Ma Bruxelles deve cambiare strategia

EuropaLa Grecia ha ribadito che non pagherà le prossime rate del debito. Cresce il pericolo di insolvenza. L’Ue non è riuscita a spiazzare i ricatti di Atene con un atteggiamento innovativo, portando la trattativa sui piani di sviluppo di lungo periodo, senza i quali la politica greca non vede i vantaggi di riforme e austerità. Bruxelles non ha forza unitaria e autorevole. Ha attivismo controverso, potere incoerente. Ha cocciutamente bocciato una riforma per ridurre l’evasione Iva in Italia, ma non può combattere l’elusione fiscale di tutt’Europa uniformando la tassazione sulle società e la finanza. Ha deciso la distribuzione per quote degli immigrati nei Paesi membri ed è stata subito smentita addirittura dalla Francia, che può minacciare di richiudere le frontiere.

L’integrazione europea vive uno strano momento. Da un lato non se n’è mai sentito maggior bisogno: per la crisi greca e per quella ucraina, per le migrazioni, il terrorismo, le tragedie mediorientali, i traumi della concorrenza globale. Dall’altro non sono mai stati così intensi la disaffezione per l’Ue, il ritorno al nazionalismo, la tentazione di rispondere alle sfide chiudendosi invece di unirsi.

Il momento è strano anche perché l’integrazione ha fatto progressi negli ultimi anni, proprio quando è stata più criticata, sia dagli anti-europeisti che dagli europeisti insoddisfatti. Fondi in comune per salvare dal fallimento alcuni Paesi, flessibilità nel disciplinare le finanze pubbliche, nuovi ruoli della Bce, Parlamento più potente ed eletto indicando anche il presidente della Commissione. Eppure molti pensano che l’Ue sia burocrazia inutile, unione monetaria artificiosa, austerità fiscale controproducente.

Perché finisca il disordine di questo strano momento e l’Europa non denudi, disfacendosi, la debolezza dei suoi membri, occorre un salto di qualità nell’integrazione. Un salto concreto e ben visibile dall’opinione pubblica. C’è l’occasione: il Consiglio Europeo di giugno ha in agenda la ripresa del progetto di rafforzamento del governo dell’eurozona. Ma c’è il rischio di sprecare l’occasione, in almeno quattro modi.

Primo: acuire le tensioni che dividono, sul piano economico, soprattutto il nord dal sud dell’Ue e, su questioni più politico-strategiche, l’est dall’ovest. Se si bisticcia non si accelera l’unità. Secondo: esaurirsi nell’affrontare convulsamente l’emergenza, dalla Grecia all’immigrazione. Senza accelerare l’integrazione le soluzioni di emergenza rimangono fragili. Terzo: insistere nell’idea che l’Europa si fa con piccoli passi, soprattutto economici, che i salti sono utopici o pericolosi. In realtà i prossimi passi di integrazione economica, compresa la possibilità di gestire meglio casi come quello greco, richiedono sforzi schiettamente politici. Quarto: aver paura di cambiare i Trattati, di finire in litigi dilanianti.

Ma per uscire dall’impasse in cui si trova oggi l’Ue serve proprio una schietta riapertura della discussione sui Trattati, su cosa vuole diventare l’Ue nel lungo periodo, su quali poteri gli Stati nazionali vogliono cedere a Bruxelles, su come dare legittimazione democratica a un governo europeo più potente. Rimandare queste scelte fa arretrare l’integrazione e dà ragione a chi la combatte o non la crede possibile.

E’ auspicabile che il Consiglio di giugno vinca ogni timidezza e, accanto a decisioni specifiche e possibili con Trattati invariati, dia avvio alla Conferenza Intergovernativa necessaria per la loro riforma. Una Conferenza di alto profilo, con un’agenda iniziale ampia e generale, che potrebbe durare anche un paio d’anni e costituire la sede progettuale di un’Europa che sa comunicare anche mediaticamente i suoi sforzi e le sue ragioni di integrazione a chi finora la considera inetta o dannosa.

Nell’agenda della Conferenza dovrà esserci anche l’evoluzione della differenza fra area dell’euro e resto dell’Ue. Un’eurozona più integrata, anche politicamente, mentre al suo esterno le cose potranno andare in senso opposto, fino a ridurre l’obiettivo a quello di un mercato comune. Ciò chiarirà il rapporto col Regno Unito ed eliminerà gli equivoci che generano tensioni fra Bruxelles e Paesi come la Polonia, l’Ungheria, la stessa Grecia. Chi sceglierà di rimanere nell’euro saprà che si lavora solidali per lo sviluppo, su molti fronti e senza frontiere.

La goffaggine della trattativa con Atene è solo una delle molte ragioni per volere un’Ue più intenta a discutere con trasparenza il suo futuro, alzando la qualità del dibattito con cui oggi è trattata dall’opinione pubblica. Sarebbe bello vederla subito così dopo il Consiglio di giugno, magari con l’Italia in prima fila nel vincere ogni altrui esitazione a tentare il salto di qualità.

 La Stampa,   25  Maggio 2015

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