Perché il «no» potrebbe non essere irreparabile

si no greciaBene, adesso non è più un’ipotesi: le banche greche sono chiuse e sono stati imposti controlli di capitale. Da qui alla Grexit il passo non è lungo: il che significa che l’analisi costi-benefici è molto più favorevole a un’uscita dall’euro di quanto non sia mai stata.
È chiaro, però, che alcune decisioni dovranno aspettare il risultato del referendum di domenica, che dirà se la Grecia accetta o meno le condizioni dei suoi creditori.
Io voterei «no», per due ragioni. La prima è che anche se la prospettiva di un’uscita dall’euro spaventa chiunque (me incluso), la troika in questo momento sta chiedendo di fatto che le politiche applicate negli ultimi cinque anni proseguano a tempo indefinito. Dov’è la speranza in questo scenario? Forse, soltanto forse, la disponibilità della Grecia a lasciare l’Eurozona ispirerà un ripensamento (ma è improbabile). In ogni caso, la svalutazione non potrebbe creare molto più caos di quello che già c’è, e aprirebbe la strada a una ripresa, com’è successo in molte altre epoche e Paesi. La Grecia non è così diversa.
La seconda ragione per cui voterei «no» è che una vittoria del «sì» sarebbe profondamente inquietante. È evidente che la troika ha fatto al primo ministro Alexis Tsipras un «don Vito Corleone al contrario», cioè un’offerta che il premier greco non poteva accettare, e possiamo presumere che lo abbia fatto con cognizione di causa. In altre parole, l’ultimatum in pratica è stata una mossa per sostituire il Governo greco. E per chiunque creda negli ideali europei, anche se non apprezza Syriza, è qualcosa che non può non lasciare turbati. Traduzione di Fabio Galimberti

Il Sole, 4 luglio 2015

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