Un saggio sul Grande Inquisitore e l’enigma del potere

liberi serviÈ forse possibile esporre e interpretare Dostoevskij senza interloquire continuamente nel discorso? Parlare di lui senza parlare con lui? È questo tipo di fedeltà che egli richiede». Le parole di Luigi Pareyson citate da Gustavo Zagrebelsky nella premessa del suo ‘Liberi servi’, danno il tono di un testo denso e affascinante su «Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere». È infatti un continuo andirivieni tra gli scritti del gigante della letteratura russa che accompagna sempre il lettore: uno coglie l’attualità etica o politica di un passo della Leggenda del Grande Inquisitore e viene trasportato al cuore de ‘I Fratelli Karamazov’ e, da lì, immerso nell’intera opera e nella vita stessa di Dostoevskij e della Russia del suo tempo, anzi, è ricondotto al cuore dell’umanità di ogni tempo.

Per poi dover ritornare a quella scena indimenticabile del bacio silenzioso di Gesù prigioniero al Grande Inquisitore.
Zagrebelsky si cimenta da par suo con un’impresa straordinaria: non tanto leggere e interpretare una volta di più quell’archetipo sulla libertà e la servitù umane, quanto scavare nel percorso esistenziale dell’autore russo per intessere con quelle pagine e con il loro autore un dialogo fecondo sull’animo umano e sulla civiltà contemporanea. Davvero Dostoevskij non lo si legge: si discute con lui e, grazie a lui, si discute con se stessi e tra noi. Le trecento fitte pagine di Zagrebelsky ci intrigano fin dai titoli che ne scandiscono le parti e i capitoli: ciascuno dischiude un mondo interiore e collettivo, richiede riflessione per assimilarne la portata, pone domande (una dozzina di incipit recano il punto interrogativo), interpella il lettore in prima persona. Si ha come l’impressione che l’autore di ‘Liberi servi’ abbia fatto proprio lo schema dialogico autore-lettore così adatto a Dostoevskij: leggiamo una pagina e vorremmo telefonare all’autore, inviargli un’osservazione, suggerirgli un’aggiunta. Poi, poche pagine più avanti, troviamo nero su bianco quello che avevamo creduto essere il nostro personalissimo punto di vista…

Certo, il bagaglio professionale ed esistenziale di Zagrebelsky – già professore di Diritto costituzionale e presidente della Corte costituzionale, sempre in prima fila per la difesa dei diritti umani – lo porta a privilegiare le ricadute del pensiero dostoevskijano sull’etica pubblica e sulla gestione del potere, ma non viene mai meno quell’afflato spirituale che attraversa le pagine dell’autore russo. Del resto lo scandaglio dell’animo umano che Dostoevskij opera con tragica sapienza nel suo romanzo è attualissimo anche nella nostra società postindustriale e liquida. Un altro sapiente interprete di Dostoevskij, Rowan Williams, arcivescovo emerito di Canterbury, ha giustamente osservato che «terrorismo, abuso di minori, assenza dei padri e frammentazione della famiglia, secolarizzazione e sessualizzazione della cultura, futuro delle democrazie liberali, scontro tra culture e natura dell’identità nazionale «sembrano proprie di questo travagliato inizio del XXI secolo, ma in realtà sono pressoché onnipresenti nell’opera di Dostoevskij».
Ma l’approccio eminentemente politico in senso alto con cui Zagrebelsky affronta il pensiero di Dostoevskij concentrato nel racconto del Grande Inquisitore non trascura la profonda portata spirituale di un’opera che non cessa di interpellare ogni cercatore di senso e di etica: il rapporto tra Cristo e la verità; come credere in un Dio che è la fonte di ispirazione per una santa ribellione contro le sofferenze umane e, al contempo, l’origine prima di un mondo in cui queste sofferenze hanno luogo; come conciliare un Vangelo annunciato ai poveri e i piccoli con le sue esigenze quasi impossibili da soddisfare; come reagire all’«oppressione che suscita desiderio d’oppressione»; come leggere miserie e grandezze dell’essere umano a partire dalla categoria biblica dell’immagine e somiglianza di Dio?

È proprio questa alta tensione spirituale che porta Zagrebelsky a ribadire in conclusione dell’opera quella sua «idea, così ingenuamente astratta, di un ritorno all’interiorità per contrastare l’omologazione crescente delle nostre società». Idea astratta, forse, ma portatrice di senso e di potenzialità immense per resistere a «tecnologia e laboratorio, alimentati dalla finanza» che vorrebbero produrre «l’essere umano liberato dalla libertà e programmato per essere docile o aggressivo a seconda delle circostanze». Che sia proprio questa interiorità ritrovata la forza che ispirava l’autore del Siracide quando profetizzava: «uomini liberi serviranno un servo sapiente»? Abbiamo bisogno anche oggi di persone libere che liberamente e reciprocamente si mettono a servizio di una «sapienza» di vita, di una vita sapida, gustosa per tutti.

La Stampa, TuttoLibri, 20 giugno 2015

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