Economia globale: il focus sui temi più rilevanti

FocusIl 7 e 8 giugno scorso si è tenuto a Elmau, sotto presidenza tedesca, l’annuale incontro informale tra i Capi di Stato o di Governo dei maggiori Paesi industrializzati del mondo occidentale. Le conclusioni dell’incontro confermano che questi tradizionali vertici hanno perso una parte significativa della loro utilità, quanto meno sui più rilevanti temi dell’attualità internazionale, dopo la decisione dei 7 di privarsi della presenza della Russia, come reazione all’annessione della Crimea operata da Mosca. A giudizio di chi scrive, si tratta tra l’altro di una decisione che avvalora la tesi, infondata ma comunque autopunitiva, che la Russia non faccia parte del mondo occidentale. Eppure il G7 rimane l’unico foro informale occidentale per esaminare al massimo livello decisionale i più rilevanti temi globali (di carattere politico, economico, sociale, ambientale, sanitario) e fornire delle risposte ispirate ai valori delle nostre società: valori che vengono giustamente richiamati nella premessa, con un’enfasi particolare quest’anno su diritti umani (argomento al quale la Germania è sempre stata molto sensibile), sovranità degli Stati e loro integrità territoriale (con chiaro riferimento all’Ucraina ma anche al Medio Oriente).

Un giudizio complessivo sulle conclusioni di Elmau induce a constatare: da una parte, l’incapacità degli attuali massimi dirigenti occidentali di esprimere, collegialmente, visione strategica e leadership sui più spinosi argomenti della politica internazionale; dall’altra, l’indubbio impulso politico dato alla soluzione di importanti sfide globali: ripresa economica, cambiamenti climatici, ambiente marino, salute, ruolo delle donne nella società, diritti dei lavoratori e condizioni di lavoro. Si tratta di temi sui quali il Vertice ha potuto avvalersi dei lavori condotti in importanti fori internazionali, quali il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Ufficio Internazionale del Lavoro, l’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economici (quest’ultima costituisce il vero centro di ricerca comune per la formazione ed espressione del pensiero economico e sociale dell’Occidente).

Sullo stato dell’economia globale, il comunicato ripete considerazioni e ricette valide, e ben note. Talune formulazioni del capitolo sulla regolamentazione dei mercati finanziari (necessità di affrontare “nuovi rischi sistemici derivanti dalla finanza basata sul mercato” e di assicurare che questa “compia interamente il suo ruolo di sostegno all’economia reale”) fanno sperare che si sia presa finalmente coscienza dell’urgenza di mettere un freno alla speculazione finanziaria e di porre fine al gioco d’azzardo condotto in borsa mediante il commercio dei derivati e le vendite allo scoperto. Sulle politiche monetarie e sul ruolo delle banche centrali, il testo è un conciso capolavoro di equilibrismo tra l’approccio anglo-sassone e quello dell’area euro e, all’interno di quest’ultima, tra le sue diverse anime; né poteva essere altrimenti.

Il capitolo relativo al commercio internazionale incoraggia sia le liberalizzazioni a livello mondiale, con rifermento al completamento e alla messa in atto dei risultati della Conferenza di Bali del 2013 e alla promozione di accordi settoriali, che di quelle a livello regionale. Su quest’ultimo fronte viene sottolineata l’importanza del “Partenariato Trans-Pacifico” tra USA, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Perù, Giappone, Brunei, Malaysia, Singapore e Vietnam (manca vistosamente la Cina), del “Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti” tra USA e Unione Europa, della “Zona di Libero Scambio tra Giappone e Unione Europea” e dell’“Accordo Globale Economico e Commerciale” tra Canada e Unione Europea. I negoziati tra Canada e Unione Europea sono terminati. Quelli sull’accordo trans-pacifico stanno attraversando invece acque agitate negli Stati Uniti, dopo il rinvio da parte della Camera dei Deputati, il 12 giugno scorso, della decisione sulla autorizzazione preventiva chiesta dall’Amministrazione a concluderli, salvo approvazione finale del Congresso (cosiddetto “fast track”). L’accordo é da tempo contestato dall’opinione pubblica statunitense, insoddisfatta degli effetti della globalizzazione sulle produzioni nazionali e sull’impiego. In Europa la proposta di liberalizzazione del commercio transatlantico ha ugualmente provocato importanti movimenti di protesta da parte di coloro che temono che l’accordo finirebbe per risolversi nella adozione dei meno esigenti standard tecnici USA, a vantaggio degli interessi delle grandi multinazionali e a scapito delle medie e piccole imprese europee e dei consumatori.

