Ora l’Europa deve scattare in avanti

tragedia grecaBeh, i greci sono famosi da sempre per le loro tragedie così come per le loro doti teatrali, quindi non dovrebbe sorprendere che il lungo dramma sull’adesione della Grecia all’euro stia volgendo a una fine tragica. Questo significa che la Grecia sta per dichiarare il default sui debiti pubblici e lasciare la moneta unica? La risposta è sì, probabilmente lo farà, forse nel giro di pochi giorni. Ma il futuro con ogni probabilità sarà tragico si raggiunga o meno un accordo all’ultimo minuto per tenere dentro la Grecia.
Non è un problema economico o finanziario: se così fosse la somma si potrebbe trovare facilmente dal momento che occorrono solo un po’ più di 7 miliardi di euro per tenere la Grecia nell’euro, finanziando le sue obbligazioni in scadenza. E’ meno di quello che molte grandi banche globali pagano di multa ogni mese alle autorità di regolamentazione europee o americane. Il problema è politico. E colmare le distanze politiche è molto più difficile.
La Germania, sostenuta dagli altri membri dell’Eurozona, inclusi la maggior parte di Paesi poveri come la Slovacchia, sente il dovere di insistere politicamente perché le regole fiscali dell’euro siano rispettate. Il governo greco guidato da Syriza, una coalizione tra un partito di estrema sinistra e un piccolo partito nazionalista, ha promesso agli elettori prima e dopo la vittoria elettorale di gennaio che quelle regole non sarebbero più state imposte alla Grecia. E col passare del tempo e il procedere delle trattative, queste posizioni politiche incompatibili sono diventate sempre più radicate, invece di risolversi.
E con il loro radicalizzarsi e via via che diventava chiaro che non c’era alcun accordo in vista, la situazione economica della Grecia è peggiorata. La produzione economica è di nuovo in calo dopo un breve e debole periodo di crescita nel 2014. Anche le entrate pubbliche, di vitale importanza per pagare le pensioni e gli stipendi, nonché per rispettare gli obblighi del debito, sono in calo perché molti greci, sia privati sia a livello istituzionale, non pagano le tasse. E i correntisti stanno ritirando miliardi di euro dalle banche greche.
In breve, la Grecia sta morendo dissanguata. In tali circostanze, il tempo non è dalla sua parte. Ecco perché è molto probabile che nei prossimi giorni, o al massimo entro la fine di questo mese, il governo greco dovrà introdurre controlli d’emergenza per fermare il flusso di capitali in uscita dal Paese, probabilmente nazionalizzando le banche o almeno vietando i prelievi fino a nuovo ordine.
Una tale mossa potrebbe essere presentata come una mera sospensione dei flussi finanziari, mentre proseguono i negoziati. Ma in effetti sarà l’inizio del ritiro della Grecia dall’euro o porterà al rovesciamento del governo di Alexis Tsipras e di Syriza. Perché, ancora una volta, il tempo non è dalla parte della Grecia. I cittadini greci avranno anche esultato in un primo momento, quando il loro giovane primo ministro ha alzato la voce contro i bulli tedeschi. Ma se iniziano a non ricevere la paga, o a non poter accedere ai loro conti correnti, o a realizzare che i loro risparmi in euro stanno per essere pesantemente svalutati con il passaggio alla nuova dracma, ecco che la politica svela il suo volto sgradevole. E si prospettano violenza, o nuove elezioni, o entrambe le cose.
L’esperienza dell’Islanda, che ne 2009 fallì, ma da allora si è ripresa, dimostra che un Paese può sopravvivere al fallimento, può svalutare in modo significativo la sua valuta e, infine, ristabilire la salute economica e sociale. Ma il percorso è doloroso e comporta grossi rischi politici. La legge e l’ordine potrebbero saltare. Parti delle città greche, tra cui Atene, potrebbero finire sotto il controllo delle gang o del partito di estrema destra Alba Dorata. I pericoli sono considerevoli.
Per questo motivo, se la Grecia si troverà fuori dall’euro probabilmente riceverà almeno qualche sostegno finanziario dal buon amico del signor Tsipras, Vladimir Putin, e dalla Russia. Il che significa che anche gli Stati Uniti potrebbero concedere a loro volta un sostegno finanziario di «emergenza». Il primo caso preoccuperebbe l’Unione europea. Il secondo la umilierebbe.
All’interno della zona euro, gli effetti economici di un’uscita di scena della Grecia è probabile che siano poco significativi: la Banca centrale europea può assicurarsene inondando di denaro i mercati. Ma a contare di più, nel lungo termine, saranno gli effetti politici. Il dramma greco rafforzerà i partiti anti-euro come la Lega Nord, il Fronte Nazionale in Francia e probabilmente il partito fratello di Syriza in Spagna, Podemos. Le elezioni del 18 giugno in Danimarca, con l’ascesa al secondo piano del partito popolare danese, ostile agli immigrati, dimostra come i partiti populisti di protesta rimangano forti.
Di conseguenza, la migliore risposta da parte della Germania e dei Paesi creditori dell’Eurozona potrebbe essere quella di far seguire all’uscita della Grecia il lancio di una nuova iniziativa per vincolare l’uno all’altro i membri dell’euro rimasti. Idealmente, questa consisterebbe in un grande pacchetto che combini una nuova spinta per la liberalizzazione basata sul mercato unico, un forte programma di investimenti pubblici per la costruzione di infrastrutture, e, soprattutto, in ultimo, l’introduzione di Eurobond sottoscritti collettivamente per sostituire almeno una quota dei debiti sovrani dei Paesi.
Rendendola finalmente una vera unione monetaria, in cui tutti i membri condividono la responsabilità collettiva per i debiti pubblici, un’iniziativa del genere servirebbe a preservare e rafforzare l’euro. Ma ci vorrebbe un grande coraggio politico da parte del cancelliere Angela Merkel in Germania – un coraggio che fin qui non ha dimostrato durante la lunga tragedia greca. (traduzione di Carla Reschia)

La Stampa, 20 giugno 2015

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