis. «Una delusione cocente — ha commentato in una recente intervista a Repubblica don Juliàn Carròn, presidente della Fraternità di Cl — l’ideale del movimento è agli antipodi della corruzione che sta emergendo».

GLI AGGANCI CON L’NCD
Senis, tra le altre cose, ha vinto insieme con la Tre Fontane (altra società del Gruppo La Cascina) convenzioni con la prefettura di Roma per una quindicina di strutture, ed è presente in 24 città. Il numero dei contratti cresce, anche perché hanno un partito intero che li appoggia: l’Ncd di Angelino Alfano. Maurizio Lupi e Menolascina, del resto, sono grandi amici, tanto da condividere escursioni in barca. E Odevaine a verbale racconta: «Menolascina mi fece capire che Cascina aveva finanziato la presentazione di Bari di Ncd». Si tratta della convention nazionale del maggio del 2014 alla quale parteciparono, oltre a Lupi e Alfano, i manager della Coop. Ci fu anche una cena nella quale, sostiene Odevaine, «si parlò della nomine del direttore generale del ministero».
E che La Cascina fosse interessata a conoscere le mosse del Viminale non è un segreto. «Odevaine — scrive il gip di Roma — raccontava ai suoi interlocutori che nel corso di una riunione avvenuta il 28 maggio 2014, i rappresentanti delle Regioni avevano espresso una loro pregiudiziale, ossia che i Centri di prima accoglienza avessero una capienza massima di 100 posti. Al che, sia lui che il prefetto Compagnucci avevano rappresentato che centri da 100 posti “non li fa nessuno”, per cui nel documento finale la capienza dei centri d’accoglienza era stata fissata a 300 posti». Odevaine aveva spinto dunque per aumentare le capienze della prima accoglienza, e così si prepararono bandi per 350 posti all’incirca. A Bari parteciparono in quattro. Al primo posto arrivò la Tga, offrendo 84 disponibilità. Al secondo, la Senis che da sola era pronta a coprire i restanti 270. Ma l’allora prefetto, Antonio Nunziante, oggi assessore nella giunta Emiliano, bloccò tutto. «Capisco l’emergenza, ma ci interessa di più la trasparenza», disse.

Repubblica, 26 settembre 2015

 

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