La battuta d’arresto subita dall’Amministrazione USA non è la prima sconfitta per il Presidente Obama, in materia di rapporti internazionali economici e finanziari. Il Congresso ha infatti rifiutato di approvare la proposta di una diversa ripartizione dei diritti di voto in seno al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale – a favore dei più dinamici Paesi emergenti – nell’ambito di un aumento del capitale delle due Istituzioni. Una ripartizione maggiormente corrispondente agli attuali rapporti di forza tra le principali economie del mondo era stata in effetti a lungo sollecitata dai Paesi del cosiddetto gruppo BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa.

E’ utile ricordare in questo contesto che, a seguito dello stallo così creatasi, i Paesi BRICS hanno lanciato due importanti iniziative, sostanzialmente convergenti. In alternativa alla Banca Asiatica di Sviluppo, che è l’emanazione regionale della Banca Mondiale, la Cina ha costituito nel 2014 la “Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture”, destinata a finanziare le infrastrutture in tutti i Paesi dell’Asia ma con evidenti ricadute anche sulle comunicazioni con l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa. Alla Banca hanno aderito cinquantasette Paesi, principalmente asiatici (non ancora il Giappone) ma anche europei, tra cui Francia, Germania, Regno Unito e Italia (al riguardo vedi la “Lettera Diplomatica” n°1125 del 16 giugno dell’Ambasciatore Giuseppe Jacoangeli). Inoltre, in alternativa al Fondo Monetario e alla Banca Mondiale, i BRICS annunceranno formalmente il 7 luglio a Mosca la creazione dell’“Accordo per le Riserve di Emergenza” e della “Nuova Banca di Sviluppo”, con propositi dichiarati più esplicitamente antiamericani. Le due iniziative (soprattutto la prima, relativa alla nuova banca asiatica), se avranno successo, sono suscettibili di accelerare ulteriormente lo spostamento dell’asse dell’economia mondiale da Ovest a Est.

Meritano di essere considerate con attenzione le indicazioni fornite dal Vertice in materia di lotta contro l’evasione fiscale, la corruzione e altre attività generatrici di flussi finanziari illeciti, così come quelle relative ai diritti dei lavoratori, alle condizioni di lavoro, all’ambiente di lavoro, alla protezione dei consumatori e alla prevenzione degli incidenti sul lavoro. Oltre al valore morale, economico e sociale dei risultati che potranno essere ottenuti, le azioni da mettere in atto potranno avere significative conseguenze anche sul commercio, perché suscettibili di correggere le distorsioni di concorrenza determinate dalla disparità delle normative nazionali, in particolare nel settore della protezione sociale (e ambientale).

In materia ambientale, i risultati del Vertice sono molto incoraggianti, se le azioni che seguiranno gli impegni presi saranno coerenti con i loro obiettivi. I Sette hanno condiviso la raccomandazione emessa dal “Comitato Scientifico Internazionale sui Cambiamenti Climatici” circa la necessità di ridurre entro il 2050 fino al 70% le emissioni di gas- serra rispetto al 2010, con l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura della terra sotto i 2°C. Riconoscendo che questo obiettivo può essere raggiunto solo con un impegno globale, i Sette si sono impegnati a fare la loro parte (chiedendo agli altri Paesi di fare la loro) e, più in generale, a favorire lo sviluppo di tecnologie innovative per la trasformazione dei settori energetici al fine di creare entro il 2050 una economia globale a basse emissioni di anidride carbonica.  E’ positivo anche il richiamo all’urgenza di lottare contro l’inquinamento sempre più preoccupante delle acque marine, a seguito del continuo versamento in mare di rifiuti, in particolare di quelli composti di materie inorganiche. Sempre in materia di protezione dell’ambiente marino, il G7 non esprime contrarietà nei confronti  dello sviluppo di attività minerarie nel mare profondo, al di là della giurisdizione nazionale, alla condizione – ripetutamente sottolineata – che venga adottato un codice per lo sfruttamento sostenibile di queste risorse sotto il controllo dell’Autorità Internazionale per i Fondi Marini.

Ugualmente significativi sono gli impegni assunti dai Sette in materia sanitaria, per le conseguenze che ne dovrebbero derivare sul piano degli impegni finanziari. L’incremento dello sforzo finanziario nazionale e internazionale è infatti condizione indispensabile per promuovere la ricerca scientifica e le attività necessarie al raggiungimento degli ambiziosi obiettivi citati dal comunicato: riduzione a zero dei casi di Ebola; ricerca sulla resistenza dei batteri agli antibiotici; sviluppo di nuovi antibiotici e di nuove terapie; ripresa della lotta contro le malattie tropicali, con l’obiettivo di eliminarle entro il 2020; strategia sanitaria globale per donne e bambini; sostegno al Fondo Globale per la lotta contro l’AIDS, la tubercolosi e la malaria.

