Nozze gay, il vento che viene dall’Europa

torta-gay Che cos’è il matrimonio? Per lo Stato, un contratto; per la Chiesa, un sacramento. Muove da qui il conflitto fra autorità civili e religiose sul matrimonio gay, dopo il referendum celebrato in Irlanda: la parola è la stessa, ma ciascuno le attribuisce significati inconciliabili. Eppure quel conflitto non si esaurisce in una logomachia, in una disputa verbale. Ha a che fare con l’abito laico delle nostre istituzioni; misura gli spazi di libertà che siamo disposti a riconoscere alle scelte individuali; e in ultimo interroga il senso stesso del diritto, la sua specifica funzione.
Quanto alla laicità, potremmo cavarcela tirando in ballo il «muro» fra Stato e confessioni religiose di cui parlava Thomas Jefferson, o l’altrettanto celebre massima di Camillo Cavour («Libera Chiesa in libero Stato»). Potremmo ricordare che lo Stato nasce laico, o altrimenti non sarebbe nato. Nasce quando il potere politico divorzia dal potere religioso, attraverso un processo storico che ha origine nella Lotta delle Investiture (1057-1122), per approdare alla Costituzione francese del 1791, con la proclamazione della libertà di fede. Ma sta di fatto che la religione è tutt’altro che irrilevante nella nostra dimensione pubblica. E sta di fatto che l’ordinamento giuridico italiano è intessuto anche di valori religiosi: non per nulla la Carta del 1947 vi dedica ben cinque disposizioni.
Dunque la laicità non si traduce nell’indifferenza verso le religioni, bensì nella garanzia della loro libertà. E al tempo stesso della libertà di chi non crede, oppure di chi crede in altri culti rispetto a quello prevalente. Sennonché la libertà concessa all’uno può recare offesa alla sensibilità dell’altro. La querelle sulle nozze omosessuali è tutta in questi termini: quando il segretario di Stato vaticano parla di «sconfitta dell’umanità» è come se dicesse che quelle nozze sono una bestemmia. E la bestemmia, per l’appunto, viene punita dal codice penale.
Ma è una bestemmia il matrimonio fra due uomini e due donne? Dopotutto, sono fatti loro. Gli omosessuali non imprecano contro un Dio o un capo di Stato, chiedono soltanto lo stesso diritto del quale godono già gli eterosessuali. Qualcuno potrà esserne turbato. Ma qui viene in gioco la funzione della legge: strumento di difesa contro i comportamenti offensivi, però l’offesa dev’essere oggettiva, deve consistere in un’amputazione delle nostre libertà. In secondo luogo, nessuna norma galleggia sulle nuvole: dipende al contrario dalla storia, dall’evoluzione dei costumi. E oggi le società occidentali sono disposte a riconoscere un diritto che negavano in passato. Le nozze gay vengono già regolate in Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia, Islanda, Francia, Olanda, Belgio, Lussemburgo, oltre che in Irlanda. L’Italia s’avvia a una legge sulle unioni civili, quale esiste in Germania e in Austria. Bisognerà pur farsene una ragione.
D’altronde quest’esito è già iscritto nelle tavole costituzionali. I nostri costituenti furono lungimiranti, definendo la famiglia una «società naturale». Significa che il diritto rinunzia a definirla, affidandosi all’ esprit du temps , allo spirito dei tempi. Che è uno spiritello un po’ paradossale, se è vero che i gay sono rimasti gli unici ad avere ancora voglia di sposarsi.

Il Corriere della Sera, 29 maggio 2015

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