Anche l’’Europa deve cambiare la sua politica

Anche l’’Europa deve cambiare la sua politica

Dove va l’’Europa a questo punto, dopo il referendum greco del 5 luglio e il suo fallimento nel rimborsare il Fmi? La risposta è che non ha davanti a sé nulla di buono, dal momento che qualunque cosa accada questo è stato un grande fallimento per l’’Unione europea, nonché un enorme fallimento per la Grecia e per il governo che aveva eletto solo a gennaio. Ma bisogna cominciare adesso a pensare al da farsi così che il fallimento non si trasformi in un disastro.
 Molto dipende ancora dal modo in cui andrà il voto e quali passi saranno intrapresi dal governo greco subito dopo il suo esito. Se gli elettori greci a sorpresa voteranno «Sì» per accettare i termini offerti dai creditori del Paese e rimanere nell’’euro, il prossimo passo dovrà consistere nelle dimissioni del governo di Syriza guidato da Alexis Tsipras e in nuove elezioni politiche.
 Questo passo, tuttavia, comporta un rischio reale che il Paese finisca in balia della violenza politica. Quindi dall’’estero sarebbe saggio intervenire con un generoso supporto finanziario a breve termine come gesto di buona volontà, per motivi umanitari.
 Sembra più probabile, tuttavia, che il voto sarà «No», dato che lo stesso governo sta facendo propaganda per questo risultato.
 Se è così, sulla base del suo comportamento degli ultimi tempi, dopo il voto, probabilmente il governo Tsipras tenterà inizialmente di riprendere i negoziati con i suoi creditori, pur avendo dichiarato il default sul debito. Cercherebbe, in altre parole, di interpretare il voto come una chiamata a rinegoziare restando nell’’euro.
 A quel punto, però, gli eventi si susseguiranno in fretta e i decisori politici avranno bisogno di muoversi altrettanto velocemente. Con controlli sui capitali in atto e un accesso limitato ai conti bancari, l’’economia potrebbe ben presto entrare in stallo e nei risparmiatori crescerebbe sempre di più la preoccupazione per la distruzione della loro residua ricchezza. In tali circostanze, la Grecia avrebbe bisogno di muoversi in fretta per introdurre rapidamente o una nuova moneta o una valuta parallela da utilizzare accanto all’’euro, e dovrebbe nazionalizzare le banche greche.
 Tuttavia, per fare questo, continuando a pagare gli stipendi e le pensioni dei lavoratori del settore pubblico, avrebbe bisogno di finanziamenti di emergenza. Il modo migliore sarebbe che l’’Unione europea e gli Stati Uniti di comune accordo riunissero un consorzio internazionale di governi per fornire fondi – preferibilmente un consorzio che comprenda la Cina e la Russia. In caso contrario, la Grecia diventerà una merce di scambio tra le superpotenze. Tutto ciò che può essere fatto per evitare un simile risultato dovrebbe essere messo in atto.
 Il miglior approccio da parte dell’’Unione europea, e in particolare dell’’eurozona, sarebbe collocare tali aiuti in un quadro che riconosca l’’uscita della Grecia dall’’euro mantenendolo in Europa, e offra un eventuale percorso per un ritorno all’’euro. Peraltro improbabile. Ma sarebbe significativo in termini politici. E dopotutto darebbe semplicemente alla Grecia lo stesso status di tutti gli altri membri dell’’Ue che non sono nell’’euro, a eccezione di quelli (come il Regno Unito), che hanno esplicitamente escluso la loro futura adesione.
 Chiaramente, la priorità immediata dopo un «No» il 5 luglio sarà la stabilizzazione della Grecia. Ma la priorità a lungo termine deve essere la stabilizzazione dell’’euro stesso. Perché il fallimento sulla Grecia è un fallimento che promette di influire sull’’euro in due modi, principalmente.
 In primo luogo l’’uscita della Grecia conferma ciò che i mercati finanziari hanno sempre sospettato: che l’’adesione alla moneta unica non è irrevocabile.
 In effetti, se la Grecia supera l’’emergenza economica e trova un percorso di recupero usando il default del debito e la svalutazione, come ha fatto l’’Islanda dopo il suo doloroso periodo 2008-09, in ogni futura crisi economica inizierà la speculazione (e il dibattito politico sarà permanente) sull’’opportunità per un altro Paese di seguire con successo la stessa strada.
 Poiché tutta l’’Europa dovrebbe sperare che la Grecia trovi un nuovo percorso verso la prosperità, l’’eurozona dovrebbe pensare sul serio a come affrontare non solo il fallimento, ma anche questa forma di successo.
 Il secondo modo in cui l’’esperienza greca si ripercuoterà negativamente sull’’euro sta nel fallimento della politica economica pan-europea che sottintende. Finora questo fallimento è stato negato, da troppe persone, soprattutto nei Paesi creditori. Ma la dura realtà e che a sette anni dall’’inizio della crisi finanziaria, l’’Unione europea ha ancora più di 23 milioni di disoccupati mentre gli Stati Uniti (la cui popolazione è circa due terzi di quella dell’Ue) ne hanno solo 7 milioni. L’’insistenza sull’’austerità fiscale universale, anche nei Paesi creditori solventi, è la ragione di questo fallimento.
 La ripresa dell’’economia europea si sta rivelando troppo lenta per affrontare la disoccupazione e la perdita di speranza che opprime la generazione più giovane di tutta l’’eurozona. Lo shock greco ora la renderà ancora più lenta. E fino a che sarà così la reazione politica contro le politiche attuali, in Francia, Spagna, Italia e molti altri Paesi, potrà solo rafforzarsi. Dopo Tsipras nel 2015, dobbiamo pensare a Marine Le Pen nel 2017.
 Per questo motivo, la migliore risposta allo shock greco sarebbe quella di cambiare politica, anche senza esplicitamente ammettere che questo è ciò che si sta facendo. Le norme fiscali non possono essere cambiate adesso, dato che sono state introdotte per la Grecia. Quindi è necessario un nuovo pacchetto di politiche, che disponga attorno a quelle norme un approccio positivo per una ripresa economica più rapida e rafforzi la solidarietà e la coesione della zona euro.
 Tale pacchetto può prendere due linee politiche esistenti e semplicemente ampliarle e renderle più ambiziose: la liberalizzazione del mercato unico, per i servizi e l’’economia digitale; e un programma di investimenti pubblici per la ricostruzione delle infrastrutture e soprattutto per una rete a livello europeo per l’’elettricità e il gas. Se si potesse concordare un programma del genere, con finanziamenti organizzati collettivamente al di fuori delle normali norme fiscali, anche la Grecia potrebbe esservi inclusa.
 In aggiunta, tuttavia e legato a queste due politiche, l’’eurozona dovrebbe dare il via a un programma graduale per sostituire parte dei debiti sovrani dei Paesi membri con Eurobond supportati collettivamente. Questa proposta è stata contrastata per molti anni dalla Germania. Dev’essere subordinata alle riforme strutturali e legata a severe regole di bilancio. Ma è l’’unico modo per rendere la moneta unica una vera unione monetaria. Tutti per uno e uno per tutti: questa è l’’unica parola d’’ordine per l’’euro che possa funzionare nel lungo periodo.
(traduzione di Carla Reschia)

La Stampa, 2 luglio 2015

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