Il capitolo relativo alla promozione del ruolo economico delle donne è molto apprezzabile, così come l’impegno di tutelarne i diritti, con particolare riferimento alla lotta contro le discriminazioni di genere e lo sfruttamento sessuale e alla rimozione delle barriere culturali, sociali, economiche e legali cui donne e adolescenti sono sottoposte. Con questo testo “politically correct” i Sette hanno però perso l’occasione, ad avviso di chi scrive, per dire finalmente una parola più esplicita sulla vergogna che dovrebbe destare, in tutto il resto del mondo che sta a guardare, lo stato di sostanziale schiavitù in cui sono costrette le donne in molti Paesi, specialmente islamici.

Il capitolo sulla Politica Estera si apre significativamente con il richiamo al principio del rispetto della sovranità degli Stati e della loro integrità territoriale e indipendenza.

Sull’Ucraina, i Sette fanno stato della loro volontà di confermare le sanzioni alla Russia e di rafforzarle, in caso di non rispetto degli accordi di Minsk. Ad avviso di chi scrive, i casi della Crimea e dell’Ucraina sono peraltro diversi. Nel primo caso, si è trattato di una chiara violazione del diritto internazionale; e per di più dello specifico memorandum sottoscritto a Budapest nel 1994 da Russia, Stati Uniti e Gran Bretagna per garantire la sovranità e l’integrità territoriale del Paese. Il caso dell’Ucraina Orientale è più discutibile, anche perché rischia di diventare per certi versi simile a quello del Kossovo. Per non cadere nell’ipocrisia, è doveroso ricordare al riguardo che la violazione del principio dell’integrità territoriale è stata inaugurata in Europa proprio dagli occidentali e che la tolleranza internazionale sull’intervento della NATO in Kossovo fu possibile solo grazie alla disponibilità – allora – della Russia a cooperare.

Su un piano più generale, sorprende che la crisi ucraina venga trattata come la causa e non come l’effetto del ritorno alla guerra fredda e che i leader occidentali non abbiano voluto cogliere a Elmau l’opportunità di fare almeno un accenno alla necessità di impegnare positivamente la Russia sul piano globale: per trovare un modus vivendi accettabile per le due parti e per cercare di cooperare alla soluzione di molte delle crisi attuali, sulle quali hanno interessi sostanzialmente convergenti. Rimane poi insoluto, per chi scrive, il quesito di cosa cerchi veramente Washington, e perché, in questa fase dei suoi rapporti con Mosca. Ma sembra evidente che oltre Oceano non si sia preoccupati dall’idea che un giorno, forse nemmeno tanto lontano, gli Stati Uniti potrebbero essere costretti a confrontarsi seriamente con la Cina: con Mosca allineata su Pechino e l’Europa, come sempre, divisa e comunque poco impegnata. Eppure il testo richiama giustamente i pericoli che vengono dal Mare cinese meridionale.

In materia di lotta al terrorismo, il comunicato afferma che essa deve rimanere una priorità per la comunità internazionale; ribadisce l’impegno dei Sette a sostenere la Coalizione Globale contro l’ISIS/Da’esh; mette giustamente in rilievo la necessità di mettere sotto controllo i flussi finanziari che lo sostengono; e a questo riguardo sottolinea il ruolo che può svolgere la “Task Force di Azione Finanziaria”, alle cui attività l’Italia ha sempre dato un contributo importante (tra l’altro è responsabile dell’apposito gruppo di lavoro creato in seno alla Coalizione Globale).

Sul traffico di migranti i Sette si limitano a registrare la gravità del fenomeno, ad affermare la volontà di combatterlo e di affrontare le cause che inducono tanti disperati ad abbandonare il proprio Paese; ma evitano di proporre le azioni concrete da adottare e di impegnarsi a sostenerle.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, Siria e Yemen vengono, pudicamente, solo menzionati. Il passaggio sulla Libia è più ampio, ma altrettanto inconsistente. Il comunicato evita di chiamare in causa i Paesi, ben noti, che hanno fomentato il terrorismo e quelli, anch’essi ben noti, che sono i promotori delle guerre attuali e quindi i principali responsabili degli esodi di massa dall’intera regione. Né si fa cenno alla volontà di convincere questi Paesi a ricercare una soluzione negoziata: “diplomatica”, come dice il testo. In definitiva, la parte del comunicato sul Medio Oriente si presenta come una dichiarazione di impotenza.

D’altra parte, per una soluzione negoziata, la collaborazione di Mosca rimane indispensabile. Non a torto i media, nel commentare i risultati del G7, hanno parlato della Russia come del “convitato di pietra” al Castello di Elmau.

Lettera Diplomatica,  9 Luglio 2015

(*) Roberto Nigido è Direttore Responsabile del CIRCOLO DI STUDI DIPLOMATICI «Lettera Diplomatica”

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