Contrattualismi ed equità

Albert Weale, Democratic Justice and the Social ContractDemocratic justice and the social contract di Albert Weale, professore a UCL di Londra, è un libro serio e ben scritto che offre una mediazione filosofica tra liberalismo e democrazia. La tesi principale è battezzata dall’autore «democratic contractarianism», là dove il sostantivo presenta un’opzione hobbesiana contrapposta a quella kantiana (e rawlsiana) del contractualism. La tesi in questione definisce la giustizia come l’insieme di principi su cui si potrebbe raggiungere un accordo tra persone con potere negoziale sostanzialmente simile. Si suppone poi che la democrazia politica- quando funziona – sia un sistema di governo in cui il potere è equamente distribuito nella misura del possibile. I primi due capitoli del libro discutono in maniera originale la nozione classica di contratto sociale. La novità più evidente – una volta accettata la centralità del social contract- sta qui nel fatto che Weale prende le mosse da esempi empirici derivanti da regimi di proprietà comune delle risorse (qualcosa di simile al socialismo di Owen). Tali regimi vedono una negoziazione faccia a faccia sull’accesso alle risorse e alla ripartizione dei vantaggi della cooperazione a livello micro.
Un problema, a mio avviso non del tutto risolto nel libro, di questo rinvio consiste nella differenza di scala: i regimi di proprietà comune di cui si parla istanziano casi micro, mentre il contratto sociale rappresenta ovviamente un caso macro. I regimi di proprietà di cui parla Weale prevedono accesso egualitario alle risorse ed equa distribuzione del valore aggiunto. Nel presentare questo modello altamente idealizzato, Weale lo contrasta in maniera elegante con quelli di Locke, Rawls e Gauthier. Una differenza chiara con altre opzioni teoretiche sulla giustizia distributiva sta nel fatto che il modello qui prescelto non privilegia la scelta razionale ma la razionalità deliberativa di tipo democratico. Di conseguenza, il libro attribuisce un significativo valore normativo alle procedure democratiche effettive. Qui c’è forse la difficoltà più evidente: come è possibile che processi deliberativi reali abbiano tanto valore prescrittivo? Dopotutto le maggioranze politiche nel mondo reale non sono surrogati credibili di verità e giustizia…
Comunque sia, le società attuali non rispondono – neanche per Weale- a criteri di accesso e distribuzione giusta, e quindi un processo di radicale revisione delle istituzioni esistenti ci attende. La revisione in questione dovrebbe – cosa che non sorprende – essere fatta nel nome dei principi del democratic contractarianism, assumendo tra le altre cose pari capacità negoziali delle parti. Ora, è comprensibile che il pluralismo etico-politico renda complesso accettare soluzioni puramente normative del problema della giustizia sociale. Cosa che implica un rinvio più o meno esplicito al funzionamento effettivo delle istituzioni politiche. Tuttavia, accentuare tanto siffatto valore nel caso della democrazia politica reale resta a mio avviso estremamente problematico.

(Albert Weale, Democratic Justice and the Social Contract , Oxford University Press, pagg. 328,£ 55,00)

Il Sole Domenica, 21 giugno 2015

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