Lo spettro di ‘Mondazzoli’ si aggira per il Salone

Far finta di niente. Fingere di ignorarlo, perché in realtà fa molta paura. Il fantasma del Salone non è quell’’effigie di Goethe che vorrebbe esserne il simbolo, la celebre icona del viaggio in Italia e di un passato glorioso nel quale rifugiarsi nel momento di crisi. Il fantasma del Salone è in quel corpaccione invisibile di cui non si parla ma che abita nelle teste di tutti, piccoli e grandi editori, anche medi e medio-alti secondo il linguaggio della sociologia, e anche nelle teste di autori e traduttori, agenti letterari e librai. Perché riguarda tutti. Riguarda il lavoro editoriale e anche la libertà intellettuale.
Riguarda identità e qualità. E il caso può essere davvero malizioso. Mentre a Torino si allestisce la più importante fiera del libro italiana, in qualche stanza di Segrate o al numero 8 di via Angelo Rizzoli a Milano sta per nascere il colosso più ingombrante nella storia nazionale dell’’editoria. Mondazzoli, così è stato chiamato. Il matrimonio tra la più grande casa editrice italiana, Mondadori, e il secondo gruppo a seguire, Rcs Media Group. In realtà di sentimentale c’’è poco: gravata da pesanti debiti, Rcs ha messo in vendita i gioielli di famiglia, ossia i libri. E Marina Berlusconi ha fatto una proposta di acquisto che deve essere chiusa salvo proroghe entro il 29 maggio. Se tutto andasse in porto, sarebbe riunita sotto un unico padrone un’’enorme costellazione di marchi — le case madri Mondadori e Rizzoli, Einaudi e Bompiani, Piemme e Adelphi, Electa e Marsilio e ancora molte altre — fino a occupare il 40% del mercato italiano. Una posizione prevalente che nessun altro gruppo esercita in Europa rispetto al mercato interno: né il gigante tedesco Penguin Random House (26%), né la spagnola Planeta (24), né la francese Hachette (21). Una svolta che potrebbe rivoluzionare la scena culturale italiana. Perché un sovrano assoluto polverizza la concorrenza e dunque la qualità. Però nel Salone delle Meraviglie, delle meraviglie italiane del passato artistico e del presente culinario, non se ne parla. E forse la principale meraviglia è in questo ostinato silenzio, nel velo fitto di misteri che avvolge la trattativa più importante degli ultimi decenni. Non ne parlano gli acquirenti mondadoriani e bisogna accontentarsi della scarna dichiarazione di Ernesto Mauri resa ieri al termine del consiglio d’’amministrazione: «Stiamo lavorando». Schivano l’’argomento i vertici di Rcs in vendita, perché siamo come sospesi — dicono — non sappiamo cosa sarà di noi. E sono poco loquaci anche i publisher più vicini in ordine di grandezza, il gruppo Gems e Feltrinelli. A dire il vero Inge non nasconde preoccupazione, in vista anche di un possibile passaggio del moloch in mano straniera. Lo sguardo di tutti è rivolto all’’Antitrust che dopo aver ricevuto il contratto firmato dai due contraenti dovrà valutare se la nuova creatura è compatibile con le leggi del mercato. Tutto dipende dalla pratica che intende istruire: se considera soltanto la varia (il 40%) è un conto, se invece somma varia e scolastica la quota in percentuale scende e quindi sono destinate a naufragare le speranze di chi aspira a comprare i gioielli eccedenti, quelli di cui Mondazzoli potrebbe esser costretto a disfarsi. Tra i tesori che fanno più gola figurano Bompiani e Adelphi. «Bompiani ha un bellissimo catalogo», dice Stefano Mauri, il timoniere del gruppo Gems che ha appena affidato la presidenza del marchio Longanesi all’’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli. «Ma bisogna vedere se vogliono rinunciare a un marchio così importante». Quanto alla cessione di Adelphi, è circolato il nome di Francesco Micheli, ma l’’imprenditore l’’ha liquidata come una notizia falsa.
