Dalle speranze dell’’Illuminismo alla misura del ragionamento

UNA delle grandi speranze dell’’Illuminismo era la possibilità di cambiamento. Nel caso dell’’intelligenza si sperava che nascessimo tutti uguali e che, in seguito, le differenze fossero dovute a famiglia, scuola, ambiente sociale.
 Se le cose stessero così, potremmo sperare di intervenire sulle origini delle differenze. Questa speranza si è però scontrata con il relativo insuccesso di tutti i programmi volti a compensare gli svantaggi iniziali. Come mai non riuscivamo a compensare i diversi punti di partenza? Quando si scoprirono i segreti della genetica si pensò che il fallimento fosse dovuto a una costituzione diversa fin dalla nascita. Il patrimonio genetico avrebbe determinato il nostro quoziente intellettuale. Anche questa sorta di fatalismo è però infondata.
 La verità è che l’’intelligenza è plasmabile, ma solo nei primi anni di vita. Di qui l’’impressione di immodificabilità se cominciamo a osservare i bambini dalla scuola materna in poi. È già tardi. Anche perché le prestazioni scolastiche, e poi professionali, si intrecciano con due fattori che hanno più peso dell’’intelligenza in quasi tutte le attività degli adulti. Si tratta della tenacia e della capacità di differire le gratificazioni, cioè di sacrificarsi in vista di un obiettivo lontano nel tempo. Queste sembrano doti innate semplicemente perché vengono acquisite da piccoli, nell’’ambiente in cui si viene allevati. Lì si plasmano anche le capacità di ragionamento di base, quelle che gli psicologi chiamano “pensiero puro”. Puro perché si basa sulle capacità di ragionare indipendentemente da quello che si sa. Una persona può avere questa capacità, ma poi non riuscire ad arricchire il suo capitale umano. Gli psicologi hanno messo a punto delle prove simili a quelle che gli studenti incontrano la prima volta quando affrontano i test selettivi per accedere ai corsi di studio a numero chiuso. La capacità di far bene in queste prove “logiche” non dipende da quanto uno ha imparato a scuola, ma da quanto è stata rifornita la sua cassetta di attrezzi mentali in giovane età. Quando poi si è grandi, questa dote di partenza, che ci viene data dalla ricchezza degli stimoli linguistici e culturali fin da bambini, si confonde con molti altri fattori, come l’’esperienza, la tenacia, la sicurezza in noi stessi.
 Quando diciamo che un adulto è intelligente diamo un giudizio complessivo che spesso ha ben poco a che fare con le sue capacità di “ragionamento puro”. Questo diventa evidente nelle patologie che scindono questi vari fattori. Per esempio, gli adulti autistici sono privi per motivi genetici d’’intelligenza sociale, cioè di capacità di vedere le cose dal punto di vista altrui, ma possono essere eccellenti in compiti aritmetici e logico-formali. L’’intreccio tra questi vari fattori nel determinare l’’immagine di sé negli adulti diventa evidente in un caso limite che è all’’opposto di quello degli autistici. Ci sono adulti di grande successo professionale che sanno pensare poco e male in compiti di ragionamento puro. Non vogliono ammettere la complessità dell’’intelligenza pensando che il successo sia di per sè garanzia di elevate capacità intellettuali. E invece la misura delle abilità nel ragionamento “puro” è l’’unica possibilità che ha un giovane di compensare un percorso scolastico povero.
 Purtroppo oggi in Italia chi ha avuto un ambiente più ricco nei primi anni di vita tende anche a fare scuole diverse, spesso private. E i percorsi si allontanano sempre di più.

la Repubblica, 10 giugno 2015

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