La nostra Buona Scuola – Documento finale degli studenti del liceo Manzoni di Milano

In quattro giorni di occupazione abbiamo studiato e discusso sulla riforma chiamata “La Buona Scuola. Ecco le nostre riflessioni.

1 – Ci rendiamo conto delle condizioni difficili in cui si trova lo Stato nel reperire i fondi necessari al sostenimento dell’istruzione pubblica, ciononostante crediamo fermamente che queste risorse siano spesso distribuite secondo un sistema di priorità che non condividiamo: grandi opere la cui utilità è del tutto discutibile, altissimi costi della finanza e della politica e spese militari anch’esse discutibili. E anche nel caso in cui il contributo finanziario dei privati si rivelasse assolutamente indispensabile, riteniamo fondamentale che questi non entrino mai in contatto diretto con la singola scuola perché ciò comporterebbe una dannosa dipendenza della stessa da soggetti privati il cui principale scopo è il profitto. L’assunzione di un ruolo decisionale e amministrativo da parte del privato, difatti, comprometterebbe quella stessa autonomia tanto rivendicata dallo stesso Renzi. L’unica modalità plausibile per noi è, nell’eventualità, che il privato indirizzi l’investimento ad una cassa statale e sia poi compito dello Stato devolvere il fondo raccolto secondo le effettive necessità delle singole scuole, così da evitare disparità nella qualità dell’offerta formativa.

2 – Sulla gestione dell’alternanza scuola-lavoro, riteniamo che gli stage, soprattutto per gli istituti tecnici e professionali, possano essere un momento di crescita per lo studente, a patto che siano facoltativi – duecento ore obbligatorie infatti sarebbero un vantaggio più per le aziende che per gli studenti – riconosciuti a livello scolastico e soprattutto che non sostituiscano il ruolo di un lavoratore garantendo manodopera gratuita all’azienda, ma che affianchino lo studente, rendendo così l’esperienza veramente formativa.

3 – Nella riforma viene espressa in modo molto ambiguo la possibilità per la scuola di “commercializzare beni e prodotti” con l’azienda a cui è legata: anche su questo punto esigiamo dei chiarimenti precisi sulle modalità e sulle conseguenze, che temiamo possano rivelarsi vincolanti e dannose.

4 – Per quanto riguarda la sempre più crescente presenza delle nuove tecnologie come strumenti didattici, pensiamo che sia inopportuno investire principalmente nella digitalizzazione,  anteponendola ai veri problemi dell’attuale scuola pubblica, come quello edilizio. Soltanto quando non ci si dovrà più preoccupare dei soffitti che crollano si potrà allora cominciare a parlare di una digitalizzazione, che in ogni caso non dovrà limitare la libertà di insegnamento né creare un ulteriore ostacolo burocratico.

5 – Abbiamo anche delle perplessità per quanto riguarda il cambiamento sostanziale dell’avanzamento di carriera dei docenti, basato non più sugli scatti di anzianità ma su quelli di “merito”: tali “scatti di competenza” dipenderebbero, oltre che da crediti formativi e professionali, anche dal giudizio di figure come ispettori esterni e “docenti mentori” la cui presenza ci fa temere l’incrementarsi di dinamiche conflittuali tra gli stessi professori, minacciando quella coesione e cooperazione che invece noi riteniamo vitale.

6 – Tutto ciò s’inserisce perfettamente all’interno di un’ottica di stampo economico che, in nome di una maggiore “produttività”, mira ad alimentare la competizione e l’individualismo, contrastando quello che secondo noi deve essere il fondamento della scuola pensata come comunità che agisce in un clima umano di collaborazione e solidarietà. Per questo pensiamo che una critica costruttiva possa e debba almeno in parte venire da chi con gli insegnanti ha un rapporto diretto e costante, cioè gli studenti.

7 – “Dulcis in fundo” (cit. pag. 126, Buona Scuola) l’intento di accentrare i poteri amministrativi e gestionali nelle mani del dirigente scolastico al fine di un declamato dinamismo e progressismo ci trova decisamente in opposizione. Così operando la scuola prende, infatti, una forma piramidale che vede al suo vertice il preside, ormai dirigente scolastico, diventare sempre più simile ad un dirigente aziendale e a un uomo d’affari, portando la scuola a non essere più luogo di formazione e crescita dell’individuo pensante e del futuro cittadino, ma volto al raggiungimento di una eccellenza basata su criteri economici e finalizzata al plasmare lavoratori. Non è perciò un caso che il filo conduttore di tutta la riforma della scuola sia appunto il lavoro: viviamo sì in un tempo d’inevitabile convivenza con i problemi di disoccupazione e precariato, ma ideare una riforma scolastica in completa adesione all’andamento del mercato lavorativo ci sembra controproducente e pericoloso. Tutto ciò costringe noi studenti a vivere lo studio in un’ottica dell’utile e a non apprezzarlo più per la bellezza e il piacere della conoscenza.

8 – Crediamo infine che non debbano essere solo economisti a occuparsi di una questione tanto delicata e piena di sfaccettature e che sia giusto che in essa giochino un ruolo fondamentale persone che appartengono al mondo della scuola e che ne hanno una visione disinteressata dall’interno. Noi non abbiamo certo la presunzione di poter redigere una riforma scolastica ma abbiamo però il diritto ed il dovere di interessarci, discutere e non lasciare ad altri la responsabilità di prendere posizione.

 

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