Silenzio, dunque. Non disturbare il manovratore. Al Lingotto si preparano gli stand, facendo finta di non vedere che il Re è quasi nudo. E un tratto di commedia è anche in quel riverire l’’ospite tedesco, dimenticando di essere stati appena sloggiati dalla Halle 5 della Buchmesse. È un paradosso, ma al Salone delle Meraviglie può succedere: nel Lingotto di marcato carattere europeo — ed è un merito! — si rende omaggio alla Fiera di Francoforte che ha sfrattato l’’Italia da un padiglione prestigioso per confinarla al piano terra insieme a Slovenia e Romania. È un caso che Mondadori e Rizzoli stiano pensando di non tornarci, almeno quest’’anno?
Per Mondadori il gran rifiuto è cosa fatta. E torna alla mente un sorprendente articolo di Gian Arturo Ferrari, oggi protagonista della fusione e due anni fa in veste di presidente del Centro per il Libro, che liquidava gli editori italiani a Francoforte come malinconici pezzenti, privi di idee e isolati dal mondo. Chissà se lo riscriverebbe oggi, accostando lo stand italico a quello arzeibagiano «con gli imbarazzanti ritratti dei tiranni, identici a quelli di Berlusconi ». Di certo i responsabili della Buchmesse l’’hanno trovata una cronaca credibile tanto da spostarci nel sottoscala. I maligni sospettano che Rizzoli e Mondadori possano in futuro rientrare a Francoforte sotto le auguste insegne di Bertelsmann, il colosso in guerra con Amazon e dunque interessato ad accumulare marchi e diritti nel mercato mondiale, perfino in un mercato in lingua italiana. Le meraviglie non finiscono, nel Salone delle Meraviglie: il fantasma di Mondazzoli potrebbe anche parlare tedesco. E quel sorrisino di Goethe, ritratto da Tischbein nella campagna romana, assume una tonalità profetica.
Ora però è meglio non pensarci troppo. Il mercato non va bene, in quattro anni si sono persi due milioni e mezzo di lettori di libri, ci manca solo il convitato di pietra che certo non favorirà gli editori già in affanno. Si sperava nel segno più, almeno nel primo quadrimestre di quest’’anno, ma i dati più aggiornati dell’’Aie stroncano ogni illusione. E allora ci si consola dicendo che il segno meno si riduce, si vendono meno copie e si guadagna meno rispetto all’’anno precedente, ma questo scarto negativo è più ridotto rispetto alle passate perdite. Ci si aggrappa a tutto pur di non vedere la fotografia scattata dal nuovo Rapporto delle biblioteche italiane. Un paese lunarmente distante da quell’’Italia meravigliosa celebrata al Salone. «L’allarme ignoranza è alto», recita l’’indagine realizzata sotto la direzione scientifica di Giovanni Solimine. «Gli acquirenti di libri diminuiscono, i consumi culturali di abbassano, e gli investimenti nell’’istruzione sono tra i più bassi in Europa». Ma il Salone non mancherà di meravigliare, con le sue moltitudini di visitatori, una folla che negli ultimi anni ha oltrepassato quota trecentomila e che ci si augura anche in questi giorni possa tracimare dai corridoi del Lingotto, rendendo la kermesse torinese la più affollata in Europa. E saremo tutti contenti, nel raccontare quest’’isola felice di cultura e lettura, compiacendoci degli incontri, delle idee, dei piccoli marchi che nonostante tutto ce la fanno. Per gli artefici Ernesto Ferrero e Rolando Picchioni sarà l’’ultima volta. Già circolano i nomi dei successori, tra Vittorio Bo e Gianni Oliva, Giulia Cogoli e Maurizia Rebola. E gli spettri — per cinque giorni — possono essere messi da parte. Poi scelgono loro quando comparire. L’’importante è non essere colti di sorpresa.

la Repubblica, 13 maggio 2015

 

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