Quei fantasmi alle nostre porte

Quei fantasmi alle nostre porte

SALVO l’eccezione tedesca, il comportamento dell’Europa nella tragedia dei migranti è incomprensibile. O, peggio,  profondamente autolesionistico. Ci siamo mobilitati quando una singola persona chiedeva aiuto all’Occidente.  E penso a Nelson Mandela carcerato o a Andrej Sakharov perseguitato dagli sbirri del Kgb. Ma adesso che ci sono immense folle che fuggono dalla guerra o dalla carestia siamo incapaci di reagire. Credo, invece, che dovremmo anzitutto valutare quali possano essere i vantaggi provenienti dai profughi, per poi stabilire con quali procedure creare uno scambio alla pari tra noi e loro.

È un po’ quello che sta facendo la cancelliera Angela Merkel: spalancare le porte ai migranti, i quali occuperanno il vuoto demografico tedesco e finiranno per pagare le pensioni alla Germania. Purtroppo nel Vecchio Continente non esiste una legge sulla generosità. Non c’è nessuno in grado di imporre quanto dovrebbe fare ogni Paese, e ogni individuo, per le migliaia di migranti che continuano ad arrivare.

C’è perfino chi critica il trattato di Schengen, e penso al ministro dell’Interno britannico, Theresa May, la quale ha sostenuto che è responsabile delle stragi in corso. Come se la libera circolazione delle persone stesse diventando un’utopia. Tutto ciò per la paura ritrovarsi invasi da popoli portatori di altre culture, tradizioni e religioni. Terrorizza l’idea che questi popoli possano insediarsi e diventare maggioritari in alcune aree dei nostri Paesi. E spaventa, inoltre, il razzismo di classe: infatti, sono soprattutto i poveri quelli che si oppongono più tenacemente all’arrivo dei migranti, con i quali sono spesso costretti a contendersi lo spazio e l’impiego.

Eppure le colpe dell’Europa sono enormi, perché non ha fatto nulla per prevenire la miseria che affligge questi popoli. Ora, le ondate migratorie diventeranno sempre più travolgenti, e presto alle nostre porte arriveranno milioni di persone. Tutto ciò era prevedibile, da quando, per esempio, dopo esser stati padroni dell’Africa l’abbiamo lasciata nelle mani degli africani dicendo loro «da ora in poi, vedetevela da soli».

Adesso siamo solo capaci di costruire muri. Eppure, soltanto pochi anni fa, celebrammo nella gioia la caduta di quello di Berlino. Mi chiedo chi avrà il coraggio di suonare Bach per celebrare la costruzione delle nuove barriere europee, come fece Rostropovich quando s’infranse quella che separava in due la Germania.

Mi chiedo soprattutto cosa faremo quando contro questi muri andranno a sbattere e moriranno decine di migliaia di persone, e come riusciremo a sopportare la presenza di questa massa di disgraziati che già preme alle porte di casa nostra nella speranza che qualcuno gli lasci un piccolo spiraglio per farli entrare. Anche perché è impossibile costruire la propria felicità sulla sventura degli altri.

Tra le conseguenze più nefaste che può generare la paura che in questi mesi attanaglia l’Europa c’è quella di renderci tutti più insensibili, o più cattivi, e di corrompere i valori con cui i nostri padri e i nostri nonni hanno forgiato la società democratica in cui viviamo. Dobbiamo invece smetterla di considerare i migranti come degli invasori.

Basterebbe guardare a ciò che accadde in passato. Nel V secolo, per esempio, i barbari che entrarono a Roma divennero anch’essi romani soltanto dopo pochi decenni. E se si potesse risalire l’albero genealogico di Leonardo da Vinci o di Michelangelo non mi stupirei di trovare un loro antenato unno o visigoto. Oppure, basta pensare ai Galli, che erano indiscutibilmente un popolo barbaro, ma i cui discendenti hanno costruito i palazzi di Versailles e del Louvre.

la Repubblica,  7 Settembre 2015

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