Fassina: “Addio Pd dei banchieri. Me ne vado, e non sarò il solo”

Fassina Martedì sera l’’addio, nella periferia romana, durante un intervento al circolo Pd di Centocelle. Poi ieri mattina una parziale marcia indietro e qualche ora in più di riflessione. Alla fine Stefano Fassina ha convocato una conferenza stampa nel primo pomeriggio e tutti hanno capito che se ne stava andando dal partito. E con lui ha lasciato anche la deputata Monica Gregori. Alcuni, come Pier Luigi Bersani, erano stati avvisati: «Il Pd è più povero, non si facciano spallucce», ha commentato l’’ex segretario.
 L’’ex viceministro dell’’economia se ne va sulla scuola, in polemica con la decisione del governo di mettere la fiducia sulla riforma, ma chiarisce che quello è «solo l’’ultimo episodio di una vicenda che non abbiamo condiviso. Dal Jobs Act alla revisione del senato fino all’’Italicum, che configura un indebolimento delle garanzie democratiche». Per Fassina il Pd «si sta riposizionando in termini di cultura politica. C’’è ormai una subalternità italiana all’’ordine tedesco dell’’eurozona. Il Pd è sempre più attento alla finanza internazionale, a uomini che dilagano in tutte le amministrazioni pubbliche», chiaro riferimento alla nomina di Claudio Costamagna, ex Goldman Sachs, alla Cassa depositi e prestiti.
 Poi il futuro. «L’’appuntamento è per il 4 luglio – ha annunciato Fassina – al teatro Palladio con Civati, Pastorino e Cofferati per avviare un percorso politico su territori». Un percorso che incrocerà le strade con Sel, il cui stato maggiore ieri era in sala stampa ad ascoltare le parole di Fassina. Alla notizia dell’’addio il vicesegretario Pd Guerini si è detto «personalmente dispiaciuto», prima di aggiungere una stilettata contro i progetti politici a sinistra del Pd: «Mi sembrano avventure velleitarie cui guardiamo con rispetto ma che non condividiamo».


Vero è che quel cantiere della sinistra in eterno lavorio sembra aver trovato un’’accelerazione proprio dopo l’’approvazione della legge elettorale. Non tanto per lo sbarramento basso, è il 3 per cento, previsto dall’’Italicum. Quanto per l’’opportunità di risultare determinanti al momento di un eventuale ballottaggio tra la lista del Pd e una tra le due forze di opposizione che, ad oggi, le contenderebbero la vittoria: l’’ipotetica sigla unitaria del centrodestra e il M5S.
 Al solo pensiero Pippo Civati gongola e traccia il perimetro della nuova creatura: «Diciamolo subito: l’’obiettivo è il 10 per cento. Chi ha un’’idea migliore della mia per raggiungerlo la porti. Altrimenti mi tengo la mia». E la sua idea prevede una «struttura completamente innovativa, che piaccia alle persone prima che ai dirigenti politici. Il problema non è capire se Civati, Fassina e Vendola sono d’’accordo. Il problema è capire se ci seguono gli elettori. Penso a un partito grande, partecipato, che faccia iniziativa politica, non solo convegni». E Landini, da sempre indicato come un possibile leader di uno schieramento di sinistra? «Ha un progetto parallelo al nostro, che non si sovrappone. È un interlocutore da sempre, non vedo perché debba smettere di esserlo ora».

La Stampa,   25 Giugno 2015    

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