Benicomunismo: i nuovi diritti che crescono tra Stato e privato

image«Avviso ai non comunisti: tutto è comune, perfino Dio». Questo sfolgorante aforisma di Baudelaire campeggia come esergo all’inizio dell’ampia ricerca che Pierre Dardot e Christian Laval hanno dedicato alla questione dei beni comuni con il titolo “Del comune o della Rivoluzione nel X-XI secolo”, (DeriveApprodi, a cura di A. Ciervo, L. Coccoli e F. Zappino, con una introduzione di Stefano Rodotà). Sul tema da qualche tempo fioriscono saggi filosofici, economici, giuridici — l’ultimo dei quali di Ugo Mattei, col vigoroso titolo “Il benicomunismo e i suoi nemici”, appena pubblicato da Einaudi. A motivare questa improvvisa ondata di interesse per l’argomento —che ha portato qualche anno fa alla istituzione della Commissione Rodotà e alla promozione del referendum sulla sottrazione dell’acqua al profitto privato— è la difficoltà crescente di immaginare modelli alternativi al regime neoliberista che si è imposto in tutte le democrazie occidentali.
Rifiuto della politica, riduzione del lavoro salariato, crescita della xenofobia, individualismo antisociale, irrilevanza dei movimenti antagonistici sembrano chiudere qualsiasi spazio di opposizione al sistema vigente, cui pure vanno addebitati la crisi in corso e un vertiginoso incremento delle disuguaglianze. È questa condizione di stallo, avvertita sottopelle da tutta la sinistra europea sul piano della pratica e delle idee, a determinare la necessità di mettere in campo nuovi paradigmi, come appunto quello dei beni comuni. Nella tenaglia tra beni di proprietà privata e beni dello Stato, la categoria del “comune” apre uno spazio di pensiero a partire dal principio dell’inalienabilità di risorse destinate all’uso condiviso dell’intera cittadinanza. Naturalmente la teoria in questione non pretende di abolire il mercato, ma cerca di limitarne l’estensione, ponendo precisi vincoli sia all’esercizio della privatizzazione che a quello della statalizzazione di beni e servizi di pubblica utilità.
Tuttavia, all’interno di tale prospettiva, si sono presto delineati alcuni elementi di debolezza. Già la progressiva iscrizione nella rubrica dei beni comuni di entità difficilmente comparabili come il territorio, l’ambiente, la salute, il sapere, il lavoro ha cominciato a suscitare qualche perplessità: se qualsiasi cosa, in ultima analisi, è comune, la categoria sbiadisce fino a dissolversi. A ciò si aggiunge l’impressione, in particolare in alcune genealogie, che si ipotizzi una sorta di regressione ad un universo premoderno, non ancora governato dal dispositivo proprietario e dunque protettivo di ambiti condivisi. È una tesi che non regge né sul piano storico né su quello teoretico.
Il saggio di Dardot e Laval si pone subito su un’altra lunghezza d’onda. Non solo la tassonomia del comune in esso delineata non ha alcuna tonalità nostalgica, ma anziché guardare alle spalle, raccoglie la sfida della società liberale sul suo stesso terreno — quello del governo del corpo e della mente degli uomini. Ma rovesciando i rapporti di forza tra appropriazione individuale e uso comune. Per gli autori non si tratta di attivare una sorta di contropotere antagonistico all’attuale regime, ma di giocare alla sua altezza, disponendo diversamente le carte a disposizione.
A cominciare dal diritto. Contro la prospettiva marxista che ne fa una sovrastruttura ideologica al servizio dello Stato sovrano, esso va utilizzato nel suo doppio versante di rafforzamento del potere, ma anche di contrasto ai suoi abusi. Se adoperato in tutta la sua potenza costituente, anche in funzione critica rispetto ai poteri costituiti, il diritto può aprire dei varchi collettivi nella struttura proprietaria del mercato e dello Stato, favorendo la costituzione di spazi liberi dalla loro invadenza. In questo senso più che di restaurare beni naturali perduti, si tratta di attivare una prassi rivolta all’autogoverno dei soggetti. Le risorse sono appropriabili, o meno, non in ragione della loro pretesa naturalità, ma di una decisione isti- tuente nata dall’agire di concerto degli uomini, come si sarebbe espressa Hannah Arendt.
A tal fine non basta l’impegno, pure necessario, sul piano della mobilitazione politica — per esempio ridando vita alla ispirazione mutualistica-associativa che la tradizione marxista fin dall’inizio ha soffocato. Bisogna rivedere una serie di presupposti infondati che ancora galleggiano sul vuoto di idee. Ad esempio quello che collega l’origine dei beni comuni al processo di secolarizzazione. Se ciò vale rispetto ai beni ecclesiastici ancora sottratti all’uso pubblico, non tiene conto di un elemento decisivo che connette il pubblico non alla sfera della laicità, ma a quella della religione. In un testo pubblicato da Quodlibet col titolo Il valore delle cose , a cura di Michele Spanò e con un saggio di Giorgio Agamben, il grande storico del diritto romano, recentemente scomparso, Yan Thomas riconduce la genesi della cose destinate al libero uso di tutti i cittadini non solo all’ambito del pubblico, ma anche a quello del sacro. I primi beni comuni, nell’antica Roma, erano proprio quelli riservati alla città e agli dei — e per questo sottratti alla proprietà individuale a favore dell’intera cittadinanza. In tal senso si può paradossalmente sostenere che sia stata proprio la religione che, rendendo alcuni beni e alcuni luoghi indisponibili all’appropriazione, ha liberato gli altri alla possibilità di essere posseduti e scambiati.

Repubblica, 1 giugno 2015

1 commento

  • Esposito è straubriaco di frasi e parole senza senso. Scrive a ruota libera, non sapendo né da dove è parte, né il percorso che sta facendo né dove va sbattere la testa.
    L’aveva capito bene Pietro Piovani già quando era ‘piccolo’.
    Educarsi sul suo ‘frasario’ in salsa tardo-decadente, è il segno della propria infinita pochezza mentale e insignificanza esistenziale.
    Qui abita squallore!

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