Migrazioni e muri: abbiamo il dovere di fare

Migrazioni e muri: abbiamo il dovere di fare

Vorrei suggerire all’onorevole Matteo Salvini e a tutti coloro che condividono le sue idee, una passeggiata e due  riflessioni.

La passeggiata  comincia a Piazzale Flaminio a Roma, prosegue per la salita detta Muro Torto, poi  continua nel lungo tratto pianeggiante chiamato Corso d’Italia e, superata piazza Fiume, si conclude a piazzale Porta Pia.  Alla fine di questo percorso Salvini avrà costeggiato e avrà avuto modo di ammirare uno dei tratti   meglio conservati delle Mura Aureliane,  la possente fortificazione con cui l’imperatore Aureliano (215 – 275 d.C.) circondò Roma,  capitale dell’Impero, per metterla al riparo dalle invasioni  dei  barbari. Il tratto di mura della passeggiata  è  uno dei molti  ancora oggi conservati; si resta affascinati dal diametro della cinta muraria, (Roma all’epoca sfiorava  il milione di abitanti), dallo spessore delle mura, dalla frequenza delle torri  di  avvistamento, dall’eccellente protezione dei camminamenti. Un’opera di ingegneria militare ancora oggi esemplare.

Che, come tutti sappiamo, non fermò le invasioni barbariche. Se mai, per un paio di secoli,  ne ritardò  il compimento.

E qui comincia la prima riflessione: quei barbarinon erano bande di briganti dedite al saccheggio, erano i componenti di un movimento di popolazioni che si muovevano dall’Est verso Ovest con donne e bambini e che tendevano a stabilirsi nei paesi conquistati: essi impararono il latino e adottarono princìpi del diritto romano, con la conseguenza che nessun europeo oggi può dirsi direttamente discendente  dai romani: discendiamo tutti, anche gli pseudocelti, da incroci tra cives romani e/o Vandali, Eruli, Ostrogoti, Visigoti, Longobardi, Franchi, Sassoni  e…, ebbene sì, anche dagli Unni. Le Mura Aureliane non servirono. Bisognerebbe spiegarlo anche al signor Viktor Orban,Capo del Governo dell’Ungheria: magari potrebbe risparmiare tempo e denaro.

Asserire che le fortificazioni non servono, non significa però per nulla affatto sostenere che non c’è niente da fare. Direi proprio il contrario: abbiamo il dovere di fare. Per risparmiare a tutti, anche a noi stessi, pena, dolore, umiliazione, danni di ogni genere, morti incluse.

C’è da fare alla macroscala, con problemi che giustamente sono stati definiti geopolitici. Si dovrebbe intervenire per rallentare e, se possibile, fermare i flussi in uscita.

“Aiutarli a casa loro” è lo slogan ripetuto fino alla noia. Benissimo. Come? Inviando qualche centinaia di camion con coperte, medicinali, cibo in scatola? Convocando Commissioni e Consigli dell’EU e dell’ONU, che auspicano, invitano, sollecitano ecc. ecc. ? Se non vogliamo essere ipocriti dobbiamo ammettere che le misure che avrebbero efficacia sostanziale entro tempi ragionevoli, sono principalmente due:  una sorta di embargo che proibisse a livello mondiale, almeno per un certo numero di anni, la produzione e la vendita di armi; e una politica di sviluppo economico che favorisse la reinvenzione di una economia di sussistenza a scala locale, limitando la dipendenza dei paesi e dei gruppi umani in genere, dai mercati internazionali. Semplice, no? Ma chi convincerà i fabbricanti e i mercanti di armi da un lato e gli industriali alimentari conservieri dall’altro ad accettare queste scelte? Senza parlare dei lavoratori delle industrie delle armi e dei cibi conservati, che vedrebbero a rischio i loro posti di lavoro. E le ricchezze nascoste nel sottosuolo dei Paesi in guerra, che ne facciamo? Gliele lasciamo?

La seconda riflessione riguarda i problemi umanitari quotidiani dell’accoglienza, sui quali si focalizza il dibattito e si concentrano le iniziative. Una volta di più noi italiani abbiamo ‘fatto gli italiani’: generosi, coraggiosi, intelligentemente organizzati e umanissimi nelle operazioni di salvataggio e di primo soccorso; vergognosamente intenti a farsi ognuno i ‘fatti propri’ quando si è trattato sia di amministrare il denaro destinato ai rifugiati che di spiegare agli altri italiani  chi sono coloro che arrivano, che cosa chiedono e che cosa possono dare. Anche in questo caso, se non vogliamo essere ipocriti, dobbiamo ammettere che la cosa che funzionerebbe meglio è una totale eliminazione delle intermediazioni: il rifugiato riceve direttamente dallo Stato italiano una cifra giornaliera per il proprio mantenimento e, in segno di apprezzamento e di gratitudine per la solidarietà ricevuta, ci si aspetta che si offra volontario per lavori socialmente utili.  Che non è che in Italia mancherebbero, solo a volerli individuare, e avrebbero un’eccellente funzione di integrazione.

Ma anche in questo caso: che ne direbbero i professionisti dell’intermediazione (che preferiscono chiamarsi  dell’accoglienza) come la lega delle Cooperative, la Caritas e quant’altro? E i professionisti del volontariato? (Esistono, eccome se esistono).

Ho proposto due riflessioni inutili, almeno  sul piano operativo. Ne sono pienamente consapevole. Mi basterebbe se fossero utili  per  fare un po’ di chiarezza su un punto: il problema delle migrazioni è anche il problema di chi  sulle migrazioni ci guadagna, ci specula, ci costruisce ricchezza e/ o successo politico. Se non si risolve  quest’ultimo problema, è vano sperare di risolvere gli altri. Pazienza: tanto, un po’ alla volta, tra le morti sui campi di pomodori e quelle nelle stive, tra dolore, pena ,umiliazione e vergogna,.ci aggiusteremo. Imbarbarendoci ancora un po’.

2 commenti

  • Illustre Signorelli,

    anche lei tralascia una riflessione: l’esplosione demografica africana, che l’ONU prevede oltre il miliardo al 2050. Anche rispetto non solo alle possibilità di accoglienza dell’Italia e dell’Europa, ma, a mio parere, anche del pianeta per i problemi di sostenibilità che stiamo vivendo già con soli 7 miliardi di individui.

    Dovrebbe anche lei riflettere, ma non sola, sul fatto che la Cina 35 anni fa promulgò la legge del figlio unico per stabilizzare la sua popolazione (e forse inconsciamente al tempo, salvando o ritardando la fine del pianeta), dando inizio ad un olocausto silente e silenziato di 400 milioni di aborti anche selettivi e a, si legge, 15 milioni di neonaticidi sempre selettivi (mancano infatti ai maschi cinesi dal 15 al 20% di donne).

    La sua prima riflessione è comunque la via obbligata e solo un capitalismo cieco potrà impedirla. E probabilmente lo farà perché ad esso solo il profitto importa. Perché se le mura non servono ad impedire le immigrazioni, potrà farlo solo l’eliminazione delle pessime condizioni di vita che le generano.

    E poi dovrebbe anche riflettere, anche tenendo conto della situazione finanziaria e i numeri degli arrivi, quante persone potrebbe accogliere l’Italia a cui versare “direttamente senza intermediari” 30/40€ pro die per lavori socialmente utili, in presenza del 12,7% di disoccupati e di 4/6 milioni di poveri (ISTAT) che sicuramente non potrebbero assistere silenti.

    Illustre Signorelli,
    mi piacerebbe davvero una sua riflessione alla luce delle previsioni demografiche dell’ONU per l’Africa. Ma nessuno ragionando di accoglienza, va oltre l’oggi trascurando la crudissima realtà prospettica.

    Paolo Barbieri

  • egregia signora,
    forse dimentica che la migrazione degli anglosassoni e degli irlandesi in australia ha determinato la strage degli aborigeni,cosi’ come lo spostamento di europei nelle americhe e’ stato causa di sterminio dei nativi americani.Anche quelle erano correnti migratorie:gente che lasciava l’europa per avidita’ o per sfuggire a persecuzioni o alla fame.Chi ne ha fatto le spese sono state le vittime dei genocidi perpetrati dai migranti.Come la mettiamo con la correttezza storica